ABSTRACT [IT]:
Il presente contributo analizza la valenza strategica della regione caucasica per la parabola imperiale russa. Nella visione del Cremlino, modello per le altre periferie federate e piattaforma cruciale per la nuova centralità attribuita al Mar Caspio. Nella realtà, mosaico instabile diviso in due: alta nel nord, l’onda imperiale russa si infrange a sud contro lo scoglio dell’influenza turca. Tra le fibrillazioni di Armenia e Georgia, sempre più contese dalle opposte influenze euro-americana e russa, e la postura dell’Azerbaigian, decisamente preminente in virtù della sua centralità nella nuova rete di contro-globalizzazione centrasiatica che coinvolge anche Iran e Cina. Sono alti e fondati i timori che, dopo la perdurante guerra in Ucraina, s’infiammino anche le polveri del Caucaso, frontiera instabile tra Ciscaucasia controllata da Mosca, a nord, e Trancaucasia preda di influenze straniere, a sud. Popolazione più giovane dell’intera Federazione e varietà linguistica più ricca del pianeta in rapporto all’estensione geografica, la vertebra caucasica è già diventata l’epistrofeo della faglia eurasiatica, testimone primaria della violenta transizione verso un ordine mondiale post-unipolare.
PAROLE CHIAVE: Geopolitica, Caucaso, Russia, Ucraina, Georgia, Armenia, Azerbaigian, Competizione tra superpotenze.
ABSTRACT [ENG]:
This paper examines the strategic significance of the Caucasus region for the trajectory of Russian imperial power. In the Kremlin’s vision, the Caucasus represents both a model for other federated peripheries and a crucial platform for the renewed centrality attributed to the Caspian Sea. Actually we’re talking about an unstable mosaic divided in two parts: while in the north the Russian empire consolidates its hold, in the south it breaks against the rock of Turkish influence. Amid the mounting tensions in Armenia and Georgia – States increasingly contested by competing euro-american and Russian influences – and the posture of Azerbaijan, in a stronger position thanks to its central role in the emerging Central Asian counter-globalization network involving Iran and China. Following the protracted war in Ukraine, there is a tangible risk that the Caucasus itself may also ignite, as an unstable frontier between the Ciscaucasia controlled by Moscow in the north and a Transcaucasia exposed to foreign influences in the south. Home to the youngest population in the entire Federation and to the greatest linguistic diversity on the planet relative to its geographic size, the Caucasian vertebra has already become the epistropheus of the Eurasian fault line, a primary witness to the violent transition toward a post-unipolar world order.
KEYWORDS: Geopolitics, Caucasus, Russia, United States, Ukraine, Republic of Georgia, Armenia, Azerbaijan, Competition between superpowers.
SOMMARIO: 1. Cerniera eurasiatica, tallone moscovita. – 2. La particolarità etno-geografica del Caucaso e la sua centralità nei disegni imperiali. – 3. Le mire strategiche russe sul Caucaso. – 4. Dalle annessioni zariste alle repubbliche separatiste: considerazioni storiche. – 5. La situazione attuale e gli scenari futuribili.
1. Cerniera eurasiatica, tallone moscovita.
Quattro anni di riflettori globali puntati sull’Ucraina hanno relegato nella penombra mediatica altre faglie geopolitiche cruciali per la Russia. In primis quella caucasica, equipollente vertebra primaria dell’estero vicino dell’Orso. Trattasi però di un’illusione ottica, poiché per Mosca il quadrante resta nell’occhio di bue del faro imperiale. Luce che picchia luce, perché anche il raggio turco si allunga sul braccio di terra tra Mar Nero e Mar Caspio. Con quest’ultimo eletto a crocevia per i rinnovati interessi russi in Asia Centrale, sfogo vitale per il controllo dei flussi Nord-Sud ed Est-Ovest. Centro navigabile da cui irradiare i rami dell’infrastruttura eurasiatica, che triangola l’India alla Russia passando per il (per ora) sodale Iran e l’Azerbaigian. Da qui la scelta di Mosca di non intervenire a favore della sempre protetta Armenia, ma anzi di mediare per il cessate il fuoco nel conflitto del Nagorno-Karabakh. Sancendo, di fatto, la resa di Erevan a favore delle conquiste territoriali di Baku.
Frontiera psicologica d’Europa[1] e faglia culturale di incontro con l’Asia e il mondo arabo, il Caucaso è tallone irrinunciabile per Mosca per orografia impervia e profondità difensiva. Regione da dominare dall’alto del monte El’brus, 5.642 metri sul livello del mare, zenit di una catena che corre per oltre 1.200 chilometri. Baluardo di difesa e punto d’osservazione privilegiato dopo migliaia di chilometri di pianura sarmatica senza barriere naturali. Restare sulla cima del Grande Caucaso è principio strategico per l’Orso. Schermarsi dietro il «colosso bicipite enorme e maestoso» dalla «corona di ghiaccio», come cantava il poeta eletto Aleksandr Puškin[2], è necessità inderogabile. Da Soči a Baku, dal Mar Nero al Mar Caspio, la catena montuosa fa dormire tranquilli i russi. Ai piedi del gigante di roccia, però, la veglia è perenne. Le vette declinano in una frontiera instabile tra Ciscaucasia controllata da Mosca, a nord, e Trancaucasia preda di influenze straniere, a sud, nella tripartizione indipendente Georgia-Armenia-Azerbaigian. Equazione disturbata da separatismi, radicalismo religioso e pessime condizioni socio-economiche. Cogenza della popolazione più giovane dell’intera Federazione[3], per natura incline alla violenza, agitata da disoccupazione e povertà[4] e dalla volontà di riscatto sociale nelle armi. Anche occidentali, fornite alle migliaia di guerriglieri caucasici accolti nelle legioni ucraine. Nella maggior parte dei casi opportunisticamente nobilitati dal compito di gestire i volontari provenienti da altri paesi.
2. La particolarità etno-geografica del Caucaso e la sua centralità nei disegni imperiali.
Il Caucaso conserva la varietà linguistica più ricca del pianeta in rapporto all’estensione geografica. La composizione multietnica e pluriconfessionale e le dispute territoriali creano pericolose sacche di tensione. Dall’Inguscezia e alla Cecenia, fino alle repubbliche separatiste georgiane filorusse di Abkhazia e Ossezia del Sud. Fattori di instabilità che il Cremlino conta di stemperare attraverso lo sviluppo commerciale e infrastrutturale, elevando i livelli di benessere popolare e riducendo il profondo iato tra zone urbane e aree rurali. Soprattutto nel ribollente Daghestan, repubblica russa a maggioranza sunnita, di recente tornato teatro di attacchi terroristici di matrice jihadista.
Il variegato sistema nordcaucasico, assieme all’isolamento dall’Occidente, ha spinto Mosca ad accordare rinnovata centralità al Caspio, lago interno all’heartland eurasiatico[5] del Mondo Contro. Sfogo di conquista dei protorussi dal X secolo, ai tempi della Rus’ di Kiev, che vi giunsero tramite Mar d’Azov e Volga. Pur teatro di dispute territoriali e corsa agli abbondanti idrocarburi con gli altri quattro paesi rivieraschi, l’antico mare Ircano è ponte eletto che colleghi l’Artico all’Oceano Indiano. Passando per l’autostrada fluviale russa e proseguendo per Mar Baltico e Mar Bianco. E per l’Iran, lungo un alveo artificiale da scavare fino al Golfo Persico[6], al netto delle difficoltà ingegneristiche e ambientali. Progetto proposto dagli ingegneri moscoviti già nel 1889, mossi dall’esigenza di trovare una rotta alternativa al passaggio da Bosforo e Dardanelli, interdetto dai titolari ottomani coadiuvati da inglesi, francesi e tedeschi. Con le guerre mondiali, toccò poi agli americani mettersi di traverso. La stessa guerra Iran-Iraq negli anni Ottanta contribuì a far naufragare il progetto caspico-persico. L’opposizione statunitense non ha però nebulizzato il sogno russo di guadagnare i mari caldi e realizzare 700 chilometri di corridoio persiano a prova di intervento occidentale.
Nel 2022 Mosca e Teheran hanno quindi rilanciato un sistema intermodale di porti, dai russi Makhachkala e Solyanka agli iraniani Astara e Noshahr, per lo sviluppo dell’International North-South Corridor (Intsc). Antenato del primo accordo commerciale del 1666 tra gli imperi russo e persiano. Strategia oggi declinata in tattica congiunta: il dominio dei mari globali da parte degli Stati Uniti impone alle due potenze eurasiatiche di aggirare i colli di bottiglia oceanici. Anche tramite il parallelo sviluppo delle vie terrestri, su strada e ferrovia. In barba alle sanzioni euro-statunitensi, tarate su un benessere mai sperimentato nella Federazione.
3. Le mire strategiche russe sul Caucaso.
Secondo il Levada Center[7] il 68% dei russi, soprattutto giovani, non è preoccupato dagli effetti delle misure occidentali sulla loro quotidianità socio-economica. Un rivolgimento particolarmente evidente nel basso corso del Volga, dove ancora oggi le statue di Stalin e Lenin troneggiano intatte e le bandiere sovietiche colorano il vento. Da Kazan ad Astrachan’, passando per Ul’janovsk e Volgograd, chiunque accetti di parlare con un occidentale (italiano in questo caso) non manca di confermare i sondaggi: gli affari non sono mai andati bene come da quando l’Occidente ha imposto le sanzioni. Richiusi su se stessi, i russi profondi prosperano sulle rive del Caspio. Delta dello spirito del Volga, matuška (“piccola madre”) per chi ne popola le sponde, arteria del russkij mir (“mondo russo”). Bacino che non annacqua, ma amplifica il fervente nazionalismo russo nell’orizzonte eurasiatico.
Il Volga si getta nel Caspio e si aggancia al Don, ma non sacrifica il proprio carico di specificità russa, come invece postulava Boris Andreevič Pil’njak[8]. Nel suo romanzo ambientato nei sovietici anni Trenta, gli astanti del grande fiume, contadini e borghesi, leggevano nel corso secolare e intatto dell’Oka, affluente del Volga, un tesoro spirituale da non contaminare. Deviandone i flutti, avrebbero deviato anche la Russia. Vent’anni dopo la pubblicazione del libro di Pil’njak, nel 1952, il Volga abbracciava il Don. Il Caspio respirava infine il Mar d’Azov. L’inaugurazione del canale univa nell’acqua le Russie prima divise dalla terra. Sogno chiama sogno: da lì si è passati al progetto di un maggiore canale Eurasia, finanziato da russi e kazaki, da far passare attraverso la depressione di Kuma- Manyč e il porto calmucco di Lagan’. Doppiando il vetusto Volga-Don. Trasfusioni fluviali che necessitano di un tallone caucasico saldo.
A partire dall’Azerbaigian, punto nevralgico della succitata ragnatela tattica transnazionale, linea di proiezione russa verso Est dopo l’isolamento dall’Occidente. Ma Baku è anche riferimento della Turchia imperiale, che considera cosa propria la galassia turcofona che si estende in Asia Centrale, fino allo Xinjiang cinese. Onda altaica che rifluisce tra gli azeri, impegnati in un gioco di spola a convenienza tra la comunanza di lingua con Ankara e di confessione con Teheran. Panturanismo contro panislamismo sciita, con la Russia attenta a non rafforzare l’asse Baku-Ankara. Ad esempio attraverso un intervento militare a favore dell’Armenia nel conflitto per il Nagorno-Karabakh. Aspirante vedova dell’Orso, Erevan ha annunciato l’abbandono della Ctso, l’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva a guida moscovita. Contrappasso del peccato russo di non aver onorato il mutuo soccorso. E di aver benedetto un cessate il fuoco che di fatto premia Baku, privilegiata al punto da ospitare militari turchi e serrarsi ad Ankara tramite il cosiddetto Patto caucasico. Accordo multilaterale rifiutato invece dalla Georgia, oggetto della fascinazione euro-atlantica predisposta dagli Stati Uniti. E declinata tanto nelle proteste popolari contro la legge sugli agenti stranieri quanto nella cooperazione militare in ambito Nato, viatico per il consolidamento washingtoniano nel Mar Nero. Innesco che minaccia di deflagrare in un secondo fronte di guerra nell’estremo oriente europeo, seguendo i calchi vichiani dei ricorsi storici.
4. Dalle annessioni zariste alle repubbliche separatiste: considerazioni storiche
Caucaso. Esterno. Giorno. Due repubbliche separatiste filorusse incastonate nel territorio nazionale, presenza di militari russi, passato sovietico e mire strategiche di Mosca. Il copione georgiano suggerisce una sovrapposizione alla questione ucraina, ma è drammaturgia distinta. Il legame culturale e sentimentale con Kiev è primigenio e millenario. Il pragmatico interesse russo nel controllo del Caucaso è emerso cinque secoli fa, con l’ascesa dell’impero zarista, e diventato strategico in seguito. Con l’annessione dei khanati di Kazan (1552) e Astrachan’ (1556) sotto Ivan IV detto il Terribile, i russi capirono che la cintura montuosa andava dominata dall’alto. La colonizzazione della regione sotto Pietro il Grande, con la campagna di aggressione all’indebolita Persia safavide, si estese a litorale caspico e area trancaucasica. Salvo poi rinunciare a quest’ultima, trattando con l’impero ottomano e configurando il primo grande tradimento percepito dai popoli cristiani del Caucaso. Memoria rinverdita nelle odierne Tbilisi ed Erevan. E ancora viva quando, sul finire del XVIII secolo, toccò a Caterina II venire meno all’accordo di difesa militare dei piccoli regni georgiani, lasciati in balia delle scimitarre ottomane. Doppia onta carpiata per i locali, che nel 1801 videro la totale annessione all’impero russo dello zar Alessandro I. Da quel momento nella regione iniziarono a delinearsi i fattori di instabilità che ancora oggi preoccupano i russi: mire di imperi rivali, resistenze autonomiste, fondamentalismo islamico contro gli invasori infedeli. In una spirale pressoché costante di ribellioni e conseguenti repressioni.
La Ciscaucasia divenne oggetto di sottomissione feroce e assimilazione, la Transcaucasia laboratorio di un’evoluzione politico-amministrativa hegeliana. Da un governatorato mobile senza dirigenti longevi a un Vicereame duro retto dal namestnik (“vicerè”), per arrivare sul fine del secolo a un governatorato centralista e autoritario. Io, non-io, superamento del non-io.
L’alterità dei popoli del Caucaso rispetto all’etnia dominante spinse Pietroburgo a intraprendere una violenta russificazione di armeni e georgiani. Il conseguente e diffuso sentimento antirusso si legò a doppio filo alla questione nazionale. Aria di tempesta accompagnava il nuovo secolo. Intravedendo nella rivoluzione del 1917 un elemento di debolezza del governo centrale, le minoranze locali si organizzarono in una Federazione Transcaucasica. Durò pochi mesi, ma segnò profondamente la percezione condivisa ancora oggi dalle comunità autoctone. I bolscevichi esportarono la rivoluzione e nel 1920 avvenne il totale e violento inglobamento del Caucaso nell’Unione Sovietica. La piccola entità federale si sciolse nelle tre repubbliche di Georgia, Armenia e Azerbaigian.
Le pulsioni indipendentiste rivelarono allora in maniera plastica il loro grande limite: l’inconciliabilità delle singole istanze. Dispute interetniche e di confine hanno sempre favorito il ritorno di Mosca come entità mediatrice. Fino all’indipendenza delle tre sorelle transcaucasiche (1991) dalla dissolta Unione Sovietica e nelle guerre a cavallo fra vecchio e nuovo millennio. Che ha visto contrapposti dapprima i ceceni e il Cremlino. Di religione musulmana sunnita, a inizio anni Novanta i ceceni profittarono della debolezza di Mosca per dichiarare l’indipendenza. Generando due conflitti, culminati nel definitivo trionfo russo. A sud del Grande Caucaso, invece, la questione osseta in Georgia ha prodotto esiti diversi. Nel 2008 Mosca è intervenuta militarmente al fianco dell’Ossezia del Sud, regione de facto indipendente. Punto di non ritorno in cui la Russia ha smesso di agognare dall’Occidente il riconoscimento dello status di superpotenza. Mostrandosi pronta a difendere anche con le armi i propri interessi strategici. Risultato: altra vittoria dell’Orso, installazione di basi militari russe in Ossezia meridionale e in Abkhazia, pulizia etnica e controllo effettivo del 20% del territorio georgiano. Fino ai rivolgimenti dei giorni nostri.
5. La situazione attuale e gli scenari futuribili
Cinque secoli di dominio russo non sono riusciti a creare uno spazio caucasico unitario e stabile. Condizione necessaria per la sopravvivenza dell’intera Federazione, ieri come oggi. Il limite interno ciscaucasico non basta: per il Cremlino è vitale anche il controllo della frontiera esterna transcaucasica. Per riuscirsi, Mosca deve rilanciare la propria influenza in terre in cui progredisce all’opposto la penetrazione di potenze straniere, in particolare Stati Uniti e Turchia.
L’esplosione e la persistenza dei conflitti interetnici sono una dolorosa eredità della convivenza forzata in epoca sovietica. Ingusci, ceceni, cabardini, osseti, kumiki, avari, carachi, circassi e altri: comunità etniche sparse in sette repubbliche federate, frangiflutti tra la Russia profonda e l’entropia turco-arabo-mediorientale. E che ancora oggi non si sentono adeguatamente rappresentate nei governi locali. Sullo sfondo i nemici di Mosca si mostrano pronti a fomentarne le fibrillazioni, come nel caso del pogrom antisemita all’aeroporto di Makhachkala Uytash, in Daghestan, avvenuto a ottobre 2023 in risposta all’offensiva israeliana a Gaza. Accadimenti che non possono essere derubricati a eventi isolati e che, anzi, hanno modificato in parte la postura del Cremlino nei confronti dello Stato ebraico.
Da «periferia delle fedi»[9], dove i monoteismi hanno imparato a coabitare, il Caucaso ha conosciuto una massiccia reislamizzazione dopo il crollo dell’ateismo di Stato sovietico. Oggi nella pancia della Federazione vivono 20 milioni di musulmani, di cui gran parte nel Caucaso russo. Entro il 2026 saranno la maggioranza anche nel resto della nazione. L’Islam si è rivelato il collante sociale di comunità tribali che rifiutano le logiche etnico- nazionali. Ma anche vuoto ideologico riempito dal fanatismo islamico polarizzato attorno a figure estremiste, promotrici di una radicalizzazione declinante in terrorismo e lotta armata.
L’antidoto predisposto dalla Russia a radicalismo islamico e separatismi ha finora evitato sintomi più gravi, senza però erodere le cause patogene. Lo sviluppo socio-economico delle entità federali caucasiche non ha determinato quel benessere diffuso che ampie fasce di popolazione chiedono in cambio della pacificazione sociale. I disegni moscoviti rilancio interconnesso delle periferie meridionali della Federazione non spegnerà le fiamme delle dispute interetniche e sociali. Vani auspici al pari del rilancio del turismo russkij in Ciscaucasia[10] e da una nuova ondata di trasferimenti di russi etnici in Georgia, Armenia e Azerbaigian.
A nord del Grande Caucaso, i giovani emigrano o rilanciano in loco l’ostilità verso i governi locale e centrale. Anche tramite le proteste di piazza, secondo la Difesa russa manovrate da remoto da Washington e Bruxelles. Da qui la decisione di Mosca di ribadire il tracciamento di una linea rossa per Nato e Unione Europea in Georgia, adulata dallo status di candidato comunitario e dalla partecipazione a esercitazioni militari atlantiste. Spauracchi occidentali perfettamente sovrapponibili nella concezione moscovita. Tassello del domino che crolla sul successivo: la paventata apertura di un secondo fronte di guerra e il timore di quinte colonne caucasiche.
Dal punto di vista strategico, un intervento militare diretto della Russia nel Caucaso appare tuttavia improbabile. Al netto della fallibilità di ogni previsione, Mosca non ambisce a spararsi sui piedi e ha bisogno che la regione rimanga stabile. Soprattutto se è ancora militarmente impegnata in Ucraina ed esposta in Africa e Medio Oriente, dalla Libia alla Siria. La strategia impone a Mosca, nonostante i proclami di Erevan, di tenere legata a sé anche l’Armenia, periferia irrinunciabile in funzione antiturca. Circostanza decisamente più urgente dell’ampliamento della rete di scambi fuori dal sistema del dollaro statunitense, nella visione di insidiare l’influenza americana in Asia Centrale. E rilanciare in parallelo la proiezione moscovita nei paesi in via di sviluppo e aspiranti membri del Mondo Contro. Per i russi il Caspio resta mare di tattiche, essenziale piattaforma di contatto nel sogno di guadagnare l’Oceano Indiano. Tramite l’Ircania e l’impero persiano, alleato solo di sé stesso. Nella consapevolezza che l’Asia resta territorio alieno per l’Orso, in cui non esistono alleati ma cooperanti temporanei. Come dimostra la direttrice Pechino-Baku-Ankara e i progetti congiunti di contro-globalizzazione lungo le Nuove Vie della Seta.
In cima o ai piedi del Caucaso, i russi restano russi. Bramano la gloria nazionale e scatenano la rivoluzione quando percepiscono che la patria è umiliata o sconfitta. Il pivot to Asia in salsa putiniana non ha traslato il centro del Paese, tantomeno indebolirà la percezione razziale dei russkiy. Sentimento che trasmuta in minaccia all’equilibrio nelle periferie meridionali. Nel timore insonne che minoranze etniche non assimilate e influenze straniere facciano tremare le montagne.
* Giornalista, analista geopolitico.
[1] Cfr. A. FERRARI, «Il Caucaso e l’Europa. Una prospettiva storica», Ispi Policy Brief, n. 14, febbraio 2005.
[2] A. PUŠKIN, Il prigioniero del Caucaso, in Il viaggio ad Arzrum, a cura di Aldo Ferrari, Biblion Edizioni, Milano 2013.
[3] V. KULAGIN, G. MISHUTIN, «В Центральной Азии и Закавказье ищут свое безопасное место», Vedomosti, 29/11/23.
[4] «”Федеральному центру это выгодно”: безработица на Северном Кавказе», Кавказ Реалии – Caucasus Realities, 20/4/24.
[5] Cfr. H. J. MACKINDER, «The Geographical Pivot of History», The Geographical Journal, vol. 23, n. 4/aprile 1904, pp. 421–437.
[6] Cfr. P. GOBLE, Iran’s call for Caspian Sea-Persian gulf canal unrealistic, Azerbaijan Diplomatic Academy, vol. 5, n. 8 aprile 2012.
[7] «Emigration sentiments and attitudes towards people who left Russia: march 2024», Levada Center, 21/6/24.
[8] B. PIL’NJAK, Il Volga si getta nel Caspio, Club degli Editori, Milano 1975.
[9] P. RUMIZ, L’anima antica delle terre di mezzo, East n. 2/ottobre 2004, p. 30.
[10] «Лидерами по росту турпотока в России в 2023 году стали регионы Северного Кавказа», Interfax, 6/12/23.