Anno XX – Numero 236 – Serie 8/26

Agosto 2026

Bosnia, un fragile limbo. Dayton, la “grande Serbia”, la Turchia neo-ottomana

Autore articolo

ABSTRACT: Il presente contributo analizza l’attuale momento della Bosnia-Erzegovina, evidenziando i suoi deficit strutturali, derivanti dallo stesso processo costitutivo bosniaco gemmato dagli accordi di pace di Dayton del 1995, nonché dalla complessa eredità storica che ne ha condizionato inevitabilmente l’assetto socio-istituzionale.

La fragile Bosnia paga il prezzo dell’assertività dell’etno-nazionalismo serbo che si concreta nel progetto della “grande Serbia”, incarnato dalla Republika Srpska, formidabile cavallo di Troia per le aspirazioni di Belgrado. Risulta un ulteriore condizionamento per Sarajevo, il disegno neo-ottomano turco che valuta la Bosnia come una delle sue più importanti direttrici strategiche. Gli Stati Uniti, di contro, scommettono sulla permanenza di Sarajevo, in un limbo, precario ma preferibile allo scoppio di un nuovo conflitto nei Balcani.

This paper analyses the current moment of Bosnia-Herzegovina, highlighting its structural deficits, deriving from the same Bosnian constitutive process that sprouted from the Dayton Peace Accords of 1995, as well as from the complex historical legacy that has inevitably conditioned its socio-institutional structure.

Fragile Bosnia pays the price of the assertiveness of Serbian ethno-nationalism that materializes in the project of the “greater Serbia”, embodied by the Republika Srpska, a formidable Trojan horse for Belgrade’s aspirations. A further conditioning for Sarajevo is the Turkish neo-Ottoman design that considers Bosnia as one of its most important strategic directions. The United States, on the other hand, bets on the permanence of Sarajevo, in a limbo, precarious but preferable to the outbreak of a new conflict in the Balkans.

PAROLE CHIAVE: Bosnia-Erzegovina; Balcani; Republika Srpska; Nato; Nazionalismo etnico; Neo-ottomanesimo.

KEYWORDS: Bosnia and Herzegovina; Balkans; Republika Srpska; NATO; Ethnic Nationalism; Neo-Ottomanism.

SOMMARIO: 1. L’ircocervo Bosnia-Erzegovina. – 2. La Republika Srpska, mina vagante pronta a deflagrare. – 3. Il nazionalismo croato e il ruolo di Bruxelles. – 4. La postura neo-ottomana della Turchia -5. Gli Stati Uniti puntano al limbo.

1.L’ircocervo Bosnia-Erzegovina

La Bosnia-Erzegovina, in sineddoche Bosnia, è perfetta metafora geopolitica dei Balcani, sublimazione dell’essenza composita e conflittuale della turbolenta penisola, di cui ne ha seguito le sorti, attraverso un percorso beffardo e parallelo.

I Balcani per secoli hanno rappresentato la linea di demarcazione tra mondo europeo, culturalmente cristiano e mondo turco, culturalmente musulmano, a loro volta declinati nelle forme imperiali asburgica e ottomana. A questa diade a partire dal XVIII secolo si inserì l’impero zarista.

Questi imperi divennero gli avvocati d’ufficio, nominati dalla storia, atti a rappresentare le popolazioni locali: gli slavi ortodossi “sotto tutela” di Mosca, gli slavi convertiti all’islam e ibridati con i turchi, sotto Costantinopoli e gli slavi cattolici (croati e sloveni) afferenti a Vienna.

Un relativo equilibrio, tinto dal sangue di cruente lotte, delineò per secoli il panorama balcanico modellando un crogiolo di etnie, fedi religiose e lingue, contenuto dai talloni imperiali fino alla prima guerra mondiale che determinò l’exitus degli imperi asburgico, ottomano e russo.

La caduta degli imperi generò un processo di frammentazione geopolitica “a cascata” che continua a produrre fibrillazioni fino ai giorni nostri. Se la Jugoslavia nella sua forma monarchica prima e socialista (federale) poi, ebbe l’arduo ruolo di contenere l’entropia balcanica, il suicidio sovietico del 1989-1991 aprì il vaso di Pandora del caos interetnico.

Il 1991 segnò un “tana libera tutti” che stimolò gli appetiti delle medie potenze europee, all’interno di una trama ordita e gestita da dietro le quinte da Washington in piena sbornia unipolare.

La composizione a tavolino del puzzle balcanico non riuscì appieno, troppo complesso il riquadro.

A sparigliare le tessere fu un mix fatale di incapacità e massimalismo delle elites locali, la sussistenza di numerosi e storici focolai di tensione pressochè irrisolti, e la straordinaria profondità e varietà della dimensione antropologica delle popolazioni autoctone.

La Germania (con il placet della Sante Sede) avvallò l’indipendenza croata e slovena, Londra perfetta nel suo ruolo di ancella di Washington, assieme a Parigi, si schierarono fermamente contro la Serbia, l’Italia colta da amnesia del suo ruolo da protagonista fino ad allora ricoperto nei Balcani, sopraffatta dagli eventi, fu costretta a seguire a rimorchio le altre capitali europee. Per Belgrado non ci fu nessuna chance, complice anche il cieco furore nazionalista di Slobodan Milosevic e soci.

Venne il turno della Bosnia-Erzegovina, in cui, a seguito della dichiarazione di indipendenza del 3 marzo 1992, si scatenò il più lungo e sanguinoso conflitto dei Balcani. Contrariamente alle altre repubbliche ex-jugoslave, in Bosnia non si reclamò una secessione unitaria poiché non esisteva una comunità omogenea egemone, piuttosto i tre popoli che la popolavano perseguivano progetti statuali differenti e incompatibili tra loro che si tradussero in un feroce conflitto interetnico. Tra il 1992 e il 1995 perirono circa 100.000 persone a cui si aggiunsero oltre due milioni di profughi[1]. La mattanza fu interrotta dal deus ex machina a stelle e strisce, che avocò a sé la risoluzione del conflitto rimediando all’ inefficacia delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti dapprima intervennero direttamente manu militari sotto spoglie Nato, utilizzata per la prima volta in una missione militare, con una massiccia campagna area (operazione Deliberate Force), per porre successivamente sigillo con il piano di pace elaborato a Dayton, in Ohio, presso la locale base della United States Air Force. Dall’accordo derivò oltre alla definitiva assegnazione della Slavonia orientale alla Croazia, la costituzione e l’intangibilità delle frontiere della Bosnia-Erzegovina, eletta dalle potenze occidentali a utile diaframma nel violento caos inter-etnico balcanico.

Dayton partorì un azzardo politico-istituzionale destinato a condannare la Bosnia alla perpetua instabilità e precarietà istituzionale. La Bosnia Erzegovina è una repubblica parlamentare federale composta da due entità: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (anche detta semplicemente Federacja) che comprende il 51% del territorio, a sua volta suddiviso in dieci cantoni e la Republika Srpska con il 49% del territorio, senza alcun cantone. A completamento del tutto, il distretto autonomo di Brcko, sotto tutela internazionale, appartenente in contemporanea ad entrambe le entità (!)[2]. Alle due entità è concessa libera giurisdizione ed amministrazione sulla maggior parte degli ambiti di governo, restando entrambe inquadrate nel comune assetto statale che ha competenza esclusiva su ristretti ambiti, quali la sovranità monetaria e la difesa.
 La presidenza è un organo collegiale tripartito, e secondo il principio del primus inter pares, è presieduta a rotazione tra i suoi componenti espressioni dei tre popoli costituenti: un serbo, eletto nella Republika Srpska, un croato e un bosgnacco eletti nella Federacja. La Bosnia ha un proprio parlamento comune alle due entità detto Assemblea. L’Assemblea si compone di due camere: la Camera dei Rappresentanti, con 42 membri eletti per due terzi nella Federacja ed un terzo nella Repubblica Serba; la Camera dei Popoli, con 15 membri: 5 bosgnacchi e 5 croati eletti nella Federazione, e 5 serbi eletti in Repubblica Serba.

Inoltre ciascuna entità è dotata di un parlamento locale: la Repubblica Serba di un’assemblea legislativa unicamerale, mentre la Federazione croato-musulmana di un organo bicamerale (oltre a prevedere delle ulteriori istituzioni locali per ognuno dei suoi dieci cantoni). 
Questo incubo istituzionale insolitamente perverso e frammentato è lo specchio della particolare composizione demografica bosniaca. Secondo il censimento del 2013[3], l’ultimo ufficiale in Bosnia, lo stato balcanico ha poco più di tre milioni e mezzo di anime così suddivise: bosgnacchi 50,1%, serbi 30,8%, croati 15,4 %, altri 2,7 %. Le etnie vivono sostanzialmente segregate, la Republika Srpska, è abitata da serbi per l’81.5 %, nella Federacja al contrario, bosgnacchi e croati costituiscono il 92,8 %.

Tale suddivisione si riverbera quasi identica anche nelle fedi religiose: l’islam sunnita raccoglie il 50,7 % dei bosniaci, l’ortodossia il 30,75 %, il cattolicesimo il 15,19 %.
I profondi strascichi della guerra e la successiva instabilità, hanno inciso pesantemente sulla demografia bosniaca. Rispetto al censimento del 1991, la Bosnia ha perso circa 900.000 abitanti, il tasso di fertilità è precipitato a 1.18 figli per donna[4], l’emigrazione è un flusso inarrestabile[5] verso la Mitteleuropa, l’età media molto alta[6].

La Bosnia è uno stato sorretto dall’esterno, senza il sostegno e la tutela internazionale[7] sarebbe già implosa, sulle vestigia di Dayton si gioca la (scarsa) credibilità dell’Occidente.

La frammentata composizione etnica del paese si rispecchia nella sua statualità mutilata e malfunzionante.  La macchina dello Stato è paralizzata, l’amministrazione pubblica, compresi gli organi di controllo come la magistratura, è organizzata su base etnica, ciò che più conta in Bosnia è la fedeltà etnico-politica, non il merito né la fedeltà alle istituzioni. Il settarismo etnico alimenta la corruzione, rendendo la Bosnia uno dei paesi più corrotti al mondo[8].

L’amministrazione pubblica è il controaltare dell’ethos “nazionale”. Non vi è una storia condivisa, sussistono narrazioni e immaginari differenti, addirittura contrastanti, non vi è un patrimonio valoriale che possa accomunare la popolazione o financo dei simboli che possano fungere da “aggregatore” di comune appartenenza.

Le divisioni interne si ripercuotono anche nella pedagogia nazionale, strumento per eccellenza a disposizione di uno Stato per cementare in un comune destino la propria collettività di riferimento.

Ha suscitato clamore il recente aggiornamento dei programmi scolastici nella Repubblica Serba. Nei libri di testo di storia, in un apposito capitolo, gli alunni dovranno studiare “la Republika Srpska e la guerra difensiva- patriottica”[9], in cui i leader serbo-bosniaci Ratko Mladić[10] e Radovan Karadžić[11], protagonisti della guerra del 1992-1995, entrambi condannati per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità, dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, sono esaltati come grandi patrioti che hanno contribuito a difendere la Repubblica dalle feroci aggressioni nemiche. Nulla viene detto della strage di Srebrenica[12]. Emerge inoltre, come sostrato, una potente sindrome d’assedio di cui soffre l’entità serbo-bosniaca, in cui ci si crede circondati dal nemico, l’intera “comunità internazionale”, che ordisce trame contro gli interessi della Repubblica.

Anche in politica estera emergono le profonde divisioni della società bosniaca. Se già il conflitto russo-ucraino e quello azero-armeno nel Nagorno-Karabakh avevano diviso il paese, la questione palestinese e il suo esacerbarsi a seguito del 7 ottobre 2023 e della guerra a Gaza, ha provocato ulteriori e profonde lacerazioni.

Ciascuno dei “tre popoli costituenti” sostiene la propria fazione attaccando gli altri, colpevoli di supportare la fazione sbagliata. La questione israelo-palestinese è letta attraverso le lenti bosniache per mezzo di parallelismi alquanto arditi. I bosgnacchi evidenziano la comunione di destini che lega i due popoli, quello dei musulmani di Bosnia e quello palestinese (entrambi sunniti), ambedue vittime di una violenta persecuzione antimusulmana, emblematico lo striscione della grande manifestazione filo-palestinese a Sarajevo dello scorso ottobre che recitava “Ieri Srebrenica, oggi Gaza”. Croati e serbi al contrario sostengono Israele, nella Republika Srpska ci si sente accomunati agli israeliani perché ci si considera entrambi vittime dell’estremismo musulmano, il presidente serbo-bosniaco Milorad Dodik in un’intervista al Jerusalem Post ebbe a dichiarare: “Ciò che intreccia i destini serbi ed ebrei, anche se non siamo nella stessa area, è il fattore estremo musulmano, che sta cercando di destabilizzare Israele, e contro cui abbiamo anche combattuto nella guerra civile degli anni Novanta. Ecco perché potremmo capire meglio di altri cosa sta succedendo in Israele, ed è per questo che il popolo di Israele gode del nostro sostegno”.[13]

Nel cantone dell’Erzegovina-Narenta, abitato in maggioranza dai croato-bosniaci, il sostegno a Israele è progressivamente aumentato negli ultimi anni provocando rimostranze da parte della minoritaria componente bosgnacca. Il sostegno ad Israele è decisamente cresciuto nell’area afferente alla Croazia, da quanto l’imprenditore israeliano Amir Gross Kabiri si impiantò nel 2020 a Mostar, rilevando dapprima la grande fabbrica di alluminio “Aluminij” e successivamente divenendo vicepresidente dell’ HSK Zrinjski, la squadra di calcio simbolo del nazionalismo croato. Dall’arrivo di Kabiri, a Mostar le bandiere israeliane vengono regolarmente esposte dai politici e dai funzionari croati, il climax fu raggiunto nel maggio 2022, quando il sindaco permise l’illuminazione dello Stari most, il ponte simbolo della città, con una bandiera israeliana durante lo Yom HaZikaron, il giorno del ricordo delle vittime di guerra israeliane; in tutta risposta, i bosgnacchi issarono sul ponte la bandiera palestinese[14].

2. La Republika Srpska, mina vagante pronta a deflagrare

È sicuramente la Repubblica Serba a detenere in Bosnia il testimone della volontà secessionista. Le innumerevoli dichiarazioni al vetriolo dell’istrionico leader Dodik e le conseguenti disposizioni legislative varate dal governo serbo-bosniaco agitano lo spettro secessionista. Manifesto il ritenersi corpo estraneo alla Federazione, un incidente della storia l’essere separati da Belgrado, il ricongiungimento con la madrepatria è il leit-motiv che scuote Banja Luka. Dodik non smette di teorizzare e sostenere l’idea dello Srpski svet[15], il mondo serbo in cui proteggere tutti i serbi ovunque essi vivano, dal Montenegro, alla Bosnia, al Kosovo[16].

L’ apice simbolico viene raggiunto ogni 9 gennaio, data in cui ricorre la festa nazionale della Repubblica Serba, in memoria del 9 gennaio 1992, giorno in cui i parlamentari serbi di Bosnia, contrari all’ipotesi dell’istituzione di una Bosnia Erzegovina indipendente, proclamarono unilateralmente la “Repubblica serba di Bosnia”, un atto che avrebbe condotto in breve tempo l’intera Bosnia verso la guerra. Questa data simbolo del rifiuto di una Bosnia unita assieme alla sua  celebrazione, è sotto accusa da anni da parte della Corte costituzionale bosniaca che l’ha  dichiarata  incostituzionale in quanto discriminatoria verso gli altri popoli costituenti, i croati cattolici e i bosgnacchi musulmani, ma la sua ritualità prosegue imperterrita ogni anno, tra muscolari parate militari e proclami incendiari di Dodik, il quale in occasione dell’ultima celebrazione ha asserito, riferendosi ai serbo-bosniaci che “siamo mentalmente integrati con la Serbia. Certo, ora facciamo parte della Bosnia, ma è perché dobbiamo esserlo. Non è qualcosa che vogliamo” e ancora “la loro intenzione (dell’Occidente) è quella di seppellire la Republika Srpska, di renderla insignificante e di creare una Bosnia centralizzata”, sottolineando che “il nostro carattere non ha permesso che ciò accadesse. Ecco perché celebriamo il 9 gennaio con orgoglio”[17].

Ha gettato ulteriore benzina sul fuoco, la sentenza del tribunale di Sarajevo dello scorso 26 Febbraio,

con cui Milorad Dodik è stato condannato ad un anno di reclusione[18] e a sei anni di interdizione dall’attività politica[19] per aver compiuto, nello svolgimento del proprio mandato politico, atti di disobbedienza nei confronti dell’Alto rappresentante per la Bosnia-Erzegovina carica ricoperta attualmente dal tedesco Christian Schmidt (Dodik, nel luglio del 2023, ha disatteso delle decisioni prese da Schmidt). Dodik, incassando l’immediato appoggio di Belgrado[20], Budapest e Mosca, ha annunciato che ignorerà il provvedimento giudiziario, promettendo, al contrario, di varare delle misure “radicali” a tutela dell’indipendenza delle istituzioni serbo-bosniache[21].

3. Il nazionalismo croato e il ruolo di Bruxelles

Se il secessionismo serbo-bosniaco è sicuramente più “pop”, grazie alle performance di Dodik, ad una certa “demonizzazione mediatica” del nazionalismo serbo, alla postura decisamente filo-russa della Repubblica Serba[22], la componente croata, nei fatti, non è da meno.

Il cantone dell’Erzegovina occidentale è un bastione del nazionalismo croato nonché un protettorato de facto di Zagabria. Il cantone ancora utilizza bandiera e simboli, dichiarati incostituzionali nel 1998, dell’autoproclamata “Repubblica Croata dell’Erzeg-Bosnia”, lo stato fantoccio messo in piedi dalle milizie croato-bosniache e dall’esercito di Zagabria durante il conflitto in Bosnia del 1992-1995.

Sussistono forti connivenze e ingerenze degli apparati di Zagabria nei cantoni croati di Bosnia, sfruttando la circostanza che gran parte della componente croato-bosniaca abbia la doppia cittadinanza croata.

Esemplare è il recente caso di Zoran Galic, vice-direttore dell’Agenzia di polizia investigativa statale bosniaca, la Sipa, ed ex direttore della Polizia di Frontiera del paese balcanico, accusato di contrabbando internazionale di tabacchi, fuggito da latitante in Croazia[23], dove riceve protezione dalle autorità locali che ne impediscono l’estradizione.

Se Serbia e Croazia, anche per mere ragioni di prossimità, minano la stabilità e l’autorità di Sarajevo, detenendo su di essa una sorta di ipoteca che ne eterodirige il cammino, sono le potenze extra-balcaniche a segnarne definitivamente il passo.

Le “potenze europee” negli ultimi venti anni sono intervenute in Bosnia sotto la maschera comunitaria agendo su delega statunitense. Bruxelles dirige la missione Althea con oltre 1000 militi deputati all’addestramento delle Forze armate della Bosnia, e al mantenimento dell’ordine e della sicurezza in un’ ottica di una stabilizzazione (permanente) del paese. La Bosnia assieme al Kosovo, è fanalino di coda nel processo di integrazione europea, principiato per Sarajevo nel 2016 con la domanda di adesione e proseguito con il relativo avvio dei negoziati di adesione solo nel marzo del 2024.

Numerosi ancora i progressi richiesti alla Federazione bosniaca per poter entrare a far parte della “famiglia europea”: la riforma del sistema giudiziario, la lotta alla corruzione e al crimine organizzato, una migliore gestione dell’immigrazione e del diritto d’asilo, la protezione della libertà di stampa. L’ingresso nell’Unione Europea resta difficile o per lo meno realmente spendibile nel lungo termine, anche su questo tema, la collettività bosniaca è divisa. Alla “normale” differenziazione etnica circa la preferenza o meno sull’adesione a Bruxelles, che vede schierati agli antipodi la componente serba e quella bosgnacco-croata, emerge una differenza di vedute inter-etnica, basata sullo spessore sentimentale ed antropologico. La senile e fragile Europa nella sua aleatoria configurazione “comunitaria” non ha altro da offrire che una dimensione economicista post-storica, composta di Pil, investimenti diretti, commerci, percentuali e poco altro, comoda e ammaliante da un lato, ma poco attraente, tediosa dall’altro, in un’area del globo dove “le storie” imperversano ancora. Per ora la maschera di Bruxelles continua a fungere da utile contrappeso nelle mani di Washington, valida a non fare scarrellare la Bosnia nelle braccia delle potenze anti-occidentali, Turchia[24] e Russia (per mezzo di Belgrado) su tutte.

4. La postura neo-ottomana della Turchia

La Turchia ritiene i Balcani fondamentali per la propria grammatica strategica, assicurare su di essi una solida presenza e una pervicace influenza, garantisce numerosi vantaggi. La proiezione balcanica permette ad Ankara di stringere nella morsa l’acerrima nemica Atene e di completare l’accerchiamento di Roma attraverso la diagonale Sarajevo-Tirana-Tripoli. Ponte naturale per l’Europa occidentale, i Balcani costituiscono viatico fondamentale per i commerci turchi, terminal dei lunghi corridoi infrastrutturali che già si dispiegano o sono in corso di potenziamento, lungo il continente euro-asiatico di cui la Turchia aspira a diventarne perno.

La penisola balcanica inoltre fornisce profondità difensiva nei confronti di un Occidente percepito sempre più ostile da Ankara e di cui non ambisce certo a farne parte, oltre che essere terreno su cui ingaggiare e contenere il sempre minaccioso “orso” russo.

Per tutte queste ragioni la Turchia mira a consolidare la propria influenza nell’area, sfruttando i propri vantaggi competitivi storici, geografici, culturali e religiosi, puntando sulla sua immagine di attore forte e affidabile.

Il cuore della penetrazione turca nei Balcani, oltre al Kosovo è sicuramente la Bosnia, dove la Turchia scommette soprattutto sull’ambito religioso e culturale sfruttando i secoli di dominio ottomano che hanno inevitabilmente prodotto un sostanzioso lascito nell’immaginario delle popolazioni locali. Obiettivo principe in Bosnia è la componente bosgnacca su cui incidere attraverso la valorizzazione del patrimonio storico e archeologico ottomano nonché promuovendo promozione l’islam sunnita.

Asso nella manica del soft power di Ankara sono due agenzie che si muovono in coordinamento tra loro, Tika e Diyanet. La Tika, acronimo di Turk Isbirigli ve Koordinasyon Idaresi Baskanligi, Agenzia turca per la cooperazione e il coordinamento, è un’agenzia governativa fondata nel 1992, con il fine primario di colmare il vuoto lasciato dal crollo dell’Unione Sovietica nelle regioni turcofone. Essa ha visto la sua importanza crescere in maniera considerevole dal 2002, anno dell’avvento al potere in Turchia del partito Akp, il quale potenziandone risorse materiali e fondi, ne ha spostato il baricentro d’azione verso quei paesi con cui la Turchia ha forti legami storici, poiché dominati nel passato dalla Sublime Porta e verso quegli Stati verso cui la Turchia manifesta importanti interessi economici e geopolitici, come ad esempio i paesi del Corno d’Africa.

I Balcani sono divenuti luogo prediletto d’intervento dell’agenzia, e la Bosnia ne è divenuta punta di diamante rappresentando il terzo maggior beneficiario al mondo degli interventi della Tika per quanto riguarda gli importi spesi. La Tika in Bosnia ha finanziato decine di progetti tra cui il sostegno a piccole imprese, strutture sanitarie e scolastiche, il restauro di monumenti storici e religiosi[25],  contribuendo  a migliorare l’immagine della Turchia tra la popolazione locale. Tra gli interventi iconici di particolare impatto mediatico e “pubblicitario”, l’apertura del centro culturale ed educativo islamico “Sultan Mehmed Fatih II” a Goradze[26] e l’avvio dei lavori di restauro della Moschea dell’imperatore, la più antica di Bosnia.

Il Diyanet İşleri Başkanlığı (Direttorio per affari religiosi), nato nel 1924 sotto Mustafa Kemal Atatürk con lo scopo di esercitare la supervisione statale sugli affari religiosi in Turchia, al fine di impedire che la religione mettesse in discussione l’assetto secolare della Repubblica Turca. Con l’avvento dell’Akp, il Direttorio ha cambiato funzione, divenendo strumento per la promozione della declinazione turca dell’Islam sunnita, sostenendo i “valori tradizionali” all’interno della Turchia e patrocinando (nonché proiettando) l’islam turco all’estero.

Quest’ultimo compito è assolto gestendo oltre duemila moschee (e relativi imam) oltre frontiera, fornendo uno straordinario strumento di influenza ad Ankara. Disponendo di un budget enorme,[27] oltre ad impiegare un esercito di burocrati, sovraintende a numerosissimi progetti.

La Bosnia è tra i massimi beneficiari del Diyanet, il quale si è contraddistinto per il restauro della moschea Bascarsija, monumento nazionale, alla cui inaugurazione presenziò lo stesso Erdogan[28].

Ricoprono notevole importanza anche l’ Istituto Yunus Emre, fondato nel 2007, esso mira a promuovere la lingua e la cultura turca in tutto il mondo, consta ben tre sedi in Bosnia, a Fojnica, Mostar e Sarajevo e la Ytb (Yurtdışı Türkler ve Akraba Topluluklar Başkanlığı), la Direzione per la cooperazione con le comunità turche e affini all’estero. Fondata nel 2010 la Ytb persegue la politica d’influenza turca incoraggiando migliaia di studenti, attraverso borse studio, a recarsi a studiare in Turchia. Il cerchio è chiuso dal punto di vista mediatico, dalla televisione di Stato turca (Trt 1) e dall’agenzia di stampa Anadolu, le quali attraverso i loro uffici e redazioni in loco, trasmettono programmi e notizie per il pubblico bosniaco[29].

La notevole influenza culturale turca e l’attrattività del suo soft power sulla maggioranza della popolazione bosniaca è evidente[30], ma non deve ingannare, in realtà l’ascendente di Ankara assume tratti più cosmetici[31] che sostanziali, la scaltra propaganda non può sopperire alle intrinseche debolezze turche, tra le quali, platealmente emerge l’economia.

Il retaggio ottomano non basta, la Turchia non riesce a presentarsi come valida alternativa economica e sociale al blocco occidentale o a quello “slavo”[32]. La Turchia supplisce alla disastrosa situazione economica interna[33] grazie al suo “plusvalore imperiale”, riuscendo peraltro a farselo finanziare in gran parte dal Qatar, barcamenandosi nelle sue velleità imperiali grazie al recalcitrante nulla osta degli Stati Uniti, che lasciano fare, in quanto Ankara risulta utile nel contrasto degli altri potenziali egemoni regionali, decisamente più minacciosi per gli interessi di Washington.

5. Gli Stati Uniti puntano al limbo

Gli Stati Uniti hanno le chiavi dell’area balcanica e quindi della Bosnia, la cingono assieme alla Serbia tramite gli avamposti Nato schierati tra l’Adriatico, i Carpazi, il Mar Nero, chiudendo la morsa a sud con l’asse Skopje -Tirana.

Nulla entra o esce nei Balcani senza il semaforo verde di Washington, consapevole di non aver ottenuto alcuna stabilizzazione per procura, di marca turca o europea, perché mai veramente ricercata. Gli Stati Uniti non hanno eletto nessun satrapo regionale a cui affidare in toto la gestione dell’area perché ostili all’idea di far sorgere un egemone regionale. Negli anni hanno bilanciato, annullandole, le contrapposte influenze di Russia e Turchia, hanno teleguidato il lentissimo e accidentato percorso di integrazione europea dei Balcani occidentali non facendolo mai decollare onde evitare la preminenza tedesca nella regione. Preferiscono giocare con il fuoco del fragilissimo equilibrio emerso dalle guerre di successione jugoslave, scontentando tutti, bosniaci in testa.

Sarajevo può veramente poco, se non affidarsi al consolidato schema del tutore d’ufficio oggi rappresentato dall’egemone mondiale, a cui per paura di restare orfana, anche di suggestioni, si aggrappa fideisticamente per aspirare a benessere, protezione e stabilità; le altre potenze restano comprimari con cui fare affari e gestire contingenze. A Washington aggrada una Bosnia cuscinetto tra lo spazio già integrato nella Nato o nell’Unione Europea e ciò che non lo è, la Serbia con l’appendice kosovara, per tale motivo è fondamentale che la Bosnia non imploda, puntellando il limbo caotico bosniaco. Nel farlo, censurano i progetti della “Grande Serbia”, rintuzzando il “proxy” Republika Srpska[34] e armando fino ai denti Zagabria[35], punta adriatica del Trimarium, antemurale della Nato contro Mosca.

Quale scenario per la Bosnia?

Il capolavoro cinematografico “No man’s land[36] permane metafora ancora insuperata della condizione bosniaca: un soldato bosgnacco giace ferito sdraiato su una mina balzante serba, un suo movimento in qualsivoglia direzione, la farebbe detonare con effetti devastanti. Di fronte alla quasi impossibilità di disinnesco, le truppe internazionali “di pace” decidono di voltarsi dall’altra parte e tornare alle loro mansioni burocratiche, soluzione molto più agevole, dai tratti accidiosi, giustificata dal fatto che “le parti non si mettono d’accordo”.

Così come il soldato ferito della pellicola di Tanovic, la Bosnia resta immobile nella “trincea di mezzo”, terra di nessuno, tra le opposte fazioni contrapposte, sotto lo sguardo cinico dell’egemone.


* Analista geopolitico

[1] Fonte: Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia.

[2] Sito nel nord est del paese, il territorio del distretto è indispensabile per garantire la continuità territoriale dell’entità serbo bosniaca.

[3] Dati dell’Agenzia statistica della Bosnia-Erzegovina (Agencija za statistiku Bosne i Hercegovine -BHAS).

[4] Dato del 2023.

[5] Secondo i dati pubblicati dall’Unione per il rientro e l’integrazione sostenibile della Bosnia e Erzegovina, nel periodo compreso tra luglio 2013 e dicembre 2021 dal paese sono emigrate 485 mila persone. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, la Bosnia Erzegovina è al secondo posto tra i paesi con la più grande diaspora al mondo, il trentaquattro per cento dei cittadini è residente all’estero, N. RUJEVIC, «Inverno demografico. L’emigrazione verso l’Europa sta spopolando i Balcani, dove manca forza lavoro», in Linkiesta, 09 dicembre 2022, https://www.linkiesta.it/2022/12/balcani-emigrazione-europa/.

[6] Secondo il censimento bosniaco del 2013 si attesta a 39,5 anni, secondo le stime della Cia del 2024 ha raggiunto i 44,8 anni.

[7] Permane tuttora la figura dell’alto rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina, in rappresentanza di tutti i paesi coinvolti nel processo di pace riuniti nel Consiglio per l’attuazione della pace (Peace Implementation Council, PIC). L’alto rappresentante ha il potere di emanare decisioni vincolanti qualora le amministrazioni locali si dimostrassero incapaci o restie ad agire e può rimuovere funzionari pubblici che abbiano violato gli impegni giuridici o in generale le condizioni degli accordi di Dayton.

[8] Secondo la recente classifica stilata dall’organizzazione non governativa Transparency International, la Bosnia occupa la centodecima posizione su centottanta paesi nel mondo per il livello di corruzione: cfr. Corruption Perceptions Index 2024.

[9] «Ratko Mladić i ostali ratni zločinci postaju i zvanično heroji u obrazovnom sistemu RS», N1 info, 03 settembre 2024, https://n1info.ba/vijesti/ratko-mladic-i-ostali-ratni-zlocinci-postaju-i-zvanicno-heroji-u-obrazovnom-sistemu-rs/; e

«What Students in the Republika Srpska learn from History ?», Sarajevo Times, 18 settembre 2024, https://sarajevotimes.com/what-students-in-the-republika-srpska-learn-from-history/.

[10] Generale dell’Armata Popolare Jugoslava (Jugoslovenska narodna armija, JNA) fu comandante delle truppe serbo-bosniache negli anni del conflitto del 1992-1995.

[11] Psichiatra, poeta e politico fu presidente della Republika Srpska dal 1992 al 1996.

[12] Il contenuto di una decina di pagine del manuale di “Storia per il nono livello della scuola primaria”, è stato dichiarato incostituzionale nel gennaio 2025 dalla Corte costituzionale della Bosnia-Erzegovina a cui avevano adito una dozzina di esponenti politici bosniaci, contestanti una parte del curriculum d’insegnamento della storia nelle scuole medie della Republika Srpska, reo di glorificare le gesta di alcuni criminali di guerra e di fomentare la discriminazione dei cittadini di etnia non serba. Cristallina la posizione della Corte: i giudici esprimendosi sul curriculum di storia, hanno dichiarato che: “mina direttamente la fiducia nell’ordine legale dello Stato” e suggerito che il manuale ha tutt’altri effetti che “prevenire la discriminazione, il revisionismo, la manipolazione ideologica e l’indottrinamento dei minori”. Si sottolinea la gravità dell’assenza “di un richiamo alle sentenze sul genocidio” di Srebrenica “e sui crimini di guerra”, scelta che “sminuisce” gli orrori e “impatta negativamente sul processo di riconciliazione”, in S. GIANTIN, «La Consulta in Bosnia: libri incostituzionali a scuola nella Republika Srpska», Il Piccolo, 29 gennaio 2025, https://www.ilpiccolo.it/balcani/la-consulta-bosnia-libri-incostituzionali-scuola–republika-srpska-rnm3uukx; Ovviamente unanime, il coro di condanna della sentenza da parte del mondo politico-istituzionale serbo-bosniaco, in annoso e costante conflitto con la Corte, rea di essere composta sia da giudici bosniaci che da giudici stranieri, garanti dell’ordine di Dayton ( secondo quanto previsto all’articolo 6 comma 1 lettera a della Costituzione bosniaca, il quale prevede la presenza di ulteriori tre giudici di origine internazionale, ovverosia che non devono essere cittadini della BiH o di Stati confinanti. Tali tre giudici vengono eletti dal Presidente della Corte europea dei diritti umani, la CEDU). A tal guisa le autorità di Banja Luka decisero di ritirare i membri serbo-bosniaci dall’organo giudiziario a partire dal maggio del 2023, in A. ŠAHMAN, «La crisi della Corte costituzionale della Bosnia Erzegovina tra l’etnopolitica e il processo di integrazione europea», in Osservatorio sui Nuovi autoritarismi e democrazie, 08 aprile, 2024,https://nad.unimi.it/la-crisi-della-corte-costituzionale-della-bosnia-erzegovina-tra-letnopolitica-e-il-processo-di-integrazione-europea/.

[13] Nella medesima intervista: “Noi nella Repubblica Srpska percepiamo Israele come uno stato amico, e il popolo ebraico come un popolo amico, la sofferenza che i nostri due popoli hanno sperimentato nel secolo scorso, causata dagli stessi eserciti, ci ha avvicinati. Ecco perché nessuno in questa parte del mondo può comprendere meglio il popolo ebraico come i serbi, ed è per questo che Israele ha il nostro sostegno» in S. LINDE, «Srpska’s Milorad Dodik: No one understands Jews like Serbs», in The Jerusalem Post, 13 gennaio 2022, https://www.jpost.com/jerusalem-report/article-692392.

[14] «Koalicija za Mostar: Protivimo se zloupotrebi Starog mosta», in Mostar live, 24 ottobre 2023, https://mostar.live/koalicija-za-mostar-protivimo-se-zloupotrebi-starog-mosta/.

[15] «MFA of Montenegro distanced itself from omission during Dodik’s visit to Podgorica», in Sarajevo Times, 4 marzo 2024,

https://sarajevotimes.com/mfa-of-montenegro-distanced-itself-from-omission-during-dodiks-visit-to-podgorica/.

[16] Universo ideale in cui si agitano anche i leader a Belgrado, tra cui Aleksander Vulin, già ministro dell’Interno e della Difesa, nonché direttori dei servizi segreti serbi, il quale nel Luglio 2021 dichiarò che il principale compito dell’attuale generazione serba fosse quello di creare il mondo serbo, affinchè tutti i serbi della diaspora potessero tornarci a vivere, in E. MORELLI, «Se esplode la Bosnia. Di nuovo», in Domino, 2/2025.

[17] R. SMAJILHODZIC, «Bosnian Serbs Are ‘Mentally’ In Serbia, Their Leader Says», in Barron’s, 09 gennaio 2024, https://www.barrons.com/articles/bosnian-serbs-are-mentally-in-serbia-their-leader-says-eaba38c1.

[18] In caso di condanna definitiva, difficilmente Dodik andrà in prigione in quanto secondo il codice penale bosniaco una pena detentiva fino a un anno può essere commutata in una multa di 36.000 marchi convertibili (circa 18.400 euro).

[19] Il tribunale ha ordinato a Dodik di dimettersi dalla carica di presidente della Republika Srpska.

[20] Immediatamente dopo la pronuncia del verdetto su Milorad Dodik, il presidente della Serbia Aleksander Vucic è giunto nella Republika Srpska a manifestare il suo pieno sostegno a Dodik, affermando: “Questo è il giorno in cui la Republika Srpska è stata attaccata, affinché si possa processare l’intero popolo serbo senza un tribunale”, e ancora: “Sono sempre favorevole alle decisioni razionali e al mantenimento della calma, non cercherò di condizionare nessuno, ma dirò quello che penso. Qualunque siano le decisioni della Republika Srpska, la Serbia e io saremo al vostro fianco”, «Vučić sa Dodikom iz Banjaluke: Dan kada je napadnuta Republika Srpska», Vreme, 26 Febbraio 2025, https://vreme.com/vesti/vucic-sa-dodikom-iz-banjaluke-dan-kada-je-napadnuta-republika-srpska/.

[21] Tra le quali il divieto delle attività e del loro valore legale della Corte costituzionale, della Procura e della SIPA ( acronimo in inglese per State Investigation and Protection Agency; in bosniaco Državna agencija za istrage i zaštitu,  l’agenzia di polizia di Stato della Bosnia ed Erzegovina con giurisdizione sull’interno territorio bosniaco ) sul territorio della Republika Srpska, Dodik ha paventato inoltre l’adozione di una  nuova Costituzione dell’entità serbo-bosniaca, che non includa l’esistenza del Consiglio dei Popoli (organo costituito nel 2003 sulla base di una decisione della Corte costituzionale della Bosnia-Erzegovina, il suo funzionamento è attualmente prescritto dalla Costituzione della Republika Srpska. È composto da 28 delegati, otto per ciascuno dei popoli bosniaco, croato e serbo e quattro per gli altri popoli. Fu costituita a tutela degli interessi nazionali vitali dei popoli costituenti la Republika Srpska), REDAZIONE, «Dodik: We are banning the BiH judiciary in Republika Srpska»,  n1 info, 27 febbraio 2025, https://n1info.ba/english/news/dodik-we-are-banning-the-bih-judiciary-in-republika-srpska/.

[22] A. WALTON, «La russofilia della Repubblica Srpska rischia di minare l’adesione della Bosnia all’Ue», Linkiesta, 26 luglio 2024, https://www.linkiesta.it/2024/07/ue-bosnia/.

[23] A. KURTIC, «Top Bosnian Police Official Flees to Croatia After Arrest Tip-Off», in Balkan Insight, 9 Luglio 2024, https://balkaninsight.com/2024/07/09/top-bosnian-police-official-flees-to-croatia-after-arrest-tip-off/.

[24] Ankara è anche strumentalizzata ai fini di politica interna dai governi europei, nel ruolo di comodo spauracchio della retorica anti-islamica e anti-autoritaria che ha forte presa nelle opinioni pubbliche del vecchio continente.

[25] «TIKA restores more than 80 Ottoman-era structures in Balkans», Anadolu Agency, 06 ottobre 2022, https://www.anews.com.tr/life/2022/10/06/tika-restores-more-than-80-ottoman-era-structures-in-balkans.

[26] «U Goraždu svečano otvoren Islamski centar», Islamska Zajednica U Bosni i Hercegovni, 23 giugno 2014, https://islamskazajednica.ba/index.php?option=com_content&view=article&id=19873:u-gorazdu-svecano-otvoren-islamski-centar&catid=201&Itemid=457.

[27] Nel 2025 il bilancio sarà di 3,8 miliardi di dollari, superiore a quello  sei ministeri, tra cui Interni, Affari Esteri, Commercio, Cultura e Turismo, Industria e Tecnologia ed Energia, tale è la rilevanza che assume nella verticale del potere turca, in M. ÇAKIR,  «Diyanet İşleri Başkanlığı’nın 2025 yılı bütçesi 130.1 milyar TL olarak belirlendi», Cumhuriyet, 19 ottobre 2024,https://www.cumhuriyet.com.tr/siyaset/diyanet-isleri-baskanliginin-2025-yili-butcesi-1301-milyar-tl-olarak-2259374.

[28] «Turkish President Erdogan opens the renovated Baščaršija Mosque», Dveni Avaz, 27 agosto 2021, https://avaz.ba/english/news/676814/turkish-president-erdogan-opens-the-renovated-bascarsija-mosque.

[29] Notevole il successo nell’area balcanica delle serie televisive e delle pellicole cinematografiche anatoliche, spesso di marcata ispirazione storica, quindi esemplare viatico di “cultura imperiale”, su tutte citiamo Muhteşem Yüzyıl, “Il secolo magnifico”, una serie televisiva turca, che esalta la vita e il regno del sultano Solimano il Magnifico.

[30] Tra il 24 e il 27 ottobre 2024, il Congresso Mondiale Uiguro (World Uyghur Congress, WUC) si è tenuto a Sarajevo, dove nella stessa settimana ha avuto luogo una conferenza internazionale dal titolo “Dal genocidio bosniaco a quello uiguro: lezioni apprese”, in A. ZAMBELLI, «Bosnia: Gli uiguri a congresso a Sarajevo, la Cina minaccia», Eastjournal, 28 ottobre 2024, https://www.eastjournal.net/archives/139479.

Il popolo uiguro è utilizzato strumentalmente dalla Turchia nella sua politica d’influenza pan-turanica e come arma diplomatica anti-cinese.

[31] Celebre è la definizione data dal presidente turco Recep Tayyip Erdogna, di Sarajevo come la “Gerusalemme dei Balcani”. Egli stesso lanciò la sua campagna elettorale nel 2018 proprio a Sarajevo tra il tripudio del pubblico bosgnacco.

[32] Se si osserva la quota degli investimenti diretti esteri in Bosnia nel 2022 e nel 2023, i primi posti della classifica dei paesi investitori sono occupati da Serbia, Russia, Paesi Bassi, Austria, Croazia, la Turchia sia come paese investitore che nei flussi commerciali è nella parte bassa della classifica. Fonte: Centralna banka Bosne i Hercegovine.

[33] A luglio 2024 l’inflazione segnava il 61 %. Fonte: info Mercati Esteri- Osservatorio economico.

[34] Anche attraverso il classico schema sanzionatorio che ha colpito Milorad Dodik e famiglia: « SAD sankcionisale sina i kćerku Milorada Dodika», Radio Slobodna Evropa, 23 ottobre 2024, https://www.slobodnaevropa.org/a/milorad-dodik-sankcije-sad-republika-srpska-/32646953.html.

[35] M. MANZIN, «La Croazia acquista dagli Stati Uniti tank Bradley e nuovi elicotteri», Il nordest, 10 dicembre 2023,

https://www.ilnordest.it/oltre-confine/la-croazia-acquista-dagli-stati-uniti-tank-bradley-e-nuovi-elicotteri-horhnyyh.

[36] Ničija zemlja, diretto da Danis Tanović, Italia, Belgio, Gran Bretagna, 2001

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