Anno XX · Numero 237 · Serie 9/26

Settembre 2026

Rivista di analisi giuridica

La pervasività delle mafie che collassa il sistema penitenziario e viola i diritti umani

a cura di

Data

abstract

 

“Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere,

qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi,

perché è in ciò che sta l’essenza della dignità umana.
Giovanni Falcone

1.Premessa. 2. Il Collasso dell’attuale settore penitenziario. 3. Eterotopia carceraria e criminalità organizzata: un’analisi critica a partire da M. Foucault. 4. Le mafie in carcere: dinamiche, controllo e impatto sociale. 5. Mafie e diritti umani: un’analisi delle violazioni e delle risposte istituzionali. 6. La ‘Ndrangheta in carcere: dinamiche di potere e strategie di controllo.

Abstract: il presente articolo è stato redatto io occasione dell’audizione in commissione consiliare contro il fenomeno della ndrangheta, della corruzione e dell’illegalità diffusa della Regione Calabria che il Garante regionale ha voluto al fine di creare un percorso scientifico regionale e interregionale a maggior garanzia della legalità e dei diritti umani dentro e fuori le mura[2]. L’ Autorità regionale di Garanzia dei diritti delle persone private della libertà personale per la Regione Calabria, vuole mettere in evidenza quale sia la maggiore criticità e quindi una delle cause del collasso dell’attuale sistema penitenziario che a causa di un apparato mafioide rischia di far crollare quell’impianto di garanzie costituzionali e regolamentari previste nel nostro stato di diritto e quindi la tenuta stessa della democrazia. Partendo da un concetto di eterotopia carceraria di Foucaultiana matrice, connesso e letto in relazione al concetto di criminalità organizzata si rappresenta nel presente studio come sia divenuto urgente trattare il tema delle mafie in carcere, delle loro dinamiche e soprattutto dell’impatto sociale dentro e fuori le mura che le stesse impongono. Le mafie in generale e la ‘ndrangheta, in particolare, sono sistemi di potere, illegali, caratterizzati da strategie di controllo che vanificano non solo il portato costituzionale di quel l’umanizzazione della pena prevista dall’articolo 27 Cost., ma costituiscono la più ampia negazione dei diritti umani e di lesione del concetto di dignità della persona, di tutti nessuno escluso.

Abstract: This Article was written for the hearing in the council committee against the phenomenon of ‘ndrangheta’, corruption and widespread illegality in the Calabria Region. The Independent Authority for the Safeguard of the Rights of Persons Deprived of their Liberty for the Region of Calabria, wishes to highlight what is the major critical issue and therefore one of the causes of the collapse of the current prison system, which, due to a mafia-like apparatus, risks to collapse that system of constitutional and regulatory guarantees provided for in our rule of law and therefore the very resilience of democracy. Starting from a concept of prison heterotopia of Foucauldian matrix, connected and read in relation to the concept of organised crime, this study shows how urgent it has become to deal with the theme of mafias in prison, their dynamics and above all the social impact inside and outside the walls that they impose. The mafias in general and the ‘ndrangheta in particular are systems of power, illegal, characterised by control strategies that not only thwart the constitutional provision of the humanisation of punishment in Article 27 of the Constitution, but also constitute the broadest denial of human rights and injury to the concept of the dignity of the person, of everyone without exception.

1. Premessa

Lo scritto riproduce in parte atti presentati in occasione dell’audizione tenutasi dinnanzi alla Commissione Consiliare Contro il Fenomeno della ‘Ndrangheta, della Corruzione e dell’Illegalità Diffusa del Consiglio Regionale della Calabria, poi collazionato con elementi di riscontro, frutto dell’osservazione scientifica intramuraria. Tracciando alcune necessarie premesse per un argomento così delicato, complesso e poco dibattuto: carcere, mafie e violazione dei diritti umani, si condivide, come la riflessione si profila all’esito di un percorso di ricerca iniziato nel 2020 e radicatosi mente e cuore nell’animo di una Garante di una regione complicatissima: la Calabria. Una terra dove la ‘ndrangheta è nata e da dove continua a dettare ordini ed equilibri a livello mondiale compromettendo lo stato di benessere dei cittadini lì dove si radica. All’indomani del mandato, leggendo la complessità del mondo penitenziario, osservandolo quotidianamente[3], dedicandosi alla ricerca scientifica indaga su cosa non stia funzionando e sul perché il sistema sia collassato e quanto sia pericolosa e pervasiva l’incidenza mafiosa che altera l’intero microcosmo penitenziario. Chi conosce il mondo del carcere sa che il dentro e il fuori sono strettamente interconnessi. Interconnessi nella prospettiva del male: si pensi alla pervasività mafiosa o per meglio usare un’espressione più qualificata: “come la mafia ancora oggi comanda da dentro, impone le sue regole e quando non ci riesce è disposta a uccidere per dimostrare dentro e fuori chi comanda realmente”.[4] Interconnessi nella prospettiva del bene: la forza di uomini e donne di giustizia che in un ampio e condiviso ragionamento di legalità e di moralità collaborano, ciascuno per la propria parte di competenza ad ogni iniziativa per contrastare le mafie anche da dentro. Ci si riferisce al valore inestimabile e all’impegno di quella parte delle istituzioni sane, che in una continua corsa ad ostacoli, leali e circolari nelle indispensabili comunicazioni, ancora oggi e malgrado tutto, non si sono lasciate fermare dalla c.d. forza oscura dell’intrastato[5], quella governata da una pervasività mafioide[6] che inquina la più ampia garanzia dei diritti umani. Una giustizia che sì, combatte gli illegalismi, ma se ne fa anche carico nella prospettiva delle garanzie dei diritti dei ristretti. Giustizia dentro, allo stato dell’arte e malgrado gli sforzi profusi dalle donne gli uomini dello stato, è un miraggio. Lo stato dell’arte desta non poche preoccupazioni. Siamo giunti al collasso, all’implosione del sistema penitenziario lasciato  per troppo tempo all’abbandono, all’autogestione dei detenuti, alla carenza di procedure concorsuali per troppi anni. All’incuria di politiche miopi che hanno deciso nel tempo di investire poco e male e soprattutto demandando a regole poco chiare che hanno destabilizzato i principi di sicurezza su cui si regge uno stato di diritto. Il carcere, e chi lo conosce bene lo sa, funziona lì dove vi è: 1) certezza delle regole che devono essere rispettate da parte di tutti e 2) sicurezza garantita proprio dall’ordine che incoraggia, facilita e sostiene il trattamento, per meglio dire l’assunzione di responsabilità della persona detenuta. Lungi dal voler arrecate urti o offese che colpiscano gli animi dei più suscettibili, si è ben consapevoli che dobbiamo fare i conti con i dati[7] che offrono la cifra delle difficoltà di tale complesso mondo in questo preciso momento storico. Dati e numeri che sono la sommatoria di anni di logiche che hanno lasciato ai margini la politica penitenziaria. Banale sarebbe ridurre a pochi scarni concetti un’ipotesi risolutoria del problema quando si è ben consapevoli che solo una rigorosa ricerca multi settore sul carcere potrà produrre attente analisi multidisciplinari volte a lavorare  parallelamente tanto sull’emergenza quanto sulla realizzazione di un reale welfare penitenziario. La base di partenza per un lavoro di riflessione è comune: studiare, analizzare e trovare soluzioni di sistema condivise. Servirà il coraggio di investire in quel perimetro socio-giuridico-antropologico di quella svolta affettiva che si realizza nel riconoscimento dell’alterità decisionale, nella più alta summa teologico-istituzionale di rispecchiamento nell’altro[8]. Una giustizia capace di pacificare le istanze dell’umano dentro e fuori le mura e di essere all’altezza degli sguardi di chi crede e combatte ogni giorno per la salvezza di questo microcosmo, quindi di chi ogni giorno serve la giustizia in opere e senza omissioni: questa è la sicurezza costituzionalmente garantita a ogni singolo cittadino sia esso libero o ristretto. Una ‘risurrezione’ generativa che scuota giuristi, sociologi, teologi, antropologi, medici, e tutti coloro che a vario titolo hanno cura del mondo carcere, per lavorare verso un nuovo modello di diritto penitenziario più aderente alle istanze dell’umano. Un piano di ricerca multidisciplinare che partendo dagli studi delle law and humanities applicando il criterio delle clinical professional law[9] edifica nuovi spazi di sicurezza e giustizia per l’umano e le relazioni nelle quali si evolve la sua esistenza. Serve, insomma, una nuova ingegneria giuridica penitenziaria. A voler fare un esempio: si pensi al ritorno degli educatori in sezione a maggior supporto della mission istituzionale che la polizia penitenziaria offre quotidianamente nelle sezioni. La loro più alta funzione, che oggi sembra essere sempre più giuridica e imbrigliata nella mortifera burocrazia che non giova al detenuto e grava sul poliziotto, si sostituirebbe a quella pedagogica, di maieutica predisposizione che è l’educazione relazionale con l’altro prima che ri-educazione, scoperta del sé prima ancora che il ripensamento del fatto di reato. Prossimità istituzionale quindi per una concreta pacificazione della comunità carcere.  Senza riordino delle modalità trattamentali, la vanificazione di quella sicurezza educante, dentro le mura, sarà assicurata. Senza una riprogrammazione e armonizzazione delle attività trattamentali, la recidiva sarà ovvia, anzi crescerà come già lo evidenziano i numerosi eventi critici registrati nei nostri istituti di pena. Senza adeguate attività, il tempo disfunzionale della pena, provocherà un acutizzarsi della c.d. criminalizzazione intramuraria: un tempo e uno spazio nel quale il detenuto socialmente più forte attiverà una serie di comportamenti lesivi e di violenza psico-fisica nei confronti del detenuto più fragile, più vulnerabile. Senza questo immane lavoro di ripensamento e riprogrammazione del mondo carcere, lo Stato non sarà mai più competitivo dell’offerta mafiosa-criminale quella appunto della criminalità organizzata o peggio di quelle frange dell’intrastato che sul carcere hanno ingenti interessi di controllo, dominio e di conseguente profitto illecito. In Italia i numeri sono da bollettino di guerra se solo volessimo restringere il campo d’indagine degli eventi rubricandoli  per numeri di suicidi, rinvenimenti di droga e cellulari, eventi scatenati da soggetti psichiatrici, ci renderemmo conto che urge una modalità diversa di ricerca e gestione perché il carcere è molto altro rispetto alle solite tematiche che approdano sui tavoli dell’opinione pubblica. Una condizione, quella odierna, umanamente intollerabile che desta profonda preoccupazione tra i più attenti degli addetti ai lavori. Si colgono anche i più impercettibili segnali di rischio e gravità della tenuta del sistema da parte di chi il mondo del carcere lo legge. Quale allora la mission auspicabile tra inderogabili esigenze di sicurezza e sperate istanze di centralità umana e moralità dell’azione per pacificare il mondo del carcere? Quali le attività per rilanciare queste periferie dell’umano dove non tutto è mafia ma molto è mafia?  Non tutto è ‘ndrangheta ma molto è ‘ndrangheta?

A trentatré anni dalla morte, per sacrificio e amore di giustizia, i giudici Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, i sacrifici delle loro scorte, ci hanno lasciato in eredità anche una metodologia di lettura e indagine scientifica della criminalità. Fu il loro metodo di ricerca della verità per la giustizia, a definirli, senza presunzione, i pionieri di una ricerca scientifico-metodologica poco conosciuta se non dagli addetti ai lavori e che gli studiosi di diritto penitenziario farebbero bene ad acquisire. Il metodo Falcone-Borsellino, è l’espressione più alta di una metodica necessaria se vogliamo leggere con verità il mondo della giustizia e in particolare del crimine dentro le mura che vanifica quel principio di umanizzazione cristallizzato nella nostra carta costituzionale. Il metodo poneva al centro della ricerca l’interpretazione dei segni, dei gesti, dei messaggi e dei silenzi degli uomini di Cosa Nostra, ne seguiva i soldi e i mutamenti degli stili di vita di alcune persone. Questo ha permesso di decriptare il loro “linguaggio”, il loro modo d’agire riuscendo così a colpire il cuore di un’articolazione mafiosa tra le più pericolose al mondo. Hanno coniato una “filosofia umanista per la giustizia”, una filosofia pratica che osserva antropologicamente il problema del diritto e dei diritti, per restituire concretezza alla tutela e alle garanzie dei più basilari diritti umani: diritto a ricevere cure adeguate, diritto all’istruzione, alla formazione, al reinserimento lavorativo. Cosa succede laddove vi è caos ad esempio nelle aree sanitarie che non riescono a garantire le prestazioni e le cure adeguate? I boss della criminalità organizzata usciranno di prigione e si riorganizzeranno nei territori di competenza, torneranno a fare affari e forse, peggio a sparare quando serve per imporre con ancora più forza la loro egemonia sul territorio. Cosa succede laddove non riusciamo a fermare il business dei telefonini e della droga in carcere? Si creano piazze di spaccio dentro e si alterano le vite dei più fragili oltre a registrarsi impennate di eventi critici che alterano la quotidianità penitenziaria. Praticamente si delegittima la forza dello Stato, che regola il benessere di tutti, per una forza di pochi che a curriculum inseriscono l’esperienza penitenziaria quale espressione di una consolidata ascesa criminale. Tutto questo non è sufficiente alla comunità scientifica per iniziare una organica riflessione teoretica del welfare penitenziario? Decostruire l’esistente giustizia penitenziaria per ricostruire la questione dell’eguaglianza tra e con gli uomini al fine di generare un giusto welfare intramurario? Le teorie della giustizia penale esistenti e l’idea di equità cristallizzata nella sfida di una giustizia giusta aprono così un nuovo capitolo d’indagine, un’interpretazione dell’idea di giustizia: quella appunto di una scienza che sappia cogliere teologicamente i segni dei tempi. Scopriremo che dovremo lavorare sull’emergenza: giustizia dentro e fuori le mura[10] sta già tentando di costruire un reale welfare penitenziario quella casa di vetro antisfondamento, blindato e possibilmente antinfortunistica che miri a delegittimare il potere mafioso da dentro.  Consapevoli che solo in questi termini si potrà offrire un serio algoritmo a tutela della giustizia anche fuori le mura, perché si sa che le carceri influenzano ed alterano profondamente anche il tessuto abitativo e comunitario circostante nonché la vita delle persone che ne fanno parte soprattutto lì dove i contesti puzzano di criminalità organizzata[11]. Oltre all’emergenza dovremo, come accennato, programmare l’ordinario, ossia, tutto lo studio e la progettazione di riassetto del settore nel medio e lungo periodo. Approfondire lo studio della pervasività delle mafie è quell’oltre che offrirà alla scienza e alla ricerca una panoramica complessa e purtroppo inquietante delle realtà criminali emergenti, ma consentirà di indagare su come arginare sempre più e sempre meglio il fenomeno al fine di tutelare realmente i diritti dei più fragili e uniformarsi a una reale garanzia dei diritti umani intramurari. “Il futuro che ci attende non è una semplice distopia, ma una prospettiva che richiede una risposta urgente contro le mafie ibride, anche attraverso il coinvolgimento della società civile, dell’educazione e della politica. Solo tramite la conoscenza, la consapevolezza e il rifiuto collettivo di concedere spazio (sia nel mondo reale sia in quello virtuale) alle forze criminali è possibile nutrire speranze per un futuro migliore. Nonostante la sfida sia enorme, è opportuno trarre ispirazione dalla resilienza umana e dalla capacità di adattamento. La storia ci ha dimostrato che, quando la società si unisce per affrontare minacce comuni, può ottenere risultati straordinari. È decisamente possibile costruire un futuro in cui le mafie ibride siano meno forti. Tuttavia, questa speranza deve essere accompagnata dall’azione”[12].

2. La destrutturazione dell’attuale settore penitenziario

A cinquant’anni dalla legge sull’ordinamento penitenziario il sistema carcere nazionale sta affrontando una crisi profonda, caratterizzata da sovraffollamento cronico, carenze strutturali e importanti difficoltà nella gestione delle persone detenute. Il numero di reclusi supera la capacità effettiva delle strutture, causando condizioni di vita inadeguate tanto da subire continui richiami dalla corte europea e tensioni interne che ledono il benessere psicofisico di tutti. Inoltre, la mancanza di risorse adeguate e progetti stabili destinati alla rieducazione e al reinserimento sociale contribuiscono a non migliorare le alte percentuali di recidiva. Le riforme necessarie dovrebbero includere misure alternative alla detenzione, investimenti in istruzione e formazione professionale per i detenuti, nonché una maggiore attenzione al diritto alla salute intramurario con particolare impegno al tema della salute mentale che dopo il periodo da COVID19 hanno evidenziato l’incapacità di gestire, rispetto al passato, le peculiari difficoltà di queste persone.

Dal 1975, anno di promulgazione della L. 354 “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”, meglio conosciuta come legge sull’ordinamento penitenziario, assistiamo al crollo dell’intero settore consapevoli che i fattori siano molteplici e multilivello, tali da dover necessitare di una preventiva valutazione e analisi scientifica che possa studiare con metodologia multidisciplinare le cause e i fattori determinanti cercando di trovare, così, le soluzioni adeguate a questo ormai insostenibile tempo penitenziario. Si precisa come procedere invocando stati di emergenza sarebbe fallimentare e la storia ce lo insegna.

Osservando quanto si sta verificando nel mondo carcere si può dedurre come, l’istituzione della pena stia lanciando un help non solo agli addetti ai lavori, ma a tutta la civiltà umana che del senso civico pare abbia smarrito il valore antropico. La prigione che da secoli è il luogo in cui espiare la pena, sin dalla sua nascita ha messo in crisi intere schiere di giuristi, sociologi, antropologi, psicologi nel tentativo di comprendere se la sua stessa esistenza sia un fatto accettabile, giusto o ingiusto. Un buon punto di partenza potrebbero essere i paradigmi di giustificazione e le effettive funzioni della stessa. Ciò che qui interessa capire è come giustificarla sotto l’aspetto attuativo e non già se sia giusta o meno. Quali sono le sue effettive funzioni sociali partendo dall’esame delle disfunzioni esistenti cristallizzatesi negli anni e non dimenticandoci che l’Italia è stata la terra delle stragi di mafia, delle guerre di ‘ndrangheta, dell’accordo stato-mafia, degli attentati terroristici manifestatisi soprattutto in forme di terrorismo politico ed eversivo condotte da vari gruppi e organizzazioni con metodi, motivazioni e interessi diversi e talvolta contrapposti, si pensi al terrorismo legato alla criminalità organizzata di matrice mafiosa, camorristica o di altra matrice, a opera di organizzazioni come Cosa nostra, Camorra, ‘Ndrangheta e Sacra Corona Unita. Si rammenta altresì di come l’Italia ha dovuto mettere  in campo il progetto di  creazione dell’ Ufficio per il coordinamento dei servizi di sicurezza degli istituti di prevenzione e pena, più noto come Sicurpena, un ufficio di risposta alla minaccia terroristica di quel periodo storico. 

Procedendo per step valutativi, appare chiaro, come, una alterazione tra tutte, dalle quali è doveroso partire quale snodo scientifico essenziale sia lo studio degli illegalismi di Foucaultiana espressione. Ciò al fine di comprendere se e come sia possibile pacificare il mondo del carcere partendo dal campo d’indagine che osserva le attuali distopie del sistema penitenziario dettate dalla criminalità dentro il carcere. Letta così la realtà, la pena, rappresenta oggi, il luogo dell’irrazionale, dell’insensato fine rieducativo, è divenuta sistema illogico per la sua deriva deviante[13]. L’irrazionalità del fine è funzionale a questo sistema penitenziario, ma non incardinabile in alcun principio che ne giustifichi le derive violative dei diritti fondamentali. Preso atto di ciò, ci si dovrà porre la questione se e come rendere effettivamente praticabile quel principio di umanizzazione previsto dalla Costituzione, dall’ordinamento, dal  D.P.R. 230 del 2000, e dalle circolari. Questo implica avere il coraggio di avviare il percorso scientifico partendo dall’analisi della pervasività mafiosa che da sempre, ma in particolare nell’ultimo decennio o poco più (a causa di circolari poco chiare) ha alterato le regole penitenziarie violando finanche i più basilari concetti di garanzie e tutele dei diritti delle persone private della libertà personale. ll carcere oggi è un vero e proprio laboratorio del crimine, perché si incontrano non solo diversi tipi di criminalità, ma persone con diverse nazionalità e che possono appartenere a circuiti mafiosi stranieri. Ne deriva che nelle carceri possiamo assistere a nuove modalità di sodalizi, che riguardano la criminalità tradizionale con quella straniera.  Questo è un campanello d’allarme su cui dovremo porre l’attenzione qui ed ora per innalzare sempre più l’attenzione, poiché rischiamo di assistere ad una riorganizzazione e fortificazione delle mafie in carcere, più di quanto non lo siano, e di come le stesse cristallizzino dal carcere accordi anche con le mafie nazionali e straniere. Negli istituti penitenziari, oggi è più facile che persone con storie diverse di criminalità, si possono incontrare e mettere insieme le proprie capacità economica, sociale, politica continuando a comandare dagli istituti di pena. È bene precisare come i sodalizi non sono solo l’unica preoccupazione di chi scrive. Si pensa alla pervasività mafiosa e alle pressioni della criminalità organizzata sul tema “sanità e carcere” di cui si è fatto cenno rispetto a indebiti vantaggi che la criminalità può ottenere, ma di cui ci si occuperà in altro scritto. Dall’ultima relazione DIA – I semestre 2023 – a titolo informativo si condivide: «Il 2 dicembre 2023, a Rosarno, i Carabinieri hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare46 nei confronti di due soggetti, padre e figlio, ritenuti vicini alla cosca PESCE per rapporti di unità e responsabili di condotte violente ed estorsive aggravate dalle finalità mafiose. Nello specifico, i due sarebbero autori di una perdurante attività estorsiva, durata circa 18 anni, ai danni di una cooperativa agricola sita in Candidoni (RC) divenuta nel tempo una vera e propria fonte di reddito illecito dei due che esercitavano un controllo di fatto sull’impresa. L’inchiesta ha disvelato anche la perpetrazione di reiterate minacce nei confronti di un medico finalizzate ad ottenere indebite certificazioni che consentissero ad uno degli indagati (il padre) di accedere al regime degli arresti domiciliari in luogo della detenzione in carcere»[14].

Nelle pagine che seguono, in questa fase preliminare del progetto di contrasto alle mafie ‘intramurarie’, nascita dell’antimafia penitenziaria, per una reale tutela dei diritti umani anche in ambito penitenziario, mi soffermerò su un’analisi multidisciplinare che possa tracciare quel fil rouge attraverso il quale la comunità scientifica voglia muoversi congiuntamente per il futuro.

3. Eterotopia carceraria e criminalità organizzata: un’analisi critica a partire da Foucault.

Sviluppato dal filosofo Michel Foucault già nel 1967, in “Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane”, il concetto di eterotopia, si riferisce a quegli spazi che esistono al di fuori delle norme sociali ordinarie, fungendo da luoghi di deviazione o isolamento[15]. Il carcere rappresenta un caso paradigmatico di eterotopia, in quanto spazio destinato a contenere persone considerate pericolose per l’ordine pubblico. Tuttavia, nelle società contemporanee, le carceri non si limitano a svolgere una funzione punitiva e riabilitativa, ma diventano purtroppo e spesso centri di riorganizzazione della criminalità organizzata. In questa sede si vuole esaminare il fenomeno della criminalità organizzata nelle carceri attraverso la lente dell’eterotopia, analizzando le dinamiche di potere, le strategie di controllo e le risposte istituzionali. Il fine è quello di aver chiaro come non sarà possibile garantire diritti, soprattutto ai detenuti più fragili, se non si ha chiaro il concetto di come la pervasività criminale, è il primo elemento di violazione dei diritti umani. È in queste dinamiche che si sono cristallizzate le storture del sistema penitenziario, divenuto il non luogo della rieducazione, ma di questo argomento se ne parlerà in un successivo articolo dedicato.

M. Foucault descriveva il carcere come un’eterotopia della deviazione, ovvero un luogo destinato a ospitare individui che si discostano dalle principali norme sociali[16]. Il carcere, però, non è solo uno spazio di esclusione, ma un microcosmo in cui si riproducono dinamiche di potere e forme alternative di socialità. In questo contesto, le organizzazioni criminali trovano terreno fertile per consolidare la propria struttura e perpetuare le proprie attività.

Si pensi a come le organizzazioni mafiose: ‘Ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra, Sacra corona unita, sfruttano le carceri per diversi scopi. In sintesi e volendo rappresentare per punti si può parlere di:

  • riorganizzazione interna àe strutture gerarchiche vengono mantenute e rafforzate all’interno del carcere, garantendo continuità alle attività criminali[17];
  • reclutamento e radicalizzazione à la detenzione offre l’opportunità di reclutare nuovi membri, specialmente tra i detenuti comuni che vedono nelle organizzazioni criminali un mezzo di protezione e sostentamento[18];
  • comunicazioni con l’esternoà nonostante le misure di sicurezza, le mafie trovano modi per mantenere i contatti con l’esterno tramite avvocati, familiari e codici segreti[19].

Nel contesto carcerario, le organizzazioni mafiose, pertanto, esercitano un controllo capillare attraverso diverse strategie. Si pensi alla gestione economica nella quale si rintraccia il c.d. controllo del mercato nero interno, inclusi droga, sigarette e telefoni cellulari[20]: la violenza e intimidazione mediante l’uso della forza, non ex art 41 o.p., ma quella volta a mantenere la disciplina tra detenuti stessi e garantire l’omertà[21]; la corruzione delle istituzioni. È indubbia l’influenza su personale penitenziario, medici e avvocati compiacenti per ottenere favori o eludere controlli

Negli ultimi decenni, le istituzioni hanno adottato diverse misure per contrastare l’infiltrazione mafiosa nelle carceri. Si pensi al:

  • regime di isolamento 41-bis[22]: introdotto in Italia dalla legge 10 ottobre 1986, n. 663 “Legge Gozzini”, che venne significativamente ampliata in seguito alla strage di Capaci del 1992 con l’obiettivo di impedire ai detenuti che si potessero mantenere contatti con l’esterno e di continuare a gestire le attività criminali da dietro le sbarre. L’interruzione della comunicazione tra detenuti mafiosi e l’esterno, ha dimostrato una certa efficacia, ma ha sollevato anche questioni legate ai diritti umani[23], su cui si articolerà in seguito.
  • monitoraggio delle comunicazioni: una sorveglianza più rigorosa su lettere, telefonate e visite per prevenire lo scambio di informazioni[24];
  • programmi di deradicalizzazione e rieducazione: strumenti atti a prevenire il reclutamento e offrire alternative e tutele ai detenuti più vulnerabili[25].

Il carcere, in quanto spazio eterotopico, si rivela, pertanto, non solo come un luogo di isolamento ma è un ambiente in cui le dinamiche sociali e di potere continuano a evolversi. Un luogo in cui proliferano allo stato attuale i peggiori illegalismi che minano la democrazia e la sicurezza interna agli istituti ma anche dell’intero Paese, lì dove le consorterie mafiose comandano e hanno il tempo di organizzare riorganizzare e espandere il loro dominio. Si pensi alla lotta che le Procure, le Direzioni distrettuali antimafia e la Direzione Nazionale Antimafia compiono quotidianamente per arginare la criminalità organizzata e al fallimento di non riuscire a gestire con adeguatezza i vari fenomeni all’interno degli istituti. Servono più risorse, più investimenti su impiego di uomini formati con specifiche competenze per le criticità di che trattasi, penso alla necessaria previsione di attività di intelligence penitenziaria che potrebbero svilupparsi in una neo-struttura multilevel.  

La criminalità organizzata, ad oggi, sfrutta questa falla per mantenere la propria influenza e perpetrare il controllo sulle attività illecite anche da dentro le mura. Le misure di contrasto adottate dallo Stato hanno avuto sino ad oggi un impatto significativo ma non totalmente incisivo perché il problema persiste e l’uso di telefonini dal carcere, il commercio degli stessi, i comandi e gli ordini di morte dal carcere, o peggio il commercio e spaccio di stupefacenti ne sono una dimostrazione. Servirebbe un approccio completo che combini misure repressive, prevenzione e riforme strutturali dell’intero sistema di sicurezza penitenziaria contemperate alle previsioni costituzionali. Bisogna partendo da un modello di civiltà e di speranza in cui il tema della sicurezza intramuraria non venga associato a politiche securitarie, ma rappresenti l’elemento primo per garantire i diritti umani, di tutti nessuno escluso soprattutto delle fasce di detenuti più deboli di cui la criminalità dentro le mura si serve.

4. Le mafie in carcere: dinamiche, controllo e impatto sociale

Le organizzazioni mafiose, come accennato nelle pagine precedenti, esercitano un potere capillare non solo nelle strade ma anche all’interno delle carceri. Le strutture detentive, pur essendo pensate per isolare i criminali dalla società, diventano spesso luoghi di riorganizzazione e consolidamento delle consorterie mafiose. Un aspetto a cui si dovrà dedicare uno studio specifico e sul quale prestare molta attenzione è il correlato argomento dei circuiti detentivi e al procedimento di declassificazione in capo a una persona ristretta.  Analizzare il fenomeno delle mafie in carcere, il loro sistema di controllo interno e l’impatto sulle politiche penitenziarie è non solo utile, ma oggi più che mai necessario. Farlo con una progettualità che parta dalla Calabria è un importante segnale, concreto e di valore comunicativo sociale molto importante, ossia che sui terreni del contrasto alla criminalità le Istituzioni non sono disposte ad indietreggiare neanche di un millimetro.

Più in generale, al fine di scalfire queste reti di protezione erette a favore dei boss mafiosi è necessario, inoltre, sottolineare come una particolare attenzione debba essere rivolta alla situazione intramuraria, non solo dal punto di vista dell’ordine pubblico e della sicurezza all’interno degli istituti, ma anche per prevenire e limitare la capacità delle organizzazioni di prosperare e crescere entro le mura dei penitenziari. Si fa riferimento all’esigenza sempre più avvertita di adottare ogni cautela finalizzata ad impedire l’ingresso di materiale di telecomunicazione sempre più sofisticato e con dimensioni sempre più ridotte, che potrebbe superare i controlli del personale preposto. La disponibilità di telefonini consentirebbe infatti ai detenuti di rimanere in contatto con il mondo esterno e ai mafiosi con le loro organizzazioni di riferimento, continuando ad esercitare la funzione di comando e vanificando le specifiche misure di separazione dal mondo esterno. Il fenomeno è confermato, ad esempio, dal ritrovamento nel Carcere di Melfi (PZ), nel marzo 2023 in seguito a controlli eseguiti dalla Polizia penitenziaria, di alcuni telefonini cellulari muniti di cavetti e caricabatteria, oltre a 400 grammi di hashish. Eclatante, poi, l’evasione di un elemento di spicco della mafia garganica appartenente ad un clan di Vieste (FG), avvenuta il 24 febbraio 2023 dal Carcere di Badu e Carros (NU) dove era detenuto in regime di “alta sicurezza”.[26]

Mi si consenta qualche fatto di cronaca recente, al fine di meglio fotografare e analizzare la problematica:

PALERMO: 180 arresti, «Boss in carcere con cellulari criptati: organizzavano summit in videochiamata e traffico di droga». L’inchiesta, condotta dai carabinieri e coordinata dal procuratore Maurizio de Lucia e dall’aggiunta Marzia Sabella, racconta gli affari dei clan, i soldi della droga, tornata centrale nell’agenda di Cosa nostra che tesse alleanze sempre più strette con la ndrangheta, le estorsioni a tappeto e la nostalgia per i boss del passato. E lancia l’allarme sulla rete di cellulari criptati trovati nelle carceri, dove i capimafia detenuti, grazie ad apparecchi sofisticatissimi, riescono a comunicare con l’esterno e a organizzare summit in video-chiamata.  Grazie ai telefonini i padrini hanno potuto creare vere e proprie chat di gruppo con altri mafiosi, alcuni liberi, altri in cella, per parlare indisturbati di affari. Una scoperta che gli inquirenti hanno fatto intercettando due mafiosi che, accortisi del malfunzionamento dei loro dispositivi, hanno fatto ricorso a un altro apparecchio ugualmente criptato. Cito una dichiarazione del Procuratore Agg. di Catania che di settore penitenziario avrebbe molto da insegnarci Ardita: «Un telefono in mano a un boss in carcere è il mezzo con cui si ordina un omicidio, e ne entrano a migliaia. Le carceri sono sotto il controllo della criminalità mafiosa. La prova è l’impennata di reati, atti di autolesionismo e suicidi»[27].

In occasione di un evento pubblico, lo stesso Garante denunciava pubblicamente, nel luglio scorso  preoccupata, un’impennata di reati registrati a livello nazionale: il ritrovamento di stupefacenti e di telefonini segnavano rispettivamente più 400% e più 600%.

ROSSANO: 3 MAGGIO 2025 Rossano, cellulari e droga in carcere. Sappe: “Fenomeno diffuso”, “Sono sempre più frequenti gli episodi i ritrovamenti di telefoni cellulari e droga all’interno delle carceri – affermano Giovanni Battista Durante, segretario generale aggiunto del Sappe e Francesco Ciccone, segretario regionale – grazie al lavoro della Polizia Penitenziaria che opera con pochi mezzi e scarse risorse umane”. “E’ sempre più sentita l’esigenza di schermare gli istituti penitenziari per evitare che i telefoni cellulari che vengono introdotti e detenuti illegalmente possano funzionare, come invece avviene oggi. Riteniamo che sia l’unica forma di prevenzione possibile, atteso che l’introduzione di uno specifico reato nel codice penale non ha sortito gli effetti sperati”.[28]

ROSSANO: 15 FEBBRAIO 2025, Dopo un’attenta ispezione, all’interno del pallone sono stati scoperti tre smartphone, probabilmente destinati ai detenuti. Secondo le prime ricostruzioni, il pallone sarebbe stato lanciato dall’esterno, sfruttando un metodo ormai noto per far arrivare oggetti vietati all’interno dell’istituto.

ROSSANO: 5 DICEMBRE 2024, Trenta cellulari scoperti e sequestrati nel carcere di Rossano. Le indagini hanno permesso di portare alla luce un vero e proprio traffico. I telefoni, infatti venivano venduti da un gruppo di detenuti.

ROSSANO 18 APRILE 2024. Blitz nel carcere di Corigliano Rossano, rinvenuti droga e quindici smartphone. La casa circondariale di contrada Ciminata Greco continua ad avere numerose falle nella sicurezza. Nonostante l’impegno incessante delle forze dell’ordine e le continue perquisizioni, il fenomeno non sembra attenuarsi. Il carcere di Rossano si conferma uno degli istituti dove la presenza di strumenti di comunicazione non autorizzati e sostanze stupefacenti rappresenta un problema strutturale. Le scoperte di droga e cellulari, infatti, si susseguono con una frequenza allarmante, mettendo in luce le difficoltà nel contenere questi flussi illegali all’interno del sistema carcerario.

ROSSANO FEBBRAIO 2024 Carcere di Corigliano Rossano, nascosti nelle celle 130 telefonini usati da boss e picciotti. Blitz della Polizia Penitenziaria. Ritrovati pure stupefacenti e coltelli. Sembra d’essere tornati ai tempi di Cutolo quando era possibile fare tutto. Una incredibile falla testimoniata dal clamoroso risultato ottenuto da una operazione condotta dalla Polizia penitenziaria nel carcere di Corigliano Rossano. Decine di agenti provenienti da altri istituti di reclusione della regione hanno controllato per quasi 12 ore, ogni angolo della struttura ritrovando 130 telefoni cellulari nascosti all’interno di celle, bagni, aree destinate al lavoro e alle attività sportive. Con i cellulari – ma in Italia ne è stato sequestrato un numero così alto all’interno di un carcere – sono stati rinvenuti coltelli e sostanza stupefacente di vario genere. L’operazione è stata decisa dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) dopo una serie di gravi anomalie riscontrate negli ultimi tempi. La casa circondariale rossanese ospita detenuti ristretti nel settore dell’alta sicurezza perché imputati o condannati per fatti di mafia. Non solo: nel penitenziario si trovano nel settore “As2” personaggi legati al terrorismo nazionale e internazionale. A Rossano, negli anni scorsi, vennero trasferiti persino alcuni prigionieri che erano rinchiusi nel famigerato centro di prigionia di Guantanamo, allestito e poi chiuso dagli Stati Uniti. Si tratta di persone inserite nei circuiti del cosiddetto radicalismo islamico che ha i suoi riferimenti culturali e terroristici nel Daesh e in Al Qaeda. I telefonini, così come le armi bianche e la droga, tuttavia non sarebbero stati trovati nei reparti “abitati” dai presunti terroristi ma nelle altre aree dell’istituto di reclusione.  L’attenzione su Rossano resterà alta ed è tra le più preoccupanti.[29]

PAOLA: 25 SETTEMBRE 2024 Cellulari e droga nel carcere di Paola trovati dalla Polizia Penitenziaria. Rinvenuto sul muro di cinta del carcere di Paola un pacco contenente tre cellulari e un cospicuo quantitativo di hashish. La denuncia del dei sindacati: “Da maggio ad agosto, 32 eventi critici tra le sbarre dell’istituto penitenziario”.[30]

CATANZARO SIANO: 29 GENNAIO 2025. Un tentativo di introdurre 11 telefoni cellulari nel carcere di massima sicurezza di Siano, a Catanzaro, è stato sventato dalla polizia penitenziaria. Due giovani, un maggiorenne di 22 anni, R.M., residente a Isola Capo Rizzuto, e un minorenne di 15 anni, D.F., di Crotone, sono stati arrestati per il reato di procurata inosservanza delle misure detentive. Occultati dentro un pallone poi ricucito a mano e imbottito di schiuma.[31]

CATANZARO SIANO: 29 LUGLIO 2023. A seguito di una intensa attività di intelligence è stata effettuata una perquisizione presso una sezione di Alta Sicurezza dell’Istituto Penitenziario di Catanzaro, che ha consentito di ritrovare diversi cellulari all’interno di un carrello utilizzato per la distribuzione del vitto dei detenuti.[32]

È evidente come le mafie italiane, sono ampiamente presenti nelle strutture penitenziarie. Gli affiliati detenuti riescono a mantenere il contatto con l’esterno. Secondo uno studio del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP), il 30% dei detenuti per reati mafiosi riesce a mantenere un’influenza significativa sui territori di provenienza anche durante la detenzione[33]. Questo dato dimostra come la carcerazione non sia sufficiente per annullare il potere mafioso. All’interno delle carceri si sviluppano dinamiche interne nelle quali le organizzazioni mafiose riescono a imporre regole e gerarchie, spesso sostituendosi all’autorità dello Stato. Questo avviene attraverso diverse strategie:

  • Gerarchizzazione interna: I detenuti mafiosi seguono precise gerarchie, con ruoli stabiliti per garantire il rispetto e l’obbedienza.
  • Protezione e intimidazione: I membri delle mafie offrono protezione ai detenuti comuni in cambio di favori, creando un sistema di debiti di lealtà.
  • Gestione economica: Le mafie controllano il traffico di beni all’interno del carcere, inclusi droga, telefoni cellulari e denaro.

Un esempio significativo è il caso di Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata, che negli anni ’80 riuscì a dirigere la propria organizzazione direttamente dalla prigione di Ascoli Piceno[34], pare che i tempi bui del passato siano tornati e il collasso del sistema penitenziario ne è un’evidenza. L’infiltrazione mafiosa nelle carceri ha ripercussioni significative anche sulla società esterna. La capacità delle organizzazioni criminali di riorganizzarsi durante la detenzione mette in crisi l’efficacia del sistema carcerario quale strumento di rieducazione. Un recente rapporto dell’Antimafia evidenzia come la mancata applicazione rigorosa del 41-bis e le condizioni di sovraffollamento favoriscano la diffusione della cultura mafiosa tra i detenuti comuni, aumentando il rischio di nuove affiliazioni[35]. Il fenomeno delle mafie in carcere rappresenta una sfida complessa per lo Stato italiano sul piano politico, sul piano repressivo e soprattutto culturale a supporto delle prime due.[36] Una sfida per tutti noi. Se da un lato misure come il 41-bis hanno contribuito a limitare il potere delle organizzazioni criminali, dall’altro resta il problema della radicalizzazione e della cooptazione di nuovi membri, dei disordini che espongono sempre i detenuti più deboli e facilmente strumentalizzabili a discapito di chi crea e usa tali eventi critici per parlare di benefici penitenziari.

Gli esperti del settore penitenziario e dell’antimafia sono ben consapevoli che occorrono interventi strutturali più incisivi, come il potenziamento delle tecnologie di sorveglianza e una maggiore e specifica formazione del personale penitenziario, per contrastare efficacemente l’influenza mafiosa nelle carceri ragione prima di violazione dei diritti umani e della dignità dell’umanità reclusa. La vanificazione dell’umanizzazione prende avvio dalle storture del sistema. La sicurezza è baluardo per la difesa dei diritti umani e dell’umanità reclusa, ma della società tutta.

5. Mafie e diritti umani: un’analisi delle violazioni e delle risposte istituzionali

La criminalità organizzata costituisce una delle principali minacce ai diritti umani, esercitando un controllo sistemico sulla società attraverso violenza, corruzione e sopraffazione influenzando il funzionamento della democrazia e violando le libertà fondamentali delle persone. Ecco perché una volta analizzata la questione criminalità e sistema penitenziario è opportuno spiegare perché sia, ed in che termini vige una correlazione tra la mancata tutela dei diritti umani e l’incidenza delle mafie sulle già menzionate violazioni.

Si analizzerà di seguito la relazione tra mafia e diritti umani, evidenziando le principali violazioni e le risposte istituzionali messe in atto per contrastarle. Le mafie operano attraverso metodi che violano sistematicamente diversi diritti umani fondamentali. Tra le principali violazioni si possono elencare:

  • Diritto alla vita e alla sicurezza: L’uso della violenza, incluse esecuzioni, intimidazioni e scomparsa forzata di individui, costituisce una minaccia diretta alla vita umana[37], si pensi alle minacce intramurarie a persone detenute, da parte di capimafia o affiliati, che incutono nel soggetto minacciato il timore di ritorsioni all’esterno sui propri affetti.
  • Diritto alla libertà personale: Le organizzazioni mafiose praticano il controllo sulle persone detenute più fragili e vulnerabili limitando di fatto la libertà degli individui trascinati in queste dinamiche[38].
  • Libertà di espressione: si pensi a come spesso giornalisti e attivisti antimafia sono frequentemente oggetto di minacce e aggressioni nel tentativo di limitare la loro libertà di denuncia[39], il tema della criminalità organizzata in carcere non può essere un incarico demandato a poche donne e uomini dello Stato che con coraggio e abnegazione compiono il loro dovere consapevoli dei rischi a cui vanno incontro.

Così rappresentate, le mafie non solo violano direttamente i diritti umani, ma minano anche il funzionamento di tutte le istituzioni democratiche deputate alla garanzia dei predetti diritti. Questo avviene attraverso:

  • Corruzione e infiltrazione nelle istituzioni: Le mafie condizionano le amministrazioni pubbliche tramite la corruzione, ostacolando la trasparenza e l’efficienza dello Stato[40] (penso in particolare alla destrutturazione del sistema sanitario penitenziario che ha favorito molte scarcerazioni per l’incapacità di resistere alle pressioni o peggio di non essere stato in grado di offrire degli adeguati livelli di assistenza sanitaria intramuraria, In Calabria questo ufficio lavorerà con gli attori istituzionali preposti, ad una riforma della sanità penitenziaria che sia un progetto di legalità volto a sconfiggere le mafie da dentro).
  • Erosione della fiducia pubblica: La percezione di uno Stato incapace di proteggere i cittadini favorisce l’omertà e il consolidamento del potere mafioso[41] dentro e fuori le mura (un sistema penitenziario che non riesce a dare risposte in termini di efficienza non solo viola i diritti delle persone private della libertà personale cui abbiamo fatto cenno, i più deboli, ma imbruttisce la comunicazione intorno al tema del carcere. Tutto ciò favorisce una comunicazione distorta di quelli che possono e devono essere gli strumenti di riordino del settore penitenziario quindi di maggior tutela e di garanzia tanto per i cittadini reclusi quanto per i cittadini liberi).
  • Compromissione del sistema giudiziario: Intimidazioni e omicidi di magistrati e forze dell’ordine rendono difficile la lotta contro il crimine organizzato[42] (l’attuale distopia carceraria, a parere di chi scrive e di tutti gli addetti ai lavori che abbiano competenze su carcere antimafia, è il segnale evidente che i tempi bui sono tornati. Sta a noi virare verso quella costruzione di welfare-state penitenziario che realmente garantisce i diritti. Per fare ciò bisognerà sensibilizzare la società civile tutta al fatto che il carcere non è qualcosa di altro dalla società e soprattutto bisognerà sensibilizzare le giovani generazioni ad affiancare con sempre maggior forza l’impegno dei magistrati, soprattutto di quelli dell’antimafia).

Negli ultimi decenni, gli Stati e le organizzazioni internazionali hanno adottato diverse misure per contrastare le mafie e proteggere i diritti umani. Tra le principali strategie si segnalano: normative antimafia e confisca dei beni: La legislazione italiana prevede il sequestro e la confisca dei beni mafiosi per ridurre il potere economico delle organizzazioni criminali[43];  protezione dei testimoni e dei collaboratori di giustizia: Programmi di protezione sono stati attivati per garantire la sicurezza di coloro che denunciano le attività mafiose[44], interventi della comunità internazionale: Organizzazioni come l’ONU e l’UE promuovono iniziative contro la criminalità organizzata, evidenziando il legame tra mafie e diritti umani[45].

Le mafie oggi rappresentano sempre più una minaccia non solo alla sicurezza pubblica, ma anche ai diritti fondamentali dell’uomo. Sebbene siano stati compiuti progressi significativi nella lotta contro il fenomeno mafioso, resta fondamentale un impegno costante da parte delle istituzioni e della società civile per garantire una difesa efficace dei diritti umani e il rafforzamento dello Stato di diritto.

6. La ‘Ndrangheta in carcere: dinamiche di potere e strategie di controllo.

La ‘Ndrangheta, una delle organizzazioni criminali più potenti al mondo, mantiene una forte presenza anche all’interno delle carceri italiane. Di fonte agli uomini della ‘Ndrangheta, si avverte qualcosa di invisibile come l’altra faccia della luna, qualcosa che ha sede in un altrove lontano, presente ma celato, nascosto forse proprio nel sottosuolo della integrazione pervasiva e silente che sporca e altera qualsiasi ambiente dove riesce a ramificarsi.

Nonostante la detenzione, molti affiliati riescono a mantenere ed esercitare un controllo sulle attività criminali esterne e a consolidare la struttura dell’organizzazione. Questo articolo analizza le dinamiche interne della ‘Ndrangheta nelle carceri, le strategie adottate per mantenere il potere e le risposte istituzionali per contrastarne l’influenza.

Secondo i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP), un numero significativo di detenuti per reati legati alla ‘Ndrangheta continua a mantenere legami con l’esterno e a esercitare influenza all’interno delle strutture detentive[46]. Il carcere, anziché rappresentare un ostacolo, diventa spesso un luogo di riorganizzazione e reclutamento per l’organizzazione criminale.

L’influenza della ‘Ndrangheta nelle carceri ha un impatto significativo sulla sicurezza interna e sul sistema penitenziario. La capacità dell’organizzazione di mantenere il controllo anche in detenzione evidenzia le difficoltà delle istituzioni nel contrastare efficacemente la più pericolosa e forte forma di criminalità organizzata. La necessità di riforme nel sistema carcerario, con un rafforzamento delle misure di sicurezza e un migliore coordinamento tra forze dell’ordine e autorità giudiziarie, rimane una priorità per lo Stato italiano. L’analisi del fenomeno della ‘Ndrangheta in carcere mostra come il sistema detentivo possa diventare un terreno fertile per la criminalità organizzata. Un approccio integrato, che combini misure repressive con programmi di rieducazione e monitoraggio più efficace, potrebbe rappresentare una strategia vincente per indebolire il potere mafioso all’interno delle carceri italiane. Il sistema penitenziario italiano è crollato. Siamo sull’orlo del baratro. Abbiamo una guerra in casa. Uno dei motivi principali è dettato dal fatto che negli anni scorsi si è assistito purtroppo a una sorta delega implicita all’autogestione. Derogare alla legge emettere regolamenti e circolari confuse ha portato alla degenerazione del sistema e al rafforzare le realtà della criminalità interna al carcere.  Sostanzialmente si è rinunciato alla sicurezza, al controllo, all’assistenza e alla gestione della vita intramuraria da parte dello Stato mediante un processo pericolosissimo per chi conosce il carcere: quello di lasciare le celle aperte sul fondamento che garantire maggiori spazi sarebbe stato meno lesivo dei diritti umani. Non solo abbiamo tradito il dettato costituzionale, ma abbiamo tradito lo Stato. È lì che le maglie pervasive della criminalità feroce e divoratrice si è impossessata dell’intro sistema penitenziario a discapito di quei pochi uomini della legge, che come noi, ancora oggi sono in prima linea e cercano di contenere ove possibile questa lotta. Abbiamo ragazzi, figli di famiglia, padri e madri nelle sezioni che, quando lasciano le loro case non sanno se vi faranno ritorno e in che condizioni. In questi anni abbiamo raccolto lacrime e dato, per quello che potevamo supporto morale e professionale, perché doveva essere fatto senza arretrare mai. Ma abbiamo intercettato anche il dolore dei detenuti più deboli che subiscono dalla ‘ndrangheta un’egemonia carceraria pericolosa.  Le cosiddette “celle aperte” hanno progressivamente eroso e deteriorato la vita penitenziaria di tutti. Ci sono detenuti che possono essere recuperati e che se li lasciamo in queste condizioni li destiniamo all’impiego della criminalità. Noi non solo non possiamo permettercelo, sappiamo che non lo vogliamo.

 Ne deriva la guerra epocale in atto, ne consegue che la corruzione si annoveri tra i principali ostacoli all’applicazione pratica delle norme e degli standard internazionali di rispetto dei diritti umani relativi tanto alla gestione degli Istituti di pena quanto al trattamento delle persone detenute. Quando parliamo di corruzione intramuraria bisognerebbe altresì soffermarsi sulla distinzione tra fenomeno mafioso da combattere e fenomeno mafioide da disinnescare.

Tornando ai detenuti: il trattamento deve essere applicato nel rigore della legge e nella sicurezza. Solo così è esso stesso indice di fiducia eso ed endo penitenziaria. Quando quel criminale uscirà di prigione da uomo libero e rieducato avremo vinto tutti e il dominio delle mafie avrà confini più ridotti. Oggi la persona riacquista la libertà da criminale al quadrato. Lo si rappresenta dall’osservatorio privilegiato dell’Ufficio del Garante dei privati della libertà, ma soprattutto da chi sceglie la prima linea a difesa dei più alti valori dello Stato, della democrazia e dei diritti senza se e senza ma contribuendo a  una nuova cultura dell’antimafia penitenziaria.

Alla programmazione dell’auspicata riforma serve una risposta operativa di un sistema che sia coordinato e preparato, che non si volti dall’altra parte: una struttura specializzata in attività scientifica antimafia intramuraria. Le emergenze e le situazioni complesse vanno gestite studiando le dinamiche oltre l’intervento sul singolo episodio emergenziale.

Il problema della criminalità  è molto complesso, e non si può pensare di risolvere un fatto complicato nell’immediatezza dei tempi. Nessuna soluzione sarà definitiva se alla repressione non uniamo una armonica e reticolare sfida culturale. Tentare di penetrare una maglia così intricata come quella del fenomeno ‘ndranghetista intramurario è compito arduo e rischioso. Serve avviare una riflessione sistematica partendo da fatti noti, studiandoli, analizzandone le connessioni con il mondo esterno. Spesso nelle ricerche scientifiche che guardano a fenomeni così impenetrabili bisogna trovare varchi di comprensione con quella metodologia Falcone-Borsellino, scavare canali lì dove apparentemente non ve ne sono e soprattutto curare un’interlocuzione costante con le istituzioni e le professionalità a più livelli coinvolte. È il caso di costruire, magari partendo dalla Calabria un lavoro di ricerca interistituzionale. L’istituzione detentiva mostra un prolifico campo di studio poiché permette non solo la raccolta di dati di prima mano in incontri studio sulla metodologia delle clinical law, ma può aiutare ad osservare il comportamento dei detenuti dentro il contesto carcerario, rilevando come l’antropologia ‘ndranghetista reagisce alla reclusione, alla condanna per associazione mafiosa, all’atteggiamento nei confronti della giustizia.  

Chi conosce il carcere è ben consapevole che servirà una progettualità multidisciplinare, condivisa sulla base di valori granitici e inderogabili e soprattutto si dovrà affidare tale progettualità sperimentale a donne e uomini che in scienza e coscienza lavorano per la giustizia che si radica nei più forti ideali costituzionali: quelli dell’uguaglianza e della tutela della dignità delle persone, di tutti nessuno escluso. La garanzia di uno stop alla pervasività mafiosa dentro le mura è dettata da una cultura dell’antimafia sociale a supporto degli operatori di giustizia che agiscono a livello repressivo. Questo aiuterebbe a registrare anche in che misura % la cultura dell’antimafia penitenziaria abbatte il rischio di recidiva o peggio di sodalizi e connivenze intramurarie. Si sta procedendo verso la realizzazione di un codice etico dell’Antimafia penitenziaria da condividere con tutte le istituzioni e gli attori interessati dalle politiche carcerarie e che direttamente o indirettamente scelgono di impegnarsi per un percorso di speranza che sia frutto di quel movimento culturale che, per mutare le parole di Paolo Borsellino, sensibilizzi tutti sulla bellezza della libertà e sulla necessità di opporsi al compromesso morale, all’indifferenza e alla complicità. 


[1] Garante Regionale per la Calabria dei diritti delle persone private della libertà personale, Avvocato, Professore a contratto, Phd. in Diritto ed Economia presso Università Mediterranea di Reggio Calabria (GIUR 17/A).

[2] Audizione del 19 febbraio 2025 del Garante in Commissione Consiliare Contro il Fenomeno della ‘Ndrangheta, della Corruzione e dell’Illegalità Diffusa Consiglio Regionale della Calabria.

[3] S. ARDITA, Al di sopra della legge. Come la mafia comanda del carcere, Solferino, 2022.

[4] S. ARDITA, op.cit., p. 53.

[5] N. DALLA CHIESA, La convergenza. Mafia e politica nella seconda Repubblica, Melampo, 2010.

[6] Atteggiamento di chi pur non essendo intraneo alla mafia o contiguo, pone in essere comportamenti di derivazione tipica degli uomini e delle donne appartenenti alle consorterie mafiose. Tipico atteggiamento che usa strumenti, atteggiamenti volti a delegittimare la persona e il suo operato. Quasi sempre si rivolge verso coloro che rappresentano un ostacolo all’immoralità. Etica e moralità dell’agire sono i primi nemici dell’antimafia.

[7] N. detenuti presenti al 31 marzo 62.281 su una capienza regolamentare di 51.283; – il ritrovamento di stupefacenti e di telefonini segnano rispettivamente + 400% e + 600% negli ultimi anni; – 90 persone private della libertà e 7 agenti si sono suicidati nel 2024 e n. 25 dall’inizio del 2025. Nella sanità penitenziaria il dramma è particolarmente evidenziato dalle problematiche nascenti in capo alla gestione dei soggetti psichiatrici, delle persone tossicodipendenti che spesso vengono gestiti negli istituti con i detenuti c.d. comuni. Sulla sanità penitenziaria è auspicabile una riforma normativa condivisa con le singole regioni al fine di mettere a sistema; il personale è diminuito per effetto dei pensionamenti di 18mila unità, solo in piccolissima parte compensato dai nuovi concorsi e dalle nuove assunzioni. Le criticità afferenti al Corpo di Polizia Penitenziaria non solo si ripercuotono sulla dignità del servitore dello Stato, ma incidono notevolmente su quei principi di legalità e umanità che dentro un carcere devono essere sempre garantiti alla persona a qualunque titolo si trovi ad abitare quei luoghi.  Non è solo questione di numeri e risorse, ma attraverso i dati si vuole esprimere l’appello ormai inderogabile dello strumento culturale necessario ad affrontare la crisi epocale della giustizia penitenziaria.

[8] Il tema dell’alterità e dell’educazione affettiva in carcere trova spazi nella sfida riparativa che la teologia mette al servizio della giustizia. Si pensi al pensiero delle periferie dell’umano in C. m. Martini.

[9] Le cliniche legali offrono numerosi vantaggi, come lo sviluppo di competenze pratiche, una migliore comprensione della realtà professionale, un senso di responsabilità sociale e un maggiore coinvolgimento nel processo di apprendimento. 

[10] Progetto Garante e Istituzioni dell’Antimafia.

[11] Il caso Arghillà e le misure per ripristinare la legalità nelle periferie, www.mininterno.it.

[12] N. GRATTERI, A. NICASO, “Il Grifone”, op. cit., p. 155

[13] G. SARTARELLI, Pedagogia penitenziaria e della devianza Osservazione della personalità ed elementi del trattamento, Roma, 2022, p.36.

[14] Relazione semestrale DIA, pag.23, in https://direzioneinvestigativaantimafia.interno.gov.it/

[15] M. Foucault, “Des espaces autres”, 1967.

[16] M. Foucault, “Sorvegliare e punire”, 1975.

[17] Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, “Rapporto sulla criminalità organizzata nelle carceri italiane”, 2023

[18] G. Fiandaca, “Le mafie in carcere: reclutamento e radicalizzazione”, Il Mulino, 2021.

[19] Ministero della Giustizia, “Tecniche di comunicazione mafiosa nelle carceri”, 2022.

[20] Commissione Parlamentare Antimafia, “Il mercato nero nelle carceri”, 2023.

[21] Associazione Antimafia Libera, “Violenza e controllo mafioso in ambito penitenziario”, 2022.

[22] Sul tema del 41 bis in questo articolo solo accennato, verrà dedicato un intero articolo nella più ampia dimensione del contrasto al crimine organizzato.

[23] Legge 354/1975, “Ordinamento Penitenziario e regime speciale 41-bis”.

[24] Ministero dell’Interno, “Rapporto annuale sulle intercettazioni nelle carceri”, 2023.

[25] Transparency International, Corruzione nel sistema penitenziario, 2023. ONU, in Strategie di deradicalizzazione nelle strutture detentive, 2022.

[26]Relazione 2024 Direzione Investigativa Antimafia, I semestre 2023, in direzioneinvestigativaantimafia.interno.gov.it.

[27]L. Sirignano, Mafia, maxi operazione a Palermo: oltre 180 arresti. «Boss in carcere con cellulari criptati: organizzavano summit in videochiamata», febbraio 2025, in Corriere della sera, https://www.corriere.it/.

[28] Organizzazione Sindacale SAPPE, Rossano, cellulari e droga in carcere. Sappe: “Fenomeno diffuso”, in Quotidiano del Sud, https://www.quotidianodelsud.it/calabria.

[29] A. BADOLATI, Carcere di Corigliano Rossano, nascosti nelle celle 130 telefonini usati da boss e picciotti, 11 febbraio 2024, https://cosenza.gazzettadelsud.it/.

[30]Nota Sindacale, Carcere di Paola, sequestrato un pacco contenente hashish e tre cellulari, 24 settembre 2024, https://www.corrieredellacalabria.it.

[31] Catanzaro, tentano di introdurre cellulari nel carcere con un pallone: due arresti, in Quotidiano del Sud, https://www.quotidianodelsud.it/calabria.

[32] Perquisizioni al carcere di Catanzaro: scovati cellulari nei carrelli della mensa, in La Nuova Calabria, 29 luglio 2023, https://www.lanuovacalabria.it/.

[33] Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, “Relazione annuale sulle carceri italiane”, 2023.

[34] G. Imposimato, “Mafia e carcere: il potere criminale dietro le sbarre”, Edizioni Laterza, 2015.

[35] Commissione Parlamentare Antimafia, “Rapporto annuale sulle infiltrazioni mafiose nel sistema penitenziario”, 2023.

[36] Anno LII, 2010, Numero 2, Pagina 128 LO STATO E LA SFIDA DELLE MAFIE, Il Federalista in rivista di politica https://www.thefederalist.eu/

[37] Amnesty International, “Rapporto sui diritti umani e la criminalità organizzata”, 2023.

[38] ONU, “Tratta di esseri umani e organizzazioni criminali”, 2022

[39] Reporters Without Borders, “Libertà di stampa e minacce mafiose”, 2023.

[40] Transparency International, “Corruzione e infiltrazione mafiosa nelle istituzioni”, 2022.

[41] Dipartimento Antimafia Italiano, “La percezione della mafia nella società civile”, 2023.

[42] Ministero della Giustizia, “Rapporto sulla criminalità organizzata e la magistratura”, 2022.

[43] Legge 109/1996, “Confisca dei beni mafiosi e riutilizzo sociale”.

[44] Programma di Protezione Testimoni, Ministero dell’Interno, Italia.

[45] ONU, “Strategie internazionali contro la criminalità organizzata”, 2023.

[46] Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, “Relazione annuale sulla criminalità organizzata nelle carceri italiane”, 2023.

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