Abstract [IT]
Questo studio esamina le complesse dinamiche tra coloni italiani e popolazioni indigene nell’Africa Orientale Italiana, con particolare attenzione a Eritrea, Somalia ed Etiopia. Attingendo a fonti d’archivio, rapporti ufficiali e testimonianze personali, il lavoro analizza come le politiche coloniali di segregazione, gerarchie razziali e insediamento demografico abbiano plasmato le esperienze vissute sia dai colonizzatori che dai colonizzati. L’Eritrea viene presentata come un “laboratorio coloniale” in cui i primi sforzi italiani di colonizzazione demografica furono gradualmente sostituiti dallo sfruttamento economico e dall’emergere di un’élite di coloni. La Somalia, al contrario, era strutturata come una colonia basata sulle piantagioni con una piccola presenza italiana e dure condizioni per la forza lavoro indigena, spesso al limite del lavoro forzato. In Etiopia, il regime fascista immaginò un grandioso progetto di insediamento di massa e italianizzazione dopo la conquista del 1936, ma questa visione si scontrò con la realtà della burocrazia, della resistenza e delle limitazioni infrastrutturali. In tutti e tre i contesti, la ricerca evidenzia la centralità della pianificazione urbana, della cultura materiale e delle pratiche coloniali quotidiane nel sostenere le asimmetrie di potere. In particolare, il ruolo dell’architettura, dell’abbigliamento, del cibo e degli spazi domestici di genere funsero da strumenti chiave per affermare una separazione simbolica e fisica tra europei e africani. L’articolo analizza anche la dualità tra le narrazioni coloniali ufficiali e le relazioni informali, spesso di sfruttamento, che emersero sul campo, come il concubinato (madamato) e l’ambivalente lealtà delle truppe coloniali (ascari). In definitiva, l’articolo contribuisce a una comprensione più approfondita del colonialismo italiano come un’impresa multiforme e internamente contraddittoria, profondamente radicata nelle ideologie razziali e nelle strutture sociali del suo tempo.
PAROLE-CHIAVE: Colonialismo italiano, Africa orientale, segregazione, cultura materiale, gerarchia razziale
ABSTRACT [ENG]
This study examines the complex dynamics between Italian settlers and indigenous populations in Italian East Africa, with a particular focus on Eritrea, Somalia, and Ethiopia. Drawing from archival sources, official reports, and personal testimonies, the work analyzes how colonial policies of segregation, racial hierarchies, and demographic settlement shaped the lived experiences of both colonizers and colonized. Eritrea is presented as a “colonial laboratory” where early Italian efforts at demographic colonization were gradually replaced by economic exploitation and the emergence of a settler elite. Somalia, conversely, was structured as a plantation-based colony with a small Italian presence and harsh conditions for the indigenous labor force, often bordering on coerced labor. In Ethiopia, the Fascist regime envisioned a grand project of mass settlement and Italianization following the 1936 conquest, but this vision clashed with the realities of bureaucracy, resistance, and infrastructural limitations. Across all three contexts, the research highlights the centrality of urban planning, material culture, and everyday colonial practices in sustaining power asymmetries. Notably, the role of architecture, dress, food, and gendered domestic spaces functioned as key tools in asserting a symbolic and physical separation between Europeans and Africans. The paper also interrogates the duality of official colonial narratives and the informal, often exploitative relationships that emerged on the ground, such as concubinage (madamato) and the ambivalent loyalty of colonial troops (ascari). Ultimately, the article contributes to a deeper understanding of Italian colonialism as a multifaceted and internally contradictory enterprise, deeply embedded in the racial ideologies and social structures of its time.
Keywords: Italian colonialism, East Africa, segregation, material culture, racial hierarchy
Sommario: 1. L’Eritrea italiana come laboratorio coloniale-2. Il caso della Somalia: una colonia di sfruttamento- 3. Segregazione, ‘italianizzazione’ e violenza nell’Etiopia italiana.
1. – L’Eritrea italiana come laboratorio coloniale
La colonia Eritrea nacque ufficialmente nel 1890 e venne immaginata, almeno nei primi anni di vita, come atta alla colonizzazione agricola e demografica degli italiani. Principale protagonista di questo progetto fu Leopoldo Franchetti, barone e senatore toscano, relatore assieme a Sidney Sonnino della Commissione di Inchiesta sulle condizioni di una parte del Mezzogiorno d’Italia nel 1876, il quale considerava il sistema della mezzadria, tipico del Centro Italia, come un efficace strumento per favorire e consolidare l’attaccamento alla terra e la fedeltà patriottica delle famiglie contadine che sarebbero state interessate dal processo di colonizzazione della colonia sul Mar Rosso[1]. L’ostilità dei militari che, fino a quel momento, avevano indirizzato le politiche interne dell’Eritrea, nonché il fallimento di tali politiche di penetrazione demografica, determinarono tuttavia l’abbandono di tale progetto. L’unico risultato conseguito fu il progressivo indemaniamento di terre, a scapito degli eritrei.
Fino alla nascita della colonia e all’inizio dei progetti di colonizzazione, in Eritrea era prevalso il resti, proprietà al tempo stesso privata, collettiva o in affitto a disposizione di una comunità tenuta assieme da legami di consanguineità.[2] L’Italia introdusse invece il concetto di demanio pubblico il quale, in linea teorica, permetteva allo Stato di prendere possesso di tutta la terra disponibile in Eritrea, dato che il resti la metteva apparentemente a disposizione di tutti. Con l’avvento al governo della colonia di Ferdinando Martini (1897-1907), l’agricoltura coloniale fu indirizzata verso forme economiche di tipo capitalista, forte dell’accaparramento delle terre migliori e di una legislazione fondiaria, varata nel 1909, che favoriva il contadino italiano rispetto a quelli locali. L’istituzione di un simile sistema economico, se da un lato negò decisamente i presupposti demografici del possedimento africano, dall’altro lato permise il consolidamento di una élite di padroni-coloni, centralizzata sull’autorità di pochi notabili coloniali.[3] Nel 1921 la società italiana in Eritrea era composta da 4000 italiani, di cui 726 militari e 130 dipendenti pubblici.[4] Si trattava di un numero considerevole, che ne faceva il terzo possedimento in assoluto per numero di italiani presenti, dopo la Tripolitania e la Cirenaica e ben al di sopra della Somalia, come si analizzerà in seguito. Per quanto riguarda la stratificazione degli italiani in Eritrea, solo lo 0,4% dei residenti poteva dirsi nel 1921 “benestante”. Se si includono in questa percentuale gli imprenditori e i liberi professionisti si arriva ad un 5,6 % del totale della popolazione; numeri molto bassi che, tuttavia, erano pur sempre superiori alle percentuali esistenti in Italia. Il 9,4% dei settlers era impegnato nel piccolo commercio. Il 10% nella pubblica amministrazione. Il 59% della popolazione era infine costituita dai lavoratori per l’agricoltura e, seppure in una condizione economica superiore rispetto ai contadini eritrei, erano composti perlopiù da manodopera poco o per nulla qualificata.[5] Labanca definisce per tale ragione quella eritrea una società italiana fortemente notabiliare e in cui le élite di dipendenti pubblici, militari e professionisti erano in grado di influenzare e condizionare le scelte politiche ed economiche della colonia. Se ne ritrova un esempio nel lavoro di ricerca svolto da Massimo Zaccaria sullo scontro verificatosi tra il 1908 e il 1911 tra magistratura, avvocati e coloni per la modifica dell’ordinamento giudiziario della colonia.[6] Era emersa già nel 1905 la sproporzione tra il numero esiguo degli italiani presenti in colonia e l’adattamento dell’intera Eritrea ai codici italiani. Salvago Raggi, governatore della colonia tra il 1907 e il 1915, si era posto pertanto due obiettivi: il primo riguardante la creazione di un modello di amministrazione della giustizia simile a quello che avveniva mediante i tribunali consolari per i circa 40 mila italiani residenti in Egitto. Il secondo inerente la progressiva circoscrizione delle ambizioni e delle prerogative della piccola ma estremamente influente classe forense italiana in Eritrea.[7] Ciò destò le proteste degli avvocati italiani in Eritrea. Secondo quanto emerge dalle parole dello stesso Salvago Raggi, citate da Zaccaria, provvedimenti come quelli operati dal nuovo governatore si scontrarono con la cupidigia degli avvocati
«Deferendo, infatti, gli indigeni per qualunque causa in cui fossero convenuti od accusati alle autorità amministrative, senza il ministero dell’avvocato, e rendendo facoltativa la difesa nei giudizi penali anche per i bianchi, quel gruppo che ha levato così alte proteste verrebbe a perdere quel facile campo di affari e di sfruttamento della rozza semplicità indigena, offertogli dal procedimento ancora in uso. La subitanea perdita di quella comoda clientela basta a svelare la ragione delle interessate proteste sollevate, alle quali non conviene, pertanto, dare alcuna decisiva importanza. »[8]
L’opera messa in atto da Salvago Raggi rappresentava agli occhi dei coloni l’inizio di un completo assoggettamento della colonia alla metropoli.[9] Ad ogni modo fu approvato l’ordinamento giudiziario della colonia n. 325, il 2 luglio del 1908. Il modello di giustizia differenziale e pragmatico prevedeva anche una definizione più chiara delle categorie sociali presenti in Eritrea. Tra i sudditi coloniali erano ora inclusi baniani[10], egiziani e arabi, dato che erano ritenuti ad un livello di civiltà simile a quello europeo.[11] Il giurista Massimo D’Amelio protestò tuttavia per la comparazione tra queste componenti etniche e gli eritrei, giudicando impossibile mettere sullo stesso piano popoli ‘civilizzati’ come gli egiziani con i «semibarbari dell’Abissinia e delle tribù mussulmane dell’Eritrea»[12]. Emergono da queste parole le preoccupazioni in merito al ruolo e all’idea di organizzazione etnica e razziale della colonia. Il problema della cittadinanza coloniale era in effetti molto sentito in contesti di recente unificazione nazionale come nel caso dell’Italia.[13] L’analisi delle politiche di inclusione ed esclusione delle varie componenti etniche coloniali all’interno della cittadinanza coloniale italiana rappresenta in effetti un nodo concettuale fondamentale al fine di comprendere le relazioni di continuità e discontinuità tra il razzismo coloniale liberale e fascista.
Il 5 luglio del 1882 fu definita la prima legge coloniale italiana inerente la cittadinanza per il possedimento di Assab. Uno degli elementi tenuti maggiormente in considerazione per l’ottenimento della cittadinanza ‘in via straordinaria’prima del già citato ordinamento del 1908, fu la cosiddetta ‘buona condotta’. In uno studio comparato inerente le politiche di cittadinanza coloniali italiane e tedesche in Africa, Camilleri riporta ad esempio l’episodio di due interpreti turchi, Neghib al-Hay e Antonio Fares, al servizio della colonia rispettivamente dal 1886 e dal 1889, la cui richiesta di cittadinanza fu accolta dall’allora governatore dell’Eritrea, Oreste Baratieri, date le loro «prove non dubbie di fedeltà ed amore all’Italia in momenti assai critici».[14] L’ordinamento del 1908 presentava indubbi caratteri di limitazioni, sulla base del maggiore o minore grado di civiltà, all’accesso allo status di sudditi coloniali, ma resta poco chiaro se le linee di suddivisione razziale della cittadinanza così tracciate furono in grado di influenzare, quasi trent’anni dopo, le politiche di inclusione alla cittadinanza nazionale in periodo fascista. Dalle proteste degli avvocati, interessati a mantenere un sistema di sostanziale controllo della minoranza coloniale sulla maggioranza indigena, sottolineato da Salvago Raggi, emerge come le richieste degli italiani d’Eritrea, le dinamiche sociali e i rapporti etnici viaggiassero su un piano distante rispetto alle indicazioni della metropoli. In primo luogo la comunità italiana si rivelò, come osservato, molto dinamica sul piano dell’iniziativa politica, tanto da suscitare alla fine della Prima Guerra Mondiale le preoccupazioni dei dirigenti fascisti. Il nuovo ministro delle colonie, il nazionalista Luigi Federzoni, annotò in effetti il proprio disappunto dinanzi alla nascita di un ‘fascio eritreo’:
«Alla crisi politica ed economica si aggiungeva, per demolire interamente l’autorità dell’Italia dinnanzi alle popolazioni indigene, un intollerabile sfregio: la parodia del movimento fascista. Dalle loggie massoniche, che avevano sempre spadroneggiato in Eritrea, e che da alcuni anni vi erano divenute quasi onnipotenti, era saltata fuori, alla vigilia della Marcia su Roma, la caricatura dello squadrismo fascista.»[15]
L’intreccio tra la massoneria, di cui facevano parte alcune delle élite coloniali eritree e l’avvento in simultanea, in Italia e nella sua prima colonia, di movimenti di azione fascista sembrava, a detta di Angelo Del Boca, piuttosto verosimile.[16] Ciò avvenne anche, come verrà analizzato nell’ultimo capitolo, nel contesto libico. I primi fasci non ufficiali della colonia eritrea vennero istituiti in effetti già nel 1922, e furono dichiarati fuori legge dal neo-governatore Jacopo Gasparini l’anno dopo.[17] Ancora una volta le esigenze della metropoli e la volontà di mantenere la colonia saldamente legata allo Stato, si scontrarono con la vivacità sociale e politica dei coloni italiani. I fasci di combattimento furono istituiti nuovamente, in una forma più consona alla loro subalternità politica rispetto alle direttive dello Stato e del Pnf, soltanto nel 1926. Nel 1932 essi contavano 320 iscritti. 110 erano gli iscritti nelle organizzazioni giovanili e 60 in quelle femminili. I fasci eritrei, come quelli libici e somali, furono un caposaldo fondamentale nella definizione di uno spazio comune imperiale fascista. Non più concepiti come semplici sezioni di partito autonome, si fecero invece promotori della selezione delle nuove classi dirigenti coloniali. Per citare le parole di Nicola Labanca, il fascismo nella sua veste coloniale fu l’unico esempio di una trasposizione oltremare delle aspirazioni dirigiste di un regime totalitario.[18] Di fatto però, l’adesione alle organizzazioni fasciste fu molto inferiore rispetto al numero degli italiani residenti in Eritrea, forse a causa di una malcelata insofferenza mai del tutto sopita da parte di questi ultimi, a partire dallo scontro tra il Salvago Raggi e gli avvocati supportati dagli italiani eritrei, nei confronti della centralizzazione statale accentuatasi in periodo fascista. L’abolizione del fascio locale eritreo e la delimitazione degli spazi di autonomia alla comunità italiana da parte del nascente regime fascista, ora rappresentato in colonia da un governatore liberale come Jacopo Gasparini, fece da contraltare alla politica di valorizzazione economica e di ripresa urbanistica dell’Eritrea. Massaua in particolare, distrutta per l’80% dopo i due sismi dell’agosto e del settembre 1921, fu ricostruita ed ampliata secondo criteri antisismici e con un moderno piano regolatore. Furono edificati il lungomare Umberto I, nuove banchine, magazzini doganali, il palazzo della Banca d’Italia, gli edifici delle compagnie di navigazione, le Poste, un albergo – il Savoia – destinato a diventare il più importante centro d’incontro della città.[19]
Dieci anni dopo la ricostruzione di Massaua, di Asmara e di altri centri come Adi Ugri, la disposizione urbanistica delle città coloniali italiani in Eritrea sembrava rispondere ad un preciso piano di separazione, anche a livello di immaginario, dello spazio europeo dallo spazio non europeo. Ciò emergerà probabilmente con ulteriore chiarezza nelle altre città coloniali italiani, ad Addis Abeba, come a Tripoli, Bengasi o Mogadiscio. Risultano interessanti in questo senso le analisi e i punti di vista dei coloni italiani. Una di queste testimonianze è quella di Manlio La Sorsa, del 1936, il quale descrisse lucidamente il dualismo etnico ed urbanistico di una città come Adi Ugri, posta ad una quarantina di chilometri a sud di Asmara e con una popolazione di circa cinquemila abitanti, italiani compresi:
«Anche qui, come ad Asmara, il paese propriamente indigeno è separato da quello italiano o europeizzato. Quest’ultimo è costituito da case ancora rozze in pietra e larghe vie, sulle quali sono disseminati i vari mercanti, provvisti un po’ di tutto […]. Di costruzioni civili non ci sono che quelle d’italiani; qualche graziosa e fiorita villetta, la sede del Commissario con un delizioso giardino, riccamente infiorato con colori vivaci e belli e qualche rinfrescante fontanina; e infine una moschea che si erge agile ed elegante con cupola e cornicione all’orientale, ancora in costruzione. Anche qui, come a May Edagà ò [sic!] trovato gli indigeni un po’ più evoluti e raffinati. Il reparto indigeno propriamente detto è costituito da una cinquantina di capanne a forma di tucul, completamente fatti di canne e frasche, a tettoia conica e terminanti con qualche vaso o orinale sfondato.»[20]
Questa testimonianza è molto utile per comprendere come lo spazio urbano ed identitario italiano in Eritrea si identificasse con lo spazio della civiltà, da contrapporre alla barbarie degli indigeni [Figura 6].

Figura 1. Asmara, Guida dell’Africa Orientale Italiana, Consociazione Turistica Italiana, Milano 1938, p. 207
L’unico elemento parzialmente locale descritto come elegante, è rappresentato dalla moschea, la quale sembra perlopiù esemplificare la generosità dell’azione coloniale italiana in Africa nei confronti dei colonizzati, piuttosto che rappresentare un elemento di contatto effettivo con gli eritrei. La vita dei coloni richiamava gli elementi di socialità già presenti in Italia. Se nel colonialismo demografico, come evidenziato da Belich, il settler ricostruisce la propria società[21], ciò emerge con grande chiarezza nelle testimonianze dei coloni. Aula Rali, figlia e membro di una illustre famiglia italiana ad Asmara, descrive ad esempio con queste parole la vita di società nel capoluogo eritreo nel 1937:
«Mio Padre era un personaggio molto conosciuto. Spesso veniva ripreso nei Film-Luce ed i suoi fratelli, in Italia ed i genitori lo vedevano mentre inaugurava un ospedale, metteva la prima pietra in un nuovo rione ad Asmara e cose del genere e ciò faceva molto felici i miei vecchi Nonni che poi glielo raccontavano nelle lettere. Quindi, insieme alla Mamma, avevano una intensa vita di società. Andavano spesso fuori a cena e a balli e feste, al Circolo Ufficiali, alla Croce del Sud quando non al Palazzo del Governatore, una grande villa nel Centro.»[22]
Proseguendo nei ricordi della vita in colonia, inoltre, Aula Rali mette in luce altri dettagli afferenti allo status della sua famiglia. Come si vedrà anche nel caso dell’Etiopia, ma come in parte è stato evidenziato in questo paragrafo, la società coloniale italiana spesso descritta dalla propaganda di regime come sostanzialmente egualitaria, presentava invece delle profonde differenze interne. Gli abiti e lo stile di vita riproducevano in colonia le stesse gerarchie sociali presenti in Italia:
«La mamma aveva uno splendido abito di chiffon nero, decorato a mano con mazzetti di lillà e lo metteva con una stola di ermellino. Ne aveva anche un altro di satin viola, molto aderente, molto elegante che si era fatto arrivare dalle sorelle F. di Roma e che metteva con una stola di visone biondo. Le sorelle F. le inviavano anche gli abiti da mattina e da pomeriggio corredati da borsette e scarpe in tinta. Mi ricordo che alla mattina indossava un tailleur bianco di lino con una camicetta di seta color nocciola a disegnini bianchi e aveva le scarpe bianche e marroni con le stringhe e la borsetta in tinta con le scarpe. Inoltre mi ricordo anche di un tailleur azzurro di shantung di seta con bordure bianche che ravvivava con un foulard di chifon color fucsia e scarpe e borsetta bianche […] Aveva molto buon gusto e sapeva vestire.»[23]
La grande minuzia di particolari, la vivacità dei colori e il fatto che molti di questi abiti provenissero direttamente dall’Italia, ci offrono uno spaccato della progressiva ricostruzione della vita mondana dei ceti più ricchi in Eritrea. I confini materiali della colonizzazione italiana emergono anche nelle testimonianze del ceto medio, ad esempio tra i piccoli imprenditori. Alda Brunelli era la figlia di un ristoratore attivo sulla camionata tra Massaua ed Asmara, una delle direttrici principali dell’Eritrea coloniale, e descrive, con un misto di nostalgia dell’Italia e di soddisfazione per la riproduzione dei sapori e degli odori della patria lontana, l’attività del ristorante famigliare:
«C’era poi una stanza dove si faceva la pasta per le tagliatelle, a mano si impastavano chili di farina e cesti di uova e si usava una macchina azionata a mano da un indigeno, per assottigliarla. Qui nascevano le tagliatelle, e qualche volta, in occasioni particolari, si diffondeva l’odore inconfondibile della piadina, che risvegliava nei presenti ricordi e nostalgie di terre lontane e di persone care.»[24]
Il cibo rappresentava un grande elemento di connessione e coesione sociale tra le comunità italiane. Alda Brunelli sottolinea inoltre, con grande orgoglio, come suo padre, proprietario del ristorante, avesse ricevuto dei complimenti per la cucina anche da alcune delle autorità coloniali italiane:
«Fra i clienti del locale ci furono varie personalità dell’epoca che non disdegnavano di fermarsi al Dongollo: fra tutti, il Duca Amedeo d’Aosta, Vicerè d’Etiopia, che aveva conosciuto mia nonna durante il viaggio in piroscafo, e da lei caldamente invitato si fermò a bere con tutto il suo seguito; il Maresciallo Italo Balbo, del quale conserviamo una fotografia scattata davanti al Ristorante; il Governatore dell’Eritrea che era ospite abituale ogni volta che percorreva la camionale e che lusingava la vanità di mio padre dicendogli che la sua cucina era nettamente superiore a quella del Palazzo del Governo.»[25]
Lo studio della cultura materiale descritta dai coloni rappresenta un tassello utile sia all’identificazione dell’immaginario dei vari ceti sociali coloniali e sia alla definizione di una più generale idea di italianità d’Oltremare. Ciò è stato sostenuto anche da Emanuela Scarpellini: la cultura materiale, strutturando la società, i confini di classe, di genere con riflessi nell’arte, nella letteratura e nelle politiche di governo permette di osservare un Paese da una particolare angolazione.[26] Tuttavia le testimonianze risultano utili anche e soprattutto per ricostruire il punto di vista interno e non ufficiale dei coloni italiani dinanzi ai rapporti creatisi con gli indigeni. Sempre dalle parole di Alda Brunelli, spicca una certa propensione a mettere in secondo piano gli eritrei, figure quasi ‘di contorno’ ad un universo che, oltre ai paesaggi e ai colori africani, era pur sempre concepito e progettato per gli italiani. In un passaggio viene sottolineato l’impiego dei nativi nella costruzione del ristorante, accompagnati dagli incitamenti a lavorare più duramente da parte dei bianchi:
«Giunsero muratori e carpentieri, sia indigeni che italiani, e per qualche mese il cantiere risuonò di canti che accompagnavano il lavoro dei nativi, sovrastati però dalle esortazioni dei bianchi, quasi sempre in dialetto romagnolo, che li spronavano a lavorare più celermente.»[27]
A questo aspetto del lavoro nel cantiere, che mette in luce come dal punto di vista italiano gli unici a dover essere spronati fossero gli indigeni, si aggiunge il dettaglio della suddivisione degli spazi della casa, in particolare di quelli igienici: «Il problema igienico era risolto con due latrine, un po’ fuori mano, una per i bianchi e una per gli indigeni.»[28]
Alda Brunelli descrive la sua vita in Africa nell’anno 1939, quando le leggi razziali del regime in Italia e in colonia, erano già una realtà. Le testimonianze precedenti però, sembrano presentare un quadro di rapporti similmente improntati ad una sopraffazione coloniale ‘informale e diffusa’. Molto nota, in Eritrea come in Somalia, era la pratica del madamato, ovvero il concubinaggio tra i coloni – soprattutto i soldati – italiani e le donne eritree o somale. Giuseppe Ghione, descrive con minuzia di particolari quello che, nel 1935, potrebbe essere considerato a tutti gli effetti un mercato di schiave sessuali:
«Vado ad Adi Ugrì dove visito il mercato e qui si possono anche acquistare donne per 400/500 lire, oppure sposarle per 250/300 lire al mese, basta mettersi d’accordo… […] Ogni casa di piacere è contrassegnata con un cerchietto, dipinto sulla porta, così uno non può sbagliare se cerca piaceri bussa a quella porta e di quelle porte il paese è pieno. Sono 18.000 uomini e giovani, anche questo servizio ha la sua importanza e potrebbe essere meglio organizzato. »[29]
Ad Adi Ugri si era già accennato nella testimonianza di Manlio La Sorsa, in riferimento all’organizzazione dello spazio urbano e alla suddivisione tra zona italiana ed eritrea, ed anche in La Sorsa, emergono altri particolari riferiti alla vita delle donne eritree nella stessa città, quando il colono viene invitato a prendere un caffè da una famiglia locale:
«Siamo stati invitati a prendere un caffè da una famiglia composta da una madre vedova, e da due figliuole, di cui una incinta di 7-8 mesi, e siccome vedo che à [sic] conservato l’acconciatura dei capelli alla vergine…, mi spiegano che è stata resa madre da un ufficiale italiano (e lo dicono quasi con un certo orgoglio, e come se la verginità sia rimasta intatta…).»[30]
In realtà, tanto La Sorsa quanto Ghione, evidenziano come le ragazze oggetto di attenzione da parte dei soldati italiani, fossero anche sposate. La Sorsa sembra rimanere più sul vago:
«A un certo punto io domandai a una delle due nuove arrivate: “avere marito a Maccallé?” È questo un modo di dire per farsi intendere e vorrebbe significare se sono sole e libere e se fanno nik nik… Dalla risposta ci si può regolare; e infatti mi risponde di sé, ossia che non à [sic] nessun maschio o lo à [sic] lontano.»[31]
Più precisa appare la descrizione di Ghione, che sottolinea ulteriormente come spesso nelle famiglie eritree gli uomini fossero destinati alla guerra (e dunque al servizio militare per conto degli italiani) e le donne rimanessero sostanzialmente in balìa dei soldati e dei coloni italiani:
«[Le donne] fanno figli abbondantemente – mentre i signori mariti pensano solo a fare la guerra, oppure, quando non sono arruolati compiono qualche lieve lavoro nei campi o assistere al pascolo […]. La donna qui non è altro che uno strumento di lavoro e di soddisfazione per il maschio, ma è abituata e credo siano felici, almeno, mi dicono, non si lamentano.»[32]
Sui signori mariti che pensano solo a fare la guerra occorre aggiungere ulteriori particolari. Ghione si riferisce quasi sicuramente agli ascari, ovvero ai reparti coloniali in forza all’esercito italiano. La storia delle truppe coloniali europee, come è già stato osservato nel caso dei reparti marocchini francesi[33], rappresenta un capitolo controverso nei rapporti tra coloni e colonizzati. Nel contesto italiano, l’ascaro rappresentò un vero e proprio intermediario, non soltanto tra l’esercito e i sudditi coloniali, ma persino tra i diversi possedimenti italiani. Gli italiani solitamente ricercavano collaboratori tra le vecchie élite tradizionali[34] e l’impiego di truppe indigene rappresentava in effetti una base per il consenso e l’assoggettamento delle popolazioni dei possedimenti coloniali. Gli ascari inoltre, a differenza di altri reparti coloniali in forza alle potenze europee, furono impiegati dagli italiani esclusivamente nelle guerre per il controllo e l’assoggettamento dei possedimenti africani. Massimo Zaccaria ha ad esempio analizzato l’impiego militare e propagandistico dei reparti eritrei in Libia durante la guerra italo-turca (1911-1912). Se venticinque anni dopo la conquista italiana della Tripolitania e della Cirenaica, il regime fascista cercò di minimizzare il ruolo e il merito dell’oltre 40% di truppe indigene impiegato nella conquista dell’Etiopia, diverso era stato l’approccio dell’Italia liberale. L’impiego di reparti eritrei doveva in effetti testimoniare il successo della colonizzazione italiana agli occhi di una opinione pubblica in fibrillazione per gli eventi concernenti la guerra contro l’Impero ottomano.[35] Durante la guerra – secondo la logica del divide et impera – gli italiani si servirono anche di eritrei musulmani, invitandoli a combattere contro gli ‘usurpatori del Califfato islamico’, incarnati dai turchi ottomani.[36] Giocando sull’aspetto psicologico e puntando ad impressionare anche i libici con l’immagine dell’apparente grandezza dei propri possedimenti d’Oltremare, gli italiani si adoperarono per far sfilare gli ascari dinanzi alle popolazioni conquistate. Zaccaria riporta le osservazioni dei vertici dell’esercito italiano dinanzi alla sorpresa e alla curiosità degli arabi mentre vedevano sfilare gli eritrei:
«Gli arabi di Libia, che non si scuotono per nulla, nemmeno per gli aeroplani e per la ferrovia, sono incantati dai nostri ascari, forse sorpresi che gente nera e musulmana come loro sia da tempo al nostro servizio e ci si trovi bene. Io ritengo che la venuta di questo battaglione farà molto bene per le operazioni militari, ma più ancora per la naturale propaganda che farà sulle masse arabe dimostrando coi fatti e non solo con le parole che gli italiani trattano bene gli africani.»[37]
L’ascaro, come emerge anche dalla descrizione dei volti sorpresi dei libici dinanzi ad altre popolazioni colonizzate pronte a servire la nazione colonizzatrice, rappresenta una sfumatura interessante, che apparentemente spezza il binomio – emerso tanto nella descrizione degli spazi urbani, quanto nell’italianizzazione dei consumi e nelle pratiche di madamato – tra occupante ed occupato. L’Eritrea si ritrovò anzi a rifornire di uomini, peraltro allontanati dai loro campi e dalle loro donne – in seguito oggetto delle attenzioni dei soldati italiani – per contribuire all’estensione e al rafforzamento della potenza della nazione colonizzatrice. Piero Onida, in un recente lavoro di analisi inerente il ruolo e la creazione della subalternità nei possedimenti italiani in Corno d’Africa, ha provato a riconsiderare le testimonianze dei sudditi coloniali, basandosi su un grande lavoro di Irma Taddia, rivalutando la fedeltà degli ascari alla causa italiana. Da un lato vi è la testimonianza di M. G., eritreo del 1913, il quale ricorda con nostalgia gli anni al servizio dell’Italia:
«Io ai tempi degli italiani stavo bene, avevo la paga di graduato, avevo tre strisce rosse, ero scium basci, che era come sergente o caporale maggiore. La paga era buona, io prendevo 1200/1400 lire italiane. A quel tempo la vita era buona, non come oggi. In quel periodo stavamo veramente bene. Adesso io sono invalido di guerra, sono stato ferito ad Amba Alagi con le schegge dei cannoni, e ho avuto un certificato di invalidità dal dottore italiano. Ogni tre mesi vado ad Asmara a prendere la pensione; prima era scarsa, adesso l’hanno aumentata fino ad arrivare a 120/130 birr ogni mese; quindi adesso sto meglio di prima.»[38]
Ciò che tuttavia viene valutato in senso positivo da M. G. è il guadagno in termini economici conseguito grazie alla guerra. Come già visto nel caso delle colonie maghrebine francesi, spesso i sudditi prestavano servizio per gli europei principalmente per accrescere il proprio benessere personale, il proprio potere politico e il proprio status, oltre che per mera necessità.[39] I sudditi coloniali seppero perciò sfruttare tutti i vantaggi possibili ottenibili tramite il contributo alla causa del colonizzatore. D’altra parte, rimanendo al caso italiano in Eritrea, non tutti considerarono in termini strettamente positivi la propria collaborazione per l’Italia, come ad esempio F. A., nato in Eritrea nel 1909:
«Noi eravamo costretti a lavorare per l’Italia, eravamo senza scelta, per mantenere noi e le nostre famiglie numerose nelle nuove condizioni di vita del colonialismo. Non era sempre un compito facile, il nostro. Per questa ragione noi abbiamo cercato di migliorare la nostra educazione, abbiamo avuto sempre un certo atteggiamento benevolo con l’amministrazione coloniale. Nel complesso i governi che si sono succeduti in Italia hanno creato una situazione di difficoltà nella vita quotidiana e nei rapporti africani/bianchi […] Se ripensassimo alla nostra vita qui in colonia, dobbiamo confessare che nel complesso noi nativi siamo stati frustrati, sia nel campo sociale sia nel campo educativo. Non abbiamo avuto molto dal governo coloniale e ce ne siamo resi conto in un secondo momento.»[40]
L’Eritrea, non pienamente considerabile come colonia di popolamento, rappresenta pertanto il punto di partenza fondamentale per inquadrare la vicenda dei gruppi sociali coloniali italiani nel suo contesto di più antica conquista. Nella colonia primigenia maturarono alcuni elementi, come la separazione razziale e la sopraffazione sessuale delle eritree, oppure come l’estensione dello stile di vita italiano e la cooptazione di indigeni nelle forze coloniali, che si ritroveranno anche negli altri possedimenti italiani. Emergono inoltre, dalle descrizioni degli italiani, alcuni aspetti del mondo e dei consumi dei diversi ceti sociali presenti in colonia, a testimonianza della riproduzione in terra africana delle gerarchie vigenti in patria. Tali gerarchie interne alla comunità italiana non si presentarono apparentemente nella seconda più ‘antica’ colonia italiana in Africa: la Somalia.
2. Il caso della Somalia: una colonia di sfruttamento
Nel 1905 la Somalia divenne ufficialmente una colonia soggetta alla sovranità del Regno d’Italia. Dal 1889 al 1905 essa fu di fatto di proprietà solo parzialmente statale, lasciata in concessione alla Società commerciale di Benadir[41]. L’ordinamento amministrativo della colonia fu portato a compimento nel 1910, mentre nel 1925 fu annesso al territorio somalo l’Oltregiuba. Uno dei protagonisti della colonizzazione della Somalia, fu senza dubbio il principe Luigi di Savoia, detto il principe-contadino, fautore della creazione del Villaggio Duca degli Abruzzi e della Società agricola italo-somala (Sais). La Sais fu protagonista di grandi lavori di bonifica sul corso dell’Uebi-Scebeli.[42] I lavori di bonifica furono portati avanti assieme ad un programma di progressivo assoldamento di manodopera locale. La Sais cercò di coordinare la tradizionale agricoltura somala con le nuove tecniche e gli strumenti agricoli europei, concentrandosi soprattutto nella produzione di cotone e zucchero.
A seguito dell’esplorazione dell’Uebi-Scebeli, conclusasi il 6 febbraio 1929, il principe-contadino entrò a Mogadiscio trionfante.[43] Fu in tale occasione che la nota mitezza di Luigi di Savoia fu messa improvvisamente da parte, probabilmente a causa dell’impeto della folla che lo accolse nella capitale della Somalia italiana:
«La Somalia che prima vibrava di speranze, oggi vibra di operosità: aeroplani ne solcano il cielo, autoblindate le ampie vie, navi capaci il glauco mare, e aratri questi nostri campi: dovunque è lieto fervore di opere con le quali la nostra Italia mostra la sua tenace volontà, la sua forza spirituale, la sua potenza.»[44]
Sulla composizione di questa folla si tenterà di offrire un’analisi della struttura sociale e dei rapporti razziali della meno popolata tra le colonie italiane. La Somalia in effetti, come evidenziato nei progetti della Sais, fu perlopiù una colonia di piantagione in cui viveva un numero limitato di italiani, proprietari terrieri sul modello del Duca degli Abruzzi. Da una relazione del residente di Mogadiscio, Bottazzi, riportata da Angelo Del Boca, disponiamo del numero di residenti italiani nella principale città della Somalia nel 1929: circa 303 italiani, di cui 232 uomini, 41 donne e 30 bambini. Gli uomini risultavano occupati nell’amministrazione civile (78), nell’esercito o nella marina (70) o in ditte private (84).[45] Oltre alle persone comuni la Somalia era anche un luogo di colonizzazione da parte delle ‘canaglie’ del fascismo, agitatori allontanati da Mussolini per ragioni politiche. Uno di questi personaggi fu addirittura Amerigo Dumini, uno degli assassini di Giacomo Matteotti. Dumini ottenne in Somalia una esistenza «comoda e redditizia».[46] Dei criminali come dei commercianti, si prese cura o tentò di prendersi cura il governatore e quadrumviro De Vecchi, vero e proprio viceré della colonia africana, il quale si adoperò fortemente per promuovere l’elevazione spirituale e intellettuale degli italiani in Somalia. L’obiettivo era di migliorare il tenore di vita della ‘razza dei padroni’, sul modello di quanto avveniva nelle colonie britanniche. A ciò contribuì, nel contesto urbano di Mogadiscio [Figura 7], il coprifuoco alle 22 valido solo per gli indigeni e la ridefinizione dello spazio della città in un’ottica molto simile a quanto avverrà ad Addis Abeba dopo la conquista italiana.

Figura 2: Mogadiscio, Guida dell’Africa Orientale Italiana, Consociazione Turistica Italiana, Milano 1938, p. 571
Alla fine del governo del quadrumviro nel 1928, Mogadiscio contava tre ristoranti, tre alberghi, tre circoli con ampie sale «da ballo, da musica e da giuoco», due caffè, un cinematografo, un teatro, un campo sportivo con tribuna, due campi da tennis attrezzati anche per il gioco notturno, un campo ostacoli, il quotidiano «Il Corriere della Somalia», e circa 600 automobili circolanti.[47] Come già si è potuto constatare nel caso dell’Eritrea, risultano molto utili anche le descrizioni e le testimonianze dei coloni. Una di queste risale al 1936 ed è di Giuseppe Vaglio, aspirante cameriere palermitano, il quale descrisse con ammirazione la trasformazione in senso italiano del centro di Mogadiscio, sottolineando anche la relativa omogeneità ed uguaglianza sociale tra i diversi ceti sociali:
«Quando si passeggiava la sera per il centro di Mogadiscio sembrava di essere in via Veneto a Roma. Non c’era distinzione di ceto, l’aristocratico era amico dell’operaio e dell’impiegato, tutti si rispettavano e non vi era nessun astio, eravamo tutti fratelli d’Italia, in una colonia italiana, e portavamo il prestigio del nostro paese sempre più in alto.»[48]
All’entusiasmo per l’apparente esistenza di una solidarietà nazionale in colonia, Vaglio aggiunge altri dettagli – tenendo conto dei numeri piuttosto esigui inerenti la popolazione italiana di Mogadiscio – in merito al tenore di vita dei coloni, di come apparisse altissimo e di come l’integrazione tra italiani provenienti da diverse regioni della penisola fosse più che riuscita:
«Il tenore della nostra vita in Somalia indubbiamente era migliore di quello in Italia. La gente viveva con più spensieratezza, si lavorava moltissimo ma vi era più agiatezza. Inoltre si era creato un clima di grande fratellanza tra gli italiani, cosa che non esisteva nel territorio italiano […]. L’emigrato […] sente l’amor di patria meglio di chiunque viva nel proprio territorio […]. Eravamo tutti appartenenti ad una patria l’Italia, senza alcuna discriminazione.»[49]
Alla descrizione del tenore di vita e al forte attaccamento alla propria italianità, si aggiunge, nel caso di Giuseppe Vaglio, la preziosa testimonianza del consolidato controllo di una piccolissima minoranza di italiani su una grande maggioranza di somali, soprattutto quando vengono descritte le condizioni di radicale separazione cui erano sottoposti questi ultimi, al cospetto dei colonizzatori:
«Mentre camminavamo sul marciapiede notavo che i somali, al nostro passaggio, si fermavano e ci salutavano romanamente. Incuriosito chiesi a N. spiegazioni e lui mi rispose che il Governatore aveva dato ordine alla popolazione locale che al passaggio di un italiano si dovevano fermare a salutarlo in segno di rispetto e di sottomissione. Inoltre ai somali non era permesso camminare sul marciapiede quando era occupato da un italiano.»[50]
Sempre nella testimonianza di Vaglio, emergono alcuni particolari in merito all’altro pilastro dell’elevazione degli italiani al rango di razza dominante: il ruolo del partito fascista. La riedificazione e la trasformazione in senso imperiale delle comunità italiane nel nascente impero del Corno d’Africa, già osservata nel caso dell’Eritrea, doveva avvenire anche in Somalia mediante l’intermediazione dei fasci locali. Questi ultimi, nel 1932 contavano solamente 240 iscritti. Ciononostante, Vaglio ha messo in luce come i dipendenti pubblici fossero quasi costretti ad iscriversi al Pnf:
«La mattina dopo ci dirigemmo all’appuntamento col padrone dell’O.N.D. [Opera Nazionale Dopolavoro], signor M., e dopo le presentazioni ci mettemmo a discutere sul funzionamento del bar ristorante […]. Il padrone […] mi diede l’opportunità di iniziare a lavorare con lui in qualità di barista fin dall’indomani portandogli la tessera di iscrizione del Partito Fascista. A questa richiesta io risposi che non ero mai stato iscritto al Partito e che quindi non avevo nessuna tessera. Il signor M. mi fece presente che la maggior parte dei clienti del locale era costituita da funzionari fascisti e che il locale stesso portava un nome fascista, e se io volevo lavorare dovevo iscrivermi al Partito come erano iscritti tutti coloro che lavoravano negli edifici pubblici in Somalia [il corsivo è dell’autore]»[51]
Vaglio ottenne la tessera e, piuttosto spaesato, fu presentato al suo Comandante Capo, agli ordini del quale avrebbe partecipato alle adunate dei Giovani Fascisti, previste ogni domenica mattina. Il giovane colono ammetteva tuttavia di essere piuttosto lontano dalla vita e dalle attività del partito in Somalia:
«Ero entrato in un ambiente molto strano per me, non sapevo come mi dovevo comportare nel vedere tutte quelle pagliacciate. Ma dovevo pensare al lavoro e adattarmi al comportamento degli altri, usare la stessa filosofia di sempre, sempre col sorriso sulle labbra, senza pensare ad altro. Tanto a me interessavano il lavoro, la pace e la tranquillità.»[52]
Nonostante i propositi e le ambizioni di De Vecchi, emerge in questa testimonianza come un colono italiano di estrazione sociale medio-bassa e peraltro di giovane età, non solo non fosse quasi per nulla incantato dalla fascistizzazione della colonia, ma puntasse perlopiù a migliorare le proprie condizioni sociali, trovando lavoro, pace e tranquillità nella colonia italiana. Come verrà analizzato anche nel contesto libico e in quello etiopico, il mito della ‘frontiera’, del successo e del facile e veloce arricchimento, divenne molto popolare tra gli italiani che scelsero di partire per la colonia, nonostante fosse decisamente osteggiato dal regime. Emergono però altre ombre, stavolta in relazione all’italianizzazione di Mogadiscio, data dal resoconto relativo allo stato delle case. In una situazione che ricordava molto da vicino quanto già visto con Johannesburg e quanto verrà osservato nel caso di Addis Abeba, la carenza di nuove case spinse diversi italiani a vivere in case arabe, spesso a contatto con gli indigeni. Tale comportamento venne segnalato come inappropriato da Vecchi, uomo di teatro e giornalista operante in Somalia durante il governo di De Vecchi, il quale definì tutto questo come «una piaga per noi che non dobbiamo mai dipartirci dal concetto di mantenere alto il prestigio del bianco, ad ogni costo»[53]. D’altra parte Mogadiscio venne riprogettata ostentando la superiorità della minoranza italiana sul resto di una comunità somala stimata in circa 22.109 abitanti.
L’urbanistica, come già sottolineato nel precedente capitolo, e come emergerà ancora più chiaramente in riferimento ai piani regolatori di Addis Abeba e Tripoli, fu un elemento chiave nella costruzione ideologica e politica del colonialismo italiano in Africa. A Mogadiscio De Vecchi diede via libera alla costruzione di una cattedrale cattolica, considerata già all’epoca una provocazione e una coercizione in un territorio a larga maggioranza islamico.[54] Anche il sistema scolastico italiano in Somalia contribuì a definire le gerarchie razziali della colonia. Nel 1926 funzionavano le elementari a Mogadiscio, Merca, Afgoi, Villaggio erano stati istituiti una scuola serale, una scuola di arti e mestieri e un asilo infantile.[55] Le condizioni di accesso degli indigeni a questi corsi scolastici furono da subito limitatissime. Mohamed Aden Scek sottolinea come ai somali fosse proibito l’accesso a corsi superiori alla terza elementare,[56] giacché le conoscenze dei primi tre anni scolastici erano giudicati sufficienti ad eseguire i lavori manuali ai quali la manodopera indigena era destinata.[57] Era inoltre attiva una scuola destinata unicamente ai meticci, un brefotrofio. I meticci furono oggetto di particolare preoccupazione da parte del regime, come si vedrà anche per l’Etiopia. A partire dal successore di De Vecchi, Guido Corni, la segregazione razziale fu estesa anche alla scuola, separando le classi dei somali da quelle degli italiani. Si è già accennato al gran numero di braccianti e manodopera indigena rispetto al numero di proprietari terrieri italiani. Questa manodopera, interessata da una formazione scolastica limitata in ragione dei compiti umili ai quali il regime coloniale avrebbe voluto indirizzarla, furono al centro di alcuni processi di ridimensionamento dei propri rapporti di lavoro e delle forme contrattuali in relazione al lavoro nelle piantagioni. Nel 1929 si intervenne in maniera definitiva per perfezionare e modificare i regolamenti per la manodopera per il Villaggio Duca degli Abruzzi e per Genale, l’altra grande zona destinata alla colonizzazione agricola italiana. Tuttavia l’estensione del riposo settimanale e dell’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, contemporaneamente all’adozione di un contratto di lavoro per nazionali nel 1929 e nel 1935, interessarono solamente i lavoratori italiani, aumentando il divario tra la manodopera bianca e quella indigena.[58] Riguardo Genale, in particolare, fu lo stesso De Vecchi ad accennare alle forme di lavoro coatto impiantate in Somalia, richieste peraltro dagli stessi coloni-piantatori:
«Fu richiesta da taluno, con notevole insistenza, una legislazione che ordinasse il lavoro coattivo e il Governo locale la negò recisamente ottenendo tutto l’appoggio del Governo Centrale.»
Di fatto Del Boca sottolinea come all’apparente interesse del governatore dello stesso governo fascista per il problema del lavoro coatto, seguitasse un cinico matrimonio d’interessi tra il quadrumviro, che ottenne l’appoggio dei concessionari dopo il 28 ottobre 1926 alla liquidazione della rivolta di El Hagi[59], e gli stessi concessionari che ottennero da De Vecchi il disinteresse delle autorità per il conflitto sociale in atto nelle piantagioni di Genale, lasciando di fatto diecimila indigeni a disposizione dei coloni.[60] Anche nelle piantagioni della Sais, nonostante l’apparente collaborazione tra tecniche agricole italiane e manodopera somala, le condizioni degli indigeni erano ai limiti del lavoro coatto. Del Boca evidenzia come De Vecchi avesse fatto dichiarare i lavori della Sais come di pubblica utilità, ottenendo per Luigi di Savoia che tutti i villaggi fornissero mensilmente un certo numero di lavoratori.[61] Nelle «Autobiografie Africane» curate da Irma Taddia, è possibile avere un’idea delle condizioni degli ultimi tra i sudditi coloniali, per condizioni sociali ed economiche. Un eritreo, F.A., descrive le condizioni dei somali con queste parole:
«Lì veramente, in Somalia, si poteva vedere apertamente la frustrazione tra il suddito coloniale e il nazionale italiano. La differenza maggiore consisteva nel fatto che il suddito coloniale aveva una posizione nettamente inferiore, sia come paga, sia come abitazione e modo di vita. In Eritrea allora non si poteva ancora vedere questa divisione, che verrà solamente in un periodo successivo.»[62]
Un’altra fonte, riportata da Piero Onida, è quella del segretario federale del PNF a Mogadiscio Marcello Serrazanetti, il quale denunciò apertamente come pratica di schiavismo l’economia di piantagione italiana in Somalia. Si è ritenuto utile alla comprensione del fenomeno citare integralmente una parte della denuncia di Serrazanetti:
«Il lavoro forzato che s’impone da alcuni anni ai nativi della Somalia, invano cinicamente mascherato nel 1929 da un contratto di lavoro, è assai peggiore della vera schiavitù, poiché laggiù è stata tolta al lavoratore indigeno quella valida tutela dello schiavo che era costituita dal suo valore venale, tutela che gli assicurava almeno quel minimo di cure che l’ultimo carrettiere ha per il suo asino, nella preoccupazione di doverne comprare un altro se quello muore. Mentre in Somalia quando l’indigeno assegnato ad una concessione muore o diviene inabile al lavoro, se ne chiede senz’altro la sostituzione al competente Ufficio Governativo che vi provvede gratis. I lavoratori assegnati alle concessioni, vengono prelevati dalle Cabile ritenute le più devote e le più docili, quelle cioè che, si pensa, daranno meno noie. Ad ogni Cabila prescelta, viene richiesto un dato contingente di famiglie, lasciando ai capi l’incarico di sceglierle o comporle, sotto un molto relativo e nominale controllo dei Residenti.»[63]
Dalle accuse di Serrazanetti emerge chiaramente come a fare le spese del lavoro coatto fossero in prevalenza i somali provenienti dai villaggi più pacifici. Si evidenzia perciò una pratica che esulava da una semplice rappresaglia e che assumeva, nel contesto della Somalia, i sinistri contorni di una vera e propria colonia schiavista. Ancora Serrazanetti descrive come i componenti delle colonne di lavoratori destinati al lavoro sullo Uebi-Scebeli, fossero talvolta legati gli uni con gli altri tramite delle funi, «assicurando così una più facile sorveglianza.»[64] La testimonianza di Serrazanetti ci offre infine un quadro delle condizioni abitative dei somali, ammassati perlopiù in capanne. In un’altra testimonianza italiana, quella di Unno Bellagamba, del 1935, emerge inoltre il sostanziale disprezzo del colonizzatore per il suddito, evidenziato dalla descrizione dei somali:
«Nati e vissuti in mezzo alla boscaglia non conoscono altro lavoro che quello di guardare delle bestie al pascolo […]. Non mancano d’intelligenza e non pochi infatti hanno trovato lavoro presso le diverse aziende, gestite dai bianchi. Infatti qui a Mogadiscio si vedono un pò dapertutto [sic]. Ridicoli appaiono al nostro sguardo d’Italiani non abituati a simili viste […]. Una volta alle dipendenze di un bianco si affezzionano [sic] radicalmente; con scrupolo rispettano la consegna di qualsiasi specie gli venga impartita e prendono parte alla tutela degli interessi del padrone con tanta attaccatezza e meticolosità come se essi stessi ne fossero cointeressati.»[65]
L’esiguo numero degli italiani, a cui ci si è già riferiti ad inizio paragrafo, ci impedisce di andare oltre nella nostra analisi del contesto somalo. Sarebbe impossibile definire la Somalia una colonia di popolamento sul modello di quelle realizzatesi in Etiopia o in Libia. Ciononostante, in questa analisi comparativa dei possedimenti italiani potrebbe risultare utile tenere in considerazione alcuni elementi: in primo luogo la costruzione di uno spazio abitativo ‘bianco’ e italiano nel cuore di Mogadiscio, culminante nella cattedrale cattolica. In secondo luogo le politiche di rigida separazione tra la ristretta comunità italiana e la numerosa comunità somala. Identità bianca e separazione degli indigeni dai colonizzati (anche da un punto di vista lavorativo e scolastico) sembrano dei punti cardine nella comprensione del processo di costruzione di una società coloniale italiana, che tuttavia in Somalia si ritrovava ad essere sostanzialmente omogenea da un punto di vista economico, semmai suddivisa tra proprietari terrieri e facoltosi abitanti della capitale Mogadiscio. Vedremo come, nel caso dell’Etiopia, gli stessi processi identitari e segregazionisti dovettero tener conto anche delle differenti condizioni sociali ed economiche dei settlers italiani.
3. Segregazione, ‘italianizzazione’ e violenza nell’Etiopia italiana
Il 5 maggio del 1936 si concluse almeno formalmente la guerra per la conquista dell’Etiopia. Venne quindi proclamata la nascita dell’impero dell’Africa Orientale Italiana (AOI), con centro ad Addis Abeba, già capitale dell’impero etiope, e con imperatore Vittorio Emanuele III comprendente, oltre all’Etiopia conquistata, anche l’Eritrea e la Somalia, riaggregato secondo basi etno-linguistiche. L’Etiopia, con il suo vasto territorio, sarebbe dovuta diventare la più ampia colonia di popolamento italiana in Africa, e riassorbire così l’emigrazione italiana entro i confini nazionali.[66] Per quanto riguarda il numero degli italiani che effettivamente andarono a colonizzare l’impero, oltre ai quasi 300.000 militari reduci del conflitto appena vinto[67] e ai 6500 funzionari dello Stato[68], tra il 1935 e il 1939 giunsero 201.440 operai. Questi ultimi avrebbero dovuto svolgere lavori di bassa manovalanza, soprattutto nella costruzione delle infrastrutture, ma furono sostituiti progressivamente da manodopera etiopica, ritenuta più economica.[69] Come evidenziato da Emanuele Ertola, le categorie sociali indicate fino a questo momento, i migranti in cerca di lavoro, erano caratterizzati da una emigrazione temporanea e legata perlopiù a lavori a breve o medio termine. La vera punta di diamante del progetto di colonizzazione fascista era costituito in realtà dai coloni-agricoltori, sullo stile degli antichi coloni romani:
«I coloni-agricoltori erano invece la categoria destinata dal regime a popolare l’entroterra dell’impero fascista d’Etiopia, e il loro insediamento era enfaticamente proclamato dalla retorica di regime come l’autentica via italiana all’espansione coloniale, basata sulla forza del numero, sulla “fertilità della stirpe”, sulla “dignità della razza”, in contrasto con le vecchie decadenti potenze e le loro colonie di sfruttamento (con particolare riferimento polemico al colonialismo britannico).»[70]
I numeri furono però di molto inferiori rispetto alle aspettative del regime, dato che complessivamente il totale degli agricoltori insediati si attestò probabilmente a poco più di 400 unità nel 1940, sia per gli ostacoli causati dall’eccessiva burocratizzazione e sia per il controllo ancora poco più che informale da parte dell’Italia dell’entroterra etiopico.[71] Più alti risultano i numeri riferiti, tra il 1936 e il 1940, alla presenza italiana nei contesti urbani. Dal censimento del 1939 risultavano circa 40.000 italiani residenti ad Addis Abeba dei circa 80.000 civili presenti in tutta l’Etiopia.[72] L’aumento degli italiani residenti in Etiopia in nemmeno tre anni fu dunque sostanzialmente imponente, e questo dato riguardò in modo particolare le città, un dato che in qualche modo riguardava anche le altre capitali dell’impero, Asmara e Mogadiscio. Il colonialismo demografico italiano in Africa Orientale si rivelò perciò prevalentemente urbano, in maniera simile a quanto avveniva in altri contesti di popolamento europeo in Africa.[73] Si trattò inoltre di un colonialismo prevalentemente maschile, con appena il 14% di italiane presenti in Etiopia nel 1940.[74] Infine, l’emigrazione riguardò perlopiù italiani provenienti dal Nord Italia. Secondo quanto riportato da Labanca infatti, in termini di preferenze regionali, il Centro-Nord più sviluppato ed urbanizzato preferiva il Corno d’Africa, mentre il Sud si orientava prevalentemente verso la Libia.[75]
Posti i numeri della colonizzazione, occorre sottolineare come il Ministero delle Colonie si fosse mosso per regolamentare l’emigrazione italiana nelle colonie già nel 1929 e in seguito con il Regio Decreto n. 227 del 15 gennaio 1934. Con questo decreto furono poste delle serie limitazioni all’ingresso di aspiranti coloni, riguardanti i mezzi finanziari di partenza e le effettive capacità lavorative.[76] Dopo la guerra, tuttavia, le maglie per la selezione dei coloni più adatti si rivelarono molto meno strette, e l’Etiopia divenne meta di disoccupati e diseredati, tutte potenziali minacce all’ordine sociale delle città di provenienza.[77] Meno stringenti furono invece le limitazioni per ottenere un nulla osta dal governatore per i turisti appartenenti alle classi più abbienti. Subito dopo la conquista dell’impero cominciò in effetti la ‘conquista turistica’ del Corno d’Africa capitanata soprattutto dalla Consociazione Turistica Italiana, la quale appena due anni dopo la proclamazione dell’impero pubblicò la sua Guida dell’Africa Orientale Italiana. Il regime però si proponeva, almeno apparentemente, di dare vita ad una struttura coloniale più attenta ai ceti meno abbienti rispetto ai turisti benestanti. Come sostenuto in una pubblicazione dell’Istituto Fascista dell’Africa Italiana:
«La colonia vecchio stile, la colonia di sfruttamento concepita secondo la mentalità demoliberale aveva qualcosa di caotico e di avventuroso che ripugna alla nostra mentalità fascista. La vita coloniale era allora breve parentesi nella vita di un uomo; si afferrava quello che si poteva e quanto più si poteva, per tornare in Patria col proponimento di non rimettere piede in Africa […] Ben altra cosa è l’Impero Fascista […]. Il “coloniale” di oggi […] non è più uno spensierato e spavaldo procreatore d’una progenie di meticci.»[78]
Si possono già evidenziare da queste parole alcuni elementi utili a completare il quadro ideologico intorno alla costruzione dell’impero fascista in Africa Orientale. Oltre al già citato richiamo ai coloni romani, veniva sottolineata la differenza tra questo tipo di colonialismo e quello cosiddetto ‘demoliberale’ di sfruttamento. Da un punto di vista economico ciò si sarebbe dovuto declinare nella costruzione di un ‘colonialismo corporativo’, efficacemente analizzato da Gian Luca Podestà, il quale evidenzia come l’impero fosse stato concepito come ‘meta spirituale’nella quale sfuggire dalla decadenza dei popoli occidentali. Esso assumeva una valenza metafisica e mitologica al tempo stesso.[79] Sarebbe impossibile comprendere le dinamiche sociali ed ideologiche insite al colonialismo demografico fascista senza tener conto della natura totalitaria del progetto. La colonizzazione contadina di massa concepita dal regime doveva affiancarsi ad una rigida separazione gerarchica delle razze. La selezione dei coloni non avveniva pertanto solo sulla base delle condizioni economiche e lavorative dei richiedenti, ma tenendo conto anche di comportamenti potenzialmente negativi nei confronti del ‘prestigio della razza’. Il «Corriere dell’Impero» del 22 luglio 1939 commentò ad esempio il ritiro della licenza ai danni del calzolaio Attilio Franchella, reo di aver fatto ottenere dei lasciapassare per l’Africa ad alcuni suoi connazionali in questo modo: «Non si può ammettere – per dignità nostra e prestigio razziale – che un italiano venga qui a “cercar fortuna”.»[80]
Tra i diseredati e i disoccupati, già citati, furono tuttavia moltissimi i casi di pregiudicati e di veri e propri ‘rifiuti’ della società che cercarono fortuna nell’impero. I progetti del regime dovettero infatti scontrarsi con il numero crescente di italiani desiderosi di «cercar fortuna» senza troppo controllo da parte dello Stato. Emergeva pertanto una dialettica tra le esigenze organizzative di tipo totalitario del regime fascista e l’idea di colonia come ‘frontiera’ così come era concepita da una buona parte dei coloni e come è stato già osservato in Eritrea e in Somalia.[81] Per quanto riguarda il progetto fascista, la colonizzazione dell’Africa Orientale doveva essere intesa non soltanto come un insediamento ma anche come un ‘potenziamento’ di popolo.
L’obiettivo era fare dell’Etiopia una nuova Italia.[82] Secondo il sindacalista Sergio Panunzio, l’impero poteva fungere addirittura da modello per la trasformazione in senso corporativo dell’Italia.[83] Da ciò derivava in particolare il controllo del MAI sulle grandi decisioni economiche, il ruolo del PNF nel settore dell’assistenza sociale, della propaganda, della diffusione di giornali, riviste e proiezioni cinematografiche di propaganda.[84] All’IRI erano demandati invece compiti di supporto e di compartecipazione ad aziende ed industrie che si proponevano di valorizzare l’AOI.[85] Si può suddividere l’evoluzione economica del colonialismo italiano in Etiopia in tre diverse fasi: la prima fase è quella delle grandi speculazioni, cominciate con la preparazione della campagna militare nel 1935 e terminate a metà 1937. Fu in questo periodo che si generò il maggiore afflusso di italiani in colonia, attirati dall’enorme domanda di beni di prima necessità e dall’iniziale assenza di vincoli burocratici.[86] A partire dal 1937 questa fase dovette far fronte alla progressiva normalizzazione e al controllo crescente dello Stato sulle attività economiche.[87] Dal 1938, infine, divenne prevalente la concezione autarchica con l’obiettivo di rendere autonoma ed autosufficiente la colonia per diminuire le spese.[88] Le ultime due fasi elencate corrisposero ad un aumento imponente del controllo della burocrazia su tutte le attività coloniali. Ertola riporta un esempio del malcontento dei coloni nei confronti di questo irrigidimento governativo:
«Bisogna attendere i permessi civili, i permessi militari, i permessi finanziari ecc. e prima di ottenere uno solo di questi permessi bisogna fare delle eterne anticamere di giorni e settimane, perché i signori della “marina svizzera” di quaggiù, sono persone preziosissime e non si possono occupare delle piccole questioni quali sono le nostre.»[89]
Il governo centrale sembrava perciò non rispondere in pieno alle volontà e alle esigenze dei coloni. Questi ultimi furono probabilmente, per mentalità, lontani dalla pianificazione ‘imperiale’ e dalla volontà del regime di creare un colonialismo alternativo a quello inglese o francese. Lo sfruttamento coloniale rapido e lucroso tanto deprecato dallo Stato, era in verità quello perseguito dai coloni.[90] Le colonie furono concepite in effetti come terre di più sicura promozione sociale rispetto alla Madrepatria. Secondo Labanca la società italiana in Etiopia, al pari di quella delle altre colonie, presentava al suo interno una fluidità maggiore di quella nazionale, non soltanto per le fortune di avventurieri e speculatori, ma anche per coloni più operosi.[91] Proprio quest’ultima componente dei coloni d’Oltremare divenne oggetto di attenzione della propaganda del regime: l’AOI fu proclamato da subito impero del lavoro, anche se poi la propaganda badò bene di non descrivere nel dettaglio quali fossero le condizioni economiche e sociali delle fasce più umili di lavoratori italiani che giunsero in Africa. Anche per l’Etiopia, come per il Sudafrica e l’Algeria, si può dunque parlare di una macro-categoria, di poor whites o petits blancs che spesso vivevano a stretto contatto con i colonizzati.[92] Per questa ragione e per evitare ogni mescolamento tra la razza dei conquistatori e quella dei conquistati, la costruzione dell’impero fascista in Africa Orientale ebbe nella rigida separazione razziale uno dei propri capisaldi. L’elemento più visibile di questo ‘razzismo istituzionale’ furono i progetti intorno alla riedificazione della capitale etiope Addis Abeba. La città presentava in effetti caratteristiche peculiari e, assieme a tutta l’Etiopia, era percepita come una pagina bianca sulla quale edificare da zero una città di bianchi, spostando i precedenti abitanti in altri quartieri.[93] Secondo gli studi di Mia Fuller, lo spazio urbano coloniale fascista in Etiopia venne organizzato seguendo un principio di monumentalità e di rigida separazione razziale:
«In questo momento di sviluppo dell’architettura coloniale italiana, emerse una sorta di colonialismo cognitivo, non solo per tentare di controllare gli Etiopi e i loro movimenti, ma anche per assicurare che lo spazio dei nativi fosse pre-abitato dal potere italiano, il quale doveva essere, nelle percezione dei nativi, ovunque.»[94]
Al fine di ribadire l’onnipresenza del potere italiano sui colonizzati, spiccava la centralità del palazzo del governatore dell’Etiopia posto in una posizione sopraelevata. Inoltre elementi come lo spazio verde o i corsi d’acqua artificiali dovevano separare fisicamente i quartieri dei bianchi dai quartieri dei neri.[95] Rispetto a quanto avvenne in Libia, le città etiopi non furono giudicate meritevoli di essere conservate nel loro aspetto originale, furono ritenute disorganizzate e prive di un piano regolatore efficace.[96]
Alla fine del 1938 la principale preoccupazione dell’Ufficio Piano Regolatore per l’Etiopia divenne, perciò, quella di allontanare la popolazione indigena dal centro di Addis Abeba. Il progetto prevedeva la costruzione di 12.000 abitazioni nel quartiere etiopico. Le case etiopiche avrebbero dovuto mantenere degli standard in linea con il livello di vita precedente degli indigeni: secondo le indicazioni del MAI, ad esempio, i tetti sarebbero dovuti rimanere di paglia.[97] Le cose sembrarono però procedere in maniera differente rispetto alle aspettative del regime. Forse in misura persino maggiore rispetto a quanto avvenne a Johannesburg o a Mogadiscio, gli italiani furono costretti a sistemarsi nei tucul etiopi, superando in maniera piuttosto netta le rigide barriere ideologiche del regime. I costi per importare i materiali necessari alla costruzione di case moderne per i 40.000 italiani giunti nella capitali si rivelarono in effetti eccessivi.[98] La ricerca di uno standard abitativo adeguato da parte delle famiglie italiane, tuttavia, non escluse il tucul, ma vi si adattò preferendolo con alcune caratteristiche, quali la grandezza, la presenza di un terreno da coltivare, la centralità urbana.
In realtà, tuttavia, ciò che realmente separava lo spazio bianco da quello indigeno era dato dagli interni del tucul.[99] Tale europeizzazione del tucul era data dalla carta da parati e dall’arredamento, costituito da tavoli, seggiole, panche e letti fatti costruire sullo stile di quelli in uso delle casa in Italia.[100] Fondamentale divenne il ruolo delle donne italiane, protagoniste della riorganizzazione dello spazio interno dei tucul e quindi simbolicamente custodi dell’‘identità bianca’. Stretta è l’interconnessione riscontrabile tra il concetto di ‘bianchezza’ e la dimensione più intima e quotidiana della famiglia e della casa, di cui la donna rappresentava la massima espressione.[101] Inoltre emerge come un elemento cardine nel tentativo di definizione di uno spazio identitario italiano d’Oltremare fosse costituito dalla sfera dei consumi e della vita quotidiana. Giuseppe Serra, colono e pittore, testimonia come l’entusiasmo intorno alla crescita e all’occidentalizzazione di Addis Abeba [Figura 8] nel 1936 fosse alle stelle, anche se permanevano alcuni dubbi:
«La città è già molto sviluppata sia urbanisticamente che commercialmente. È una città che, nel complesso appare di stile europeo, conserva le sue caratteristiche di un grande villaggio africano. Certamente c’è ancora molto da fare per diventare una degna capitale di un impero romano […]. Sono state aperte scuole fino al Liceo e Istituti Commerciali. I servizi urbani di autotrasporto funzionano alla perfezione. Sono sorti lussuosi edifici pubblici ed eleganti ristoranti con piscine e campi da tennis. Anche i bar e gli alberghi fanno invidia a quelli metropolitani. Si vede anche tanta eleganza nelle donne europee, che alla sera passeggiano lungo il viale Mussolini e in piazza Littorio.»[102]
Una parte dei coloni investì effettivamente in caffè e ristoranti italiani, luoghi di vendita per prodotti richiestissimi in colonia. Emanuele Ertola riporta i nomi di alcuni delle attività che aprirono in Etiopia nei primi anni di vita dell’impero, riportati nelle pagine del «Corriere dell’Impero»: i legionari smobilitati Mancini e Dell’Osso aprirono il bar Aragnino in Corso Vittorio ad Addis Abeba nel 1937[103]; il 10 marzo 1938 aprì la pasticceria-confetteria Sabaudia[104].

Figura 3: Addis Abeba, Guida dell’Africa Orientale Italiana, Consociazione Turistica Italiana, Milano 1938, p. 490
Aprirono inoltre già nel 1936 una serie di osterie di cucina tipica italiana: un Caffè romano, un’osteria bolognese e una pizzeria napoletana.[105] Il ruolo che simili locali potevano svolgere nel processo di italianizzazione dell’impero era talmente sentito dalle autorità italiane, che ogni apertura di locali del genere era pubblicizzata come un evento grandioso dalla stampa ufficiale[106]. Ad esempio, all’inaugurazione del bar Zio Carlo presero parte il governatore e il segretario federale del PNF in Etiopia.[107] Nel febbraio del 1937 fu invece il turno dei grandi magazzini Zingone, che aprirono il loro secondo punto vendita nella capitale etiopica. L’apertura di centri commerciali nel cuore di Addis Abeba rendevano più familiare la vita dei coloni. Nel 1939, Labanca riporta come operassero un gran numero di imprese in tutto l’impero: 1.225 imprese manifatturiero-industriali, 1.436 commerciali e 574 agricole.[108] La stampa italiana esaltò la progressiva ma rapida europeizzazione dell’Etiopia, che in soli cinque anni, soprattutto ad Addis Abeba, fu parzialmente in grado di attrezzarsi con il necessario per i circa 40.000 coloni che popolarono la città. Nel 1940 era attiva ad Addis Abeba una rete telefonica per i circa 900 coloni che fecero richiesta, disponendo già di un apparecchio domestico. Inoltre la città disponeva di 10 linee di autobus e 250 taxi.[109]
Lo stile di vita metropolitano fu arricchito infine dalla quantità di svaghi, citati da Serra, che affiancarono lo sviluppo di servizi ed infrastrutture nelle città dell’impero. Vennero costituiti a partire dal 1937 i primi Dopolavoro. Nel marzo 1938 nacque la sezione di Addis Abeba della Dante Alighieri, a fine marzo 1940 si contavano circa nove biblioteche nella capitale.[110] Molto popolari e diffusi tra i coloni furono la passione per lo sport e il cinema.[111] Il 6 novembre del 1938 si insediò ad Addis Abeba la FIGC, la quale procedette con l’organizzazione del campionato di calcio della Scioa, favorendo così il più popolare tra gli sport italiani anche in colonia.[112] Contemporaneamente le sale cinematografiche nella capitale erano 5 nel 1938. Nel 1940 si contavano ben 17 sale per 11.704 posti complessivi. Sull’importanza del cinema nella costruzione ‘immateriale’ dell’impero, si era espresso anche il direttore dell’Ufficio Stampa e Propaganda del Minculpop per l’AOI:
«In un paese che nasce, privo di distrazioni, per i metropolitani, con innanzi il problema della penetrazione politica e dell’educazione degli indigeni e la necessità di evitare, nello stesso tempo, ogni promiscuità di razza, il cinema, fenomeno fondamentalmente educativo, ricreativo e culturale, assume una particolare importanza e delicatezza.»[113]
Il comfort era giudicato essenziale per favorire il radicamento dei coloni e il comune senso di appartenenza alla razza dei conquistatori. Riguardo la società dei bianchi tuttavia, come già accennato, essa si presentava piuttosto variegata e stratificata al suo interno. Emanuele Ertola sostiene come, più che di una piramide sociale, si possa parlare di un rombo, con un vertice burocratico-militare e alla base un proletariato non qualificato. Al centro stava una maggioranza difficilmente distinguibile socialmente, classificata in base ai mestieri svolti. Al vertice di questa classe media coloniale si trovavano gli impiegati pubblici e privati, la cui condizione privilegiata era data dalla certezza dello stipendio e dalla disponibilità di un’abitazione di tipo occidentale. Dato che ad Addis Abeba nel 1940 risultavano solo 600 case nuove, a fronte di 4000 famiglie di coloni, emerge l’esiguità numerica di questa parte di popolazione italiana.[114] Risulta solo da questi elementi come l’immagine diffusa tradizionalmente nelle società coloniali, ovvero il mito di un egualitarismo razziale interclassista, si scontrasse, qui come in Eritrea, con la realtà. Nel caso dell’Etiopia, l’alta borghesia sfoggiava uno stile di vita nettamente superiore rispetto a quello di altre componenti della società, separando nettamente il proprio spazio da quello degli altri coloni. Ertola riporta in questo senso la testimonianza della figlia di un ufficiale, che ricorda una serata in onore del governatore di Gondar, tenutasi nel castello di famiglia:
«In quell’occasione la mamma sfoggiava l’abito da sera e per noi il momento più elettrizzante era quando lei e Gisa Monti venivano a darci la buonanotte tutte belle e ingioiellate. Malgrado la mia giovane età ricordo ancora il luccichio dei pendenti di diamanti che Gisa portava alle orecchie.»[115]
Dalla testimonianza emergono perciò gli stessi segni distintivi presenti in Italia e già visti in Somalia, con una leggera variante di tipo coloniale. Ad esempio, viene sottolineata la presenza di un tenente colonnello che aveva alle proprie dipendenze un ascaro:
«Era uno spettacolo quando si presentava per servire a tavola in modo impeccabile. Così alto, giacca bianca attillata, pantaloni larghi immacolati, una specie di sottana spaccata ai lati, la fascia gialla degli Ascari artiglieri che gli stringeva la vita… insomma ce lo invidiavano tutti»[116]
Il valore delle testimonianze diaristiche, come verrà analizzato anche nel caso della Libia, risiede nella capacità di aiutare a discernere alcune delle sfumature sociali interne alla società coloniale. Le testimonianze dei bambini rappresentano ad esempio una fonte preziosissima per ricostruire il principale se non unico spazio di integrazione interclassista presente in colonia: la scuola. Rimanendo al contesto urbano di Addis Abeba, erano attive nel 1940 una scuola paritaria gestita dai missionari della Consolata e 5 scuole statali per bianchi con 1441 alunni: il Liceo-Ginnasio Vittorio Emanuele III, l’Istituto Tecnico Commerciale Benito Mussolini, l’Istituto Magistrale Superiore Elena di Savoia, le scuole elementari Vittorio Emanuele III e Regina Elena.[117] La scuola divenne il luogo dell’incontro forzato tra le componenti della società coloniale italiana. In alcune delle testimonianze, come in quella di Amato Manlio, emerge il giudizio sostanzialmente positivo attribuito, ad esempio, all’interazione tra bambini provenienti da diverse regioni italiane, già sottolineata dalla testimonianza di Vaglio a Mogadiscio (fatto che raramente sussisteva in Italia):
«Vi era un coacervo di regioni d’origine la cui disparità era rafforzata da una assai fresca venuta nelle terre dell’impero, sì che nessuno avesse, con gli altri, né comunanza di radici né parallela storia africana. Nel caleidoscopio mi ritrovavo peraltro in agio perché l’assoluta reciproca diversità dava a tutti noi un senso di tranquillante uguaglianza, nessuno prevalendo per la forza del gruppo. Lo spirito di nuova frontiera ci accomunava e la fede nel futuro era il cemento edificatore del destino di ciascuno nel destino degli altri.»[118]
In altri casi però, ad essere discriminati erano soprattutto i figli dei meridionali, considerati in alcuni casi assimilabili persino agli etiopici per le loro condizioni sociali. Una simile idea del colono meridionale, di estrazione popolare, emerge in particolare nelle parole di Vittorio Natali-Morosow:
«Tali erano […] le plebi del Sud, immigrati o soldati smobilitati, che avevano messo su negozietti di frutta e verdura, macellerie, officine di riparazione etc. Lavoravano fianco a fianco con i loro salariati di colore ed i loro bambini giocavano per strada. Per poco che la conquista fosse durata, avrebbero allegramente ibridato.»[119]
Emerge da quest’ultima testimonianza un elemento critico: il timore dell’ibridazione. I bambini appartenenti alle plebi del Sud, come anche queste ultime, vivendo a stretto contatto con i colonizzati, erano percepiti dalle élite come a rischio di mescolanza interrazziale. Il concetto di bianchezza, come è stato evidenziato anche nel caso del Sudafrica britannico, era percepito come dato culturale piuttosto che biologico. Pertanto la povertà, la disoccupazione e il conseguente degrado morale dei poor whites italiani, vennero immediatamente segnalati come un rischio per l’immagine del bianco dominatore. Nell’Etiopia coloniale si intervenne fortemente per tutelare il ‘prestigio’ della razza bianca, non soltanto mediante politiche di suddivisione degli spazi urbani. Ad esempio le politiche scolastiche furono volte a definire chiaramente il ruolo dei colonizzati all’interno dell’impero. Subito dopo la conquista dell’Etiopia, le principali scuole dell’impero etiope furono trasformate in scuole per italiani. Patrick Roberts, membro della delegazione britannica incaricata di redigere un rapporto sulle colonie italiane occupate durante la Seconda Guerra Mondiale, descriveva in questo modo le condizioni scolastiche degli etiopi alla fine del dominio italiano, riassunte in questo sillabo:
«1- Educazione politica. Autorità supreme: Sua Maestà il Re Imperatore, Sua Eccellenza il Duce.
2- Programma scolastico. Pratiche di linguaggio parlato con alcuni elementi di scrittura, in accordo con le materie relative alla disciplina, al lavoro e alla civiltà fascista. Fare di conto, idea orale delle quattro operazioni.
3- Educazione fisica. Elementi di ginnastica militare.
4- Regole di condotta e di igiene. Elementi di educazione civica. Rispetto delle persone, delle autorità e della proprietà»[120]
L’obiettivo del regime era di creare una società di sottoposti, eventualmente da utilizzare come reparti militari ausiliari. La sottomissione dei colonizzati fu ribadita con la legislazione razziale coloniale datata 30 dicembre 1937, con la quale veniva punito con una reclusione fino a cinque anni qualunque italiano che avesse intrattenuto relazioni con donne, sudditi o assimilate in Africa Orientale Italiana. I rischi insiti alla mescolanza tra le razze spaziavano dalle ragioni igienico-sanitarie fino ai pericoli per l’ordine e lo status della società colonizzatrice. Si possono distinguere all’interno della società coloniale italiana in Etiopia due tipi di razzismo: quello istituzionale e quello informale. La legislazione razziale già citata rientra nella prima categoria, e comprendeva divieti di ogni tipo: dal divieto per i cittadini bianchi di abitare in quartieri indigeni, al divieto rivolto ai sudditi coloniali di frequentare locali pubblici per bianchi. Furono previsti autobus e taxi differenziati e persino la visione dei film doveva avvenire in regime di completa separazione.[121] Laddove il razzismo istituzionale incontrava quello informale, era nella regolamentazioni degli scontri e delle violenze perpetrate dalla comunità dei bianchi nei confronti della maggioranza indigena. Il senso di accerchiamento dovuto alla percezione dei coloni europei di essere un’‘isola di bianco in un mare di nero’ – il cosiddetto black peril – faceva spesso scaturire, in contesti di colonizzazione demografica come la Rhodesia, il Sudafrica o la stessa Etiopia, delle ondate di panico collettivo generate dai presunti atti di violenza commessi dai maschi neri ai danni delle donne bianche.[122] In Etiopia ciò avvenne subito dopo la conquista. Il nuovo governatore dell’A.O.I., Rodolfo Graziani, aveva dato vita sin dal suo insediamento ad una durissima campagna di consolidamento dei territori appena conquistati: furono incendiati i villaggi, eseguite esecuzioni sommarie e predisposti campi di internamento (sul modello di quanto già realizzato dallo stesso Graziani in Etiopia). La reazione però non si fece attendere e il 19 febbraio del 1937, in occasione di una manifestazione ad Addis Abeba per celebrare la nascita del primogenito del principe Umberto, furono lanciate due bombe a mano verso il palco di Graziani. L’attentato provocò sette morti e cinquanta feriti. Il generale rimase illeso, ma tutto questo causò la violentissima rappresaglia dei coloni italiani, lasciati appositamente liberi di agire dalle autorità:
«Il più grande terrore regna attraverso la città e i suoi sobborghi, dove le camicie nere e gli operai si riversano come una turba inquietante, manganelli e fucili. I carabinieri e l’esercito regolare rifiutano di controllare questi elementi fascisti pronti all’assassinio ed al saccheggio […] Tutte le abitazioni indigene intorno alla legazione, incendiate dagli italiani, sono in fiamme.»[123]
Per tre giorni continuarono le aggressioni dei coloni ai danni degli etiopi, uccisi a vista o gettati nelle fiamme delle loro case incendiate. Secondo le testimonianze di alcuni francesi e britannici presenti al momento del violento pogrom coloniale, la rappresaglia fu determinata dall’esplodere delle tensioni e delle paure accumulate dai coloni italiani. Ad esso si potrebbero aggiungere l’influenza che la cultura virilista fascista, incentrata sulla supremazia ‘imperiale’ e ‘romana’ degli italiani sui ‘barbari’africani, e la forte militarizzazione del contesto etiopico potrebbero aver esercitato sul pensiero dei coloni italiani abbandonatisi alla violenza contro i propri sudditi. L’animo del colonizzatore necessitava di continue conferme inerenti il permanere della propria condizione di superiorità. Ad esempio veniva giudicata negativamente l’eccessiva ‘mollezza’ delle autorità nei confronti dei colonizzati. In una lettera pervenuta al Ministero dell’Africa Italiana si legge:
«Si deve instaurare il principio che il bianco [in corsivo nel testo], a qualunque categoria appartenga, è padrone […] non si dia mai più lo spettacolo disgustoso, umiliante e foriero di amare delusioni di dar ragione o preferenza ad un nero nei confronti di un bianco.»[124]
Quello che tuttavia alcuni coloni scambiavano per un certo favoreggiamento dei colonizzati da parte del governo, era in realtà parte del disegno complessivo di separazione e di tutela dei ruoli e delle rispettive prerogative razziali degli italiani e degli etiopici. Il gerarca Farinacci riferì ad esempio l’atteggiamento ‘poco imperiale’ dei coloni italiani, elencandone alcuni difetti:
«a) assoluta mancanza di comprensione e di rispetto per le consuetudini e i costumi delle popolazioni; b) contegno pessimo da parte dei nazionali civili e militari nei riguardi delle donne indigene; c) richieste di prestiti a indigeni benestanti; d) modo sguaiato di vivere e di vestire che è in contrasto stridente al modo col quale si comportano e vestono gl’indigeni.»[125]
Pochissima risultava la fiducia che il regime e le autorità fasciste riponevano nella tenuta morale dei coloni nell’impero. Fu ad esempio severamente disciplinata la sessualità, riguardo la quale si è già accennato in riferimento al problema delle unioni interrazziali tra dominatori e dominati. Le donne fasciste, addestrate in Italia a superare difficoltà materiali, all’igiene, alla cura dell’orto, alla puericultura e all’economia domestica, come è stato già osservato, erano ritenute delle pedine fondamentali all’ordine gerarchico-razziale italiano in colonia.[126]
L’attenzione riservata dal regime al ‘prestigio di razza’, le politiche di segregazione urbana e le critiche al comportamento ‘poco imperiale’ di alcuni degli italiani dell’impero, costituirono le basi sociali ed ideologiche di un grande laboratorio biopolitico. Le politiche di separazione razziale e di tutela della razza bianca rispondevano infatti ad un medesimo atteggiamento di salvaguardia e di ‘educazione’ che il fascismo e Mussolini in particolare, avevano in mente per i coloni italiani dell’Impero. Angelo Del Boca ha sintetizzato come il clima generale tra gli intellettuali fascisti fosse di grandissima esaltazione e di sincera fiducia in un generale rinnovamento della società italiana in patria sul modello di quanto sarebbe avvenuto nell’Impero. Si possono citare, a tal proposito, le parole di Sem Benelli, riportate da Del Boca:
«Il popolo armato che avanza e si sacrifica per tutti, patisce, lavora. Non è nemmeno un impero questo stendere la mano a chi è fuori della civiltà. È una nuova forma d’Impero! È svegliare un Continente! Sì perché il risveglio italiano dell’Etiopia determinerà il risveglio di tutta l’Africa»[127]
Tutte le colonie, ma in particolare l’impero, dovevano rappresentare l’inizio di un processo che nelle intenzioni di Mussolini avrebbe trasformato gli italiani in una razza di conquistatori, sul modello dei loro antichi progenitori romani.[128] Gli obiettivi fascisti furono però minati dalla naturale eterogeneità dei coloni italiani e dai loro atteggiamenti spesso giudicati indecorosi. Le sezioni del Pnf locali fecero il possibile per instillare anche nelle classi dirigenti il giusto spirito imperialistico.[129] L’unico elemento che, tuttavia, venne preservato ed anzi gelosamente custodito dai coloni italiani furono alcuni aspetti culturali traslati dall’Italia. L’italianità, se non si espresse nei caratteri della moralità e dello stile di vita imperiale di impronta ‘romana’, fu però esemplificato in uno stile di vita che privilegiava l’importazione e la riproduzione dei prodotti e degli stili di vita della Madrepatria. Fu questo aspetto, probabilmente, l’unico amalgama culturale interclassista della comunità italiana in Etiopia:
«Sta sorgendo l’Italia in Africa. Bar-Ristorante gestiti da camionisti vestiti come se fossero in Italia […] L’abitazione, il cibo ed il bere, l’abbigliamento, tutto può essere copiato in maniera esatta.»[130]
Bibliografia citata e consultata
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* Analista geopolitico
[1] N. Labanca, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, Il Mulino, 2005, 314
[2] G.P. Calchi Novati, Africa d’Italia, Carocci, Roma 2011, 267
[3] Ibid.
[4] N. Labanca, op. cit., 407
[5] N. Labanca, op. cit., 404
[6] M. Zaccaria, “Tu hai venduto la giustizia in colonia”. Avvocati, giudici e coloni nell’Eritrea di Giuseppe Salvago Raggi 1907-1915, Africa, LXI, 3-4, 2006, 317 ss.
[7] Ibid., 326 ss.
[8] G. Salvago Raggi a MAE, Asmara 29 gen. 1908, rap. ris. n. 154/106, ASMAI, vol. I, pos. 12/3, fasc. 18, cit. in M. Zaccaria, op. cit., 334
[9] M. Zaccaria, op. cit., 336
[10] I baniani erano una casta indiana di banchieri, mercanti e prestatori di denaro, la cui rete commerciale si estendeva dall’India fino al Mar Rosso
[11] Ibid., 340 ss.
[12] M. D’Amelio, L’ordinamento giuridico della Colonia Eritrea, Milano, Società Editrice Libraria, 1911, 184 ss.
[13] N. Camilleri, Il discorso sulla cittadinanza coloniale in Italia e Germania, in G. Dore, C. Giorgi, A. M. Morone, M. Zaccaria (a cura di), Governare l’Oltremare. Istituzioni, funzionari e società nel colonialismo italiano, Carocci, Roma 2013
[14] Cit. in N. Camilleri, op. cit., 25
[15] L. FederzonI, Commemorazione di Jacopo Gasparini, «Gli Annali dell’Africa Italiana», anno V, n. 2, Mondadori, Milano 1942, 293
[16] A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. La conquista dell’impero, Mondadori, Milano 1979, 25
[17] N. Labanca, I fasci nelle colonie italiane, in E. Franzina, M. Sanfilippo (a cura di), Il fascismo e gli emigrati, Laterza, Roma 2003, 90
[18] N. Labanca, op. cit., 87
[19] A. Del Boca, op. cit., 30
[20] M. La Rosa, Etnografie e nik nik, in N. Labanca(a cura di), Posti al sole. Diari e memorie di vita e di lavoro dalle colonie d’Africa, Museo Storico Italiano della Guerra, Rovereto 2001, 123
[21] J. Belich, Replenishing the Earth: The Settler Revolution and the Rise of the Angloworld, Oxford University Press, Oxford 2011, 51
[22] A. Rali, I giorni sereni prima della tempesta, in N. Labanca, op. cit., 156
[23] A. Rali, op. cit., p. 156
[24] A. Brunelli, Il ristoratore, in N. Labanca, op. cit., 209
[25] A. Brunelli, op. cit., 210
[26] E. Scarpellini, L’Italia dei consumi. Dalla Belle Époque al nuovo millennio, Laterza, Roma 2008.
[27] A. Brunelli, op. cit., 208
[28] Ivi
[29] G. Ghione, Donne da comprare, in N. Labanca, op. cit., 253
[30] M. La Sorsa, op. cit., 123
[31] M. La Sorsa, op. cit., 124
[32] G. Ghione, op. cit., 253
[33] Cfr. D. Maghraoui, op. cit.
[34] A. M. Morone, Ascari, clandestini e meticci: mobilità fisica e sociale nel secondo dopoguerra, in Governare l’Oltremare, cit., 203; per un esempio dell’impiego dell’élite locale per il controllo di un territorio cfr. anche M. Zaccaria, Governare l’arcipelago. Le isola Dahlak attraverso i domini coloniali, in Governare l’Oltremare, cit.
[35] M. Zaccaria, Anch’io per la tua bandiera. Il V battaglione ascari in missione sul fronte libico (1912), Giorgio Pozzi Editore, Ravenna 2012, 10
[36] Ibid., 41
[37] Ministero della Guerra a MAE, Roma 7 feb. 1912, in M. A. Vitale L’Italia in Africa. L’opera dell’Esercito (1885-1943). Ordinamento e reclutamento, Istituto poligrafico dello Stato, Roma 1960, pp. 192., in M. Zaccaria, op. cit., 54
[38] I. Taddia, Autobiografie Africane – il colonialismo nelle memorie orali, Francoangeli, Milano, 1996, p. 54-56, in P. Onida, Ai margini dell’Impero Storia dei gruppi sociali subalterni nell’Africa Orientale Italiana, Università degli Studi di Cagliari Facoltà di Scienze Economiche, Giuridiche e Politiche, 2014/2015, 49
[39] A. M. Morone, op. cit., 203
[40] I. Taddia, op. cit., 80
[41] Si tratta del regime delle cosiddette Compagnie concessionarie (Chartered Companies) la prima fase con cui quasi tutti i domini coloniali vennero avviati
[42] N. Labanca, op. cit., 318
[43] A. Del Boca, op. cit., 86
[44] Cit. in A. Del Boca, op. cit., 86
[45] Cit. in A. Del Boca, op. cit., 86
[46] U. Pini, Sotto le ceneri dell’Impero, Mursia, Milano 1967, 43 ss.
[47] B. V. Vecchi, Vecchio Benadir, Alpes, Milano 1930, cit. in A. Del Boca, op. cit., 88
[48] G. Vaglio, Meglio in colonia, in N. Labanca, op. cit., 100
[49] G. Vaglio, Meglio in colonia, in N. Labanca, op. cit., 99 ss.
[50] G. Vaglio, Barista all’OND, in N. Labanca, op. cit., 194
[51] G. Vaglio, op. cit., 190
[52] Ibid., 195
[53] G. Vaglio, op. cit., 195
[54] A. Del Boca, op. cit., 79
[55] Ibid., 78
[56] Una misura avviata già durante il governo di Ferdinando Martini in Eritrea (1897-1907)
[57] M. A. Scek, L’Italie et nous, «Presence Africaine», n. 38, III trimestre 1961, p. 181 cit. in A. Del Boca, op. cit., 78
[58] N. Labanca, op. cit., 346
[59] Si intende la rivolta guidata da alcuni santoni sottoposti alla moschea di El Hagi. Il 28 ottobre del 1926 cinque indigeni, tra cui un capo favorevole al governo italiano, furono uccisi nei pressi del villaggio di Doploi. Dopo aver accertato la responsabilità della giamia di El Hagi, non riuscendo a coprire in tempi utili con le truppe di ascari la distanza tra Mogadiscio ed El Hagi, De Vecchi ricorse ai concessionari di Genale, ossia ad un gruppo di squadristi piemontesi. Tra il 30 ottobre e il 2 novembre la rivolta viene severamente schiacciata. Il bilancio fu di 21 morti e 16 feriti per i governativi; 74 morti e 170 arresti per i somali.
[60] A. Del Boca, op. cit., 82
[61] Ibid., 83
[62] I. Taddia, Autobiografie Africane – il colonialismo nelle memorie orali, Franco angeli, Milano, 1996, p. 79
[63] M. Serrazanetti, Considerazioni sulla nostra attività coloniale in Somalia, Tipografia La Rapida, Bologna, 1933, pp. 10-11, cit. in P. Onida, op. cit., p. 52
[64] M. Serrazanetti, op cit., 10 ss.
[65] U. Bellagamba, Disprezzo, in N. Labanca, op. cit., 115
[66] E. Ertola, op. cit., 9
[67] N. Labanca, Una guerra per l’impero. Memoria della campagna d’Etiopia 1935-36, Il Mulino, Bologna 2005, pp. 43-44
[68] Cfr. C. Giorgi, L’Africa come carriera. Funzioni e funzionari del colonialismo italiano, Carocci, Roma 2012
[69] E. Ertola, op. cit., 12
[70] Ibid., 13
[71] H. M. Larebo, The building of an Empire. Italian, land, policy and practice in Ethiopia, 1935-1941, Clarendon Press, Oxford 1994, 65 ss.
[72] E. Ertola, op. cit., 14 ss.
[73] E. Ertola, op. cit.., 16
[74] Ivi
[75] N. Labanca, op. cit., 391
[76] E. Ertola, op. cit., 21
[77] A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. La conquista dell’Impero, Laterza, Roma-Bari 1979, 292 ss.
[78] Istituto Fascista dell’Africa Italiana, Nozioni coloniali per gli iscritti alle organizzazioni del PNF, cit. in L. Goglia, F. Grassi, Il colonialismo italiano da Adua all’Impero, Laterza, Roma-Bari 2008, 324
[79] G. L. Podestà, op. cit., 59
[80] «Corriere dell’Impero», 22 luglio 1939
[81] E. Ertola, op. cit., p. 30; N. Labanca, op. cit., 425
[82] G. L. Podestà, op. cit., 61
[83] Ibid., 64
[84] Ivi
[85] Ivi
[86] E. Ertola, op. cit., 32; N. Labanca, op. cit., 298 ss.
[87] E. Ertola, op. cit., 33
[88] Ibid., 35
[89] ACS, Carte Graziani, b. 30, f. 29, sf. 38, copia integrale della lettera dall’Ufficio Censura di Napoli e rimessa al Governo Generale, Addis Abeba 8 marzo 1937, cit. in E. Ertola, op. cit., 44
[90] E. Ertola, op. cit., 48
[91] N. Labanca, op. cit., 425
[92] Ibid., 410
[93] M. Fuller, Wherever You Go, There You Are: Fascist Plans for the colonial city of Addis Ababa and the colonizing suburb of Eur ’42, in «Journal of Contemporary History», 2, XXXI, 1996, p. 403.
[94] M. Fuller, Building Power. Italian architecture and urbanism in Libya and Ethiopia, in N. Al Sayyad (a cura di), Forms of dominance on the architecture and urbanism of the colonial enterprise, Aldershot, Avebury, 1992, 230
[95] M. Fuller, op. cit., 231
[96] M. Fuller, op. cit., 234
[97] E. Ertola, op. cit., 63
[98] Ibid., 64
[99] Cfr. M. Salvati, L’inutile salotto. L’abitazione piccolo-borghese nell’Italia fascista, Bollati Boringhieri, Torino 1993
[100] E. Ertola, op. cit., 69
[101] Cfr. V. De Grazia, Le donne nel regime fascista, Marsilio, 2007
[102] G. Serra, Pittore di Ras, in N. Labanca, op. cit., 204
[103] «Corriere dell’Impero», 7 luglio 1937
[104] Ibid., 9 marzo 1938
[105] «Il Giornale di Addis Abeba», 16 giugno 1936
[106] Si ricordi inoltre la popolarità presso le autorità fasciste del ristorante italiano di Alda Brunelli, citato nel paragrafo II.I
[107] «Corriere dell’Impero», 23 gennaio 1938
[108] N. Labanca, op. cit., p. 325
[109] E. Ertola, op. cit., 74
[110] Ibid., 81
[111] Cfr. G. Gabrielli, L’attività sportiva nelle colonie italiane durante il fascismo. Tra organizzazione del consenso, disciplinamento del tempo libero e «prestigio di razza», in «I sentieri della ricerca» 2, dicembre 2005
[112] «Corriere dell’Impero», 6 novembre 1938
[113] Cit. in E. Ertola, op. cit., 84
[114] Cit in E. Ertola, op. cit., 90
[115] Cit. in E. Ertola, op. cit., p. 92
[116] Cit. in E. Ertola, op. cit., 92
[117] E. Ertola, op. cit., 74
[118] Cit. in E. Ertola, op. cit., 94
[119] Cit. in E. Ertola, op. cit., 94
[120] R. Pankhurst, Education in Ehiopia during the Italian Fascist Occupation (1936-1941), The International Journal of African Historical Studies, Vol. 5, No. 3, Boston University African Studies Center, 1972, 375
[121] N. Labanca, op. cit., 355
[122] A. Woollacott, Gender and Empire, Palgrave MacMillan, Balingstoke-New York 2006, 54
[123] Cit. in E. Ertola, op. cit., 137
[124] Cit. in E. Ertola, op. cit., 144
[125] Cit. in E. Ertola, op. cit., 153
[126] B. Spadaro, Intrepide massaie. Genere, imperialismo e totalitarismo nella preparazione coloniale femminile durante il fascismo (1937-1943), in «Contemporanea», 1, XIII, 2010, pp. 27-52; cfr. V. De Grazia, op. cit.
[127] Cit. in A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. La conquista dell’Impero, Mondadori, Milano 1979, 744
[128] Cfr. E. Gentile, Fascismo di pietra, Laterza, Roma 2007; V. Deplano, op. cit.
[129] Cfr. N. Labanca, I fasci nelle colonie italiane, inE. Franzina, M. Sanfilippo (a cura di), Il fascismo e gli emigrati, Laterza, Roma 2003
[130] Cit. in E. Ertola, op. cit., 222