Abstract
Il concetto di smart city è divenuto negli ultimi due decenni un punto di riferimento nella pianificazione urbana e nelle politiche pubbliche. Tuttavia, la crescente digitalizzazione e l’introduzione di tecnologie intelligenti pongono nuove sfide alla discrezionalità degli attori politico-amministrativi, ridefinendo le modalità di esercizio del potere decisionale. Questo contributo analizza in che modo la discrezionalità amministrativa e politica si manifesta nel governo delle smart cities, valutando i margini di scelta, gli strumenti regolativi e i vincoli derivanti da algoritmi, piattaforme e modelli di governance digitale. La riflessione si articola su tre livelli: normativo, gestionale e politico-strategico, con l’obiettivo di comprendere il ruolo delle amministrazioni locali nel bilanciamento tra innovazione tecnologica, partecipazione democratica e accountability.
Parole chiave: smart cities, discrezionalità, governance, pubbliche amministrazioni, accountability.
Abstract
Over the last two decades, the concept of smart cities has become a benchmark in urban planning and public policy. However, increasing digitalisation and the introduction of smart technologies pose new challenges to the discretion of political and administrative actors, redefining the ways in which decision-making power is exercised. This contribution analyses how administrative and political discretion manifests itself in the governance of smart cities, assessing the margins of choice, regulatory instruments and constraints arising from algorithms, platforms and digital governance models. The reflection is structured on three levels: regulatory, managerial and political-strategic, with the aim of understanding the role of local administrations in balancing technological innovation, democratic participation and accountability.
Keywords: smart cities, discretionality, governance, public administrations, accountability.
Sommario: 1. Introduzione: Smart Cities e nuove forme di governance – 2. La discrezionalità amministrativa e politica: una definizione concettuale – 3. Smart governance e la crisi del principio di responsabilità – 4. I livelli della discrezionalità nelle smart cities – 4.1 Livello normativo – 4.2 Livello gestionale – 4.3 Livello strategico-politico – 5. La discrezionalità nella pratica: casi emblematici – 5.1 Barcellona e il modello di “tecnologia civica” – 5.2 Toronto e il caso Sidewalk Labs – 6. Tecnologie, discrezionalità e diritti fondamentali – 7. Ripensare la discrezionalità nell’era digitale – 8. Conclusioni.
1. Introduzione: Smart Cities e nuove forme di governance
Negli ultimi anni, il termine smart city ha acquisito rilevanza globale nel lessico delle politiche urbane, indicando una città che utilizza tecnologie digitali per migliorare la qualità dei servizi pubblici, l’efficienza amministrativa, la sostenibilità ambientale e la partecipazione civica[1]. Le smart cities si fondano su infrastrutture intelligenti, big data, Internet of Things (IoT), intelligenza artificiale e piattaforme digitali che promettono di rendere le città più vivibili, sostenibili e competitive[2].
Tuttavia, dietro la retorica dell’innovazione, emergono criticità che interrogano profondamente il ruolo della pubblica amministrazione e della politica. In particolare, il concetto di discrezionalità – intesa come margine di scelta concesso agli attori istituzionali nell’attuazione delle politiche – assume nuove configurazioni, influenzate dalla tecnologia, dai vincoli normativi europei e da un crescente protagonismo di attori privati[3].
2. La discrezionalità amministrativa e politica: una definizione concettuale[4]
La discrezionalità è tradizionalmente intesa come lo spazio di libertà decisionale che l’ordinamento giuridico lascia al potere pubblico nell’individuazione della soluzione più opportuna tra più alternative legittime[5]. Essa si distingue dalla vincolatezza, in cui la norma prescrive un comportamento obbligatorio, e si manifesta soprattutto nelle scelte pianificatorie, regolative e allocative.
Si possono distinguere due grandi categorie di discrezionalità:
- Discrezionalità politica, propria degli organi elettivi (consigli comunali, giunte), che definisce gli indirizzi generali e gli obiettivi strategici.
- Discrezionalità amministrativa, esercitata dalla dirigenza tecnica e burocratica, volta a tradurre operativamente le scelte politiche nel rispetto del diritto[6].
Nel contesto delle smart cities, entrambe queste forme sono rimesse in discussione[7], sia per la crescente complessità tecnica delle decisioni, sia per l’emergere di nuovi attori (aziende tecnologiche, piattaforme, enti regolatori europei) che influenzano le scelte pubbliche[8].
3. Smart governance e la crisi del principio di responsabilità
Il modello di governance delle smart cities si basa su una collaborazione pubblico-privato, l’uso intensivo di tecnologie e dati e la delega di funzioni critiche a piattaforme digitali. In tale contesto, si sviluppano fenomeni di disintermediazione e opacità decisionale, che complicano l’attribuzione della responsabilità amministrativa e politica[9].
L’introduzione di algoritmi decisionali in settori come la mobilità urbana, la sicurezza o la gestione energetica riduce spesso la trasparenza delle scelte, rendendo difficile identificare chi ha deciso, secondo quali criteri e con quali margini di discrezionalità[10]. Alcuni studiosi parlano di una “crisi della responsabilità politica”, dove le decisioni vengono automatizzate, ma non vi è chiaro un accountable actor[11].
4. I livelli della discrezionalità nelle smart cities[12]
4.1 Livello normativo
Nel governo delle smart cities, la discrezionalità normativa si manifesta nella regolazione locale dei dati, delle infrastrutture digitali e dei rapporti con i partner tecnologici. Le amministrazioni comunali possono adottare regolamenti innovativi in materia di open data, privacy, accesso alle piattaforme, ma sono spesso vincolate da normative sovranazionali (GDPR, direttive UE) e da standard imposti dalle aziende tecnologiche[13].
Un esempio è la gestione delle ZTL intelligenti o dei sistemi di videosorveglianza tramite intelligenza artificiale: la scelta di adottarli è politica, ma le modalità operative sono condizionate da software proprietari, linee guida del Garante della privacy e standard ISO[14].
4.2 Livello gestionale
A livello gestionale, la discrezionalità amministrativa si riduce quando il funzionamento dei servizi urbani è delegato a piattaforme o algoritmi. La dirigenza tecnica deve spesso limitarsi a monitorare il corretto funzionamento di sistemi automatici, senza possibilità di modificarne il comportamento se non ricorrendo al fornitore esterno.
Ciò si traduce in un abbassamento della capacità discrezionale dell’amministrazione, che diventa data-driven ma perde capacità interpretativa. Ne deriva anche un problema di competenze: la PA è spesso costretta ad affidarsi a consulenze esterne, riducendo l’autonomia e la capacità critica interna[15].
4.3 Livello strategico-politico
Sul piano politico, la discrezionalità è spesso influenzata da fondi vincolati (ad esempio del PNRR o dell’UE), agende internazionali (ONU, OCSE) e partnership pubblico-private che definiscono le priorità della città intelligente. Le decisioni su quali progetti implementare (es. sensori per il traffico, digital twin, smart grid) sono il frutto di un compromesso tra innovazione, consenso politico e vincoli finanziari.
Alcuni studiosi parlano di tecnopolitica urbana, per indicare il modo in cui la tecnologia plasma le scelte politiche locali, riducendo i margini di autodeterminazione democratica[16].
5. La discrezionalità nella pratica: casi emblematici
5.1 Barcellona e il modello di “tecnologia civica”
La città di Barcellona ha cercato di riaffermare il primato pubblico nel governo della tecnologia, promuovendo un modello di tecnologia civica basata su software open source, partecipazione cittadina e controllo pubblico dei dati[17]. Attraverso il progetto DECODE, ha introdotto sistemi di gestione dei dati che restituiscono il controllo ai cittadini, rafforzando così la discrezionalità amministrativa e la legittimità democratica.
5.2 Toronto e il caso Sidewalk Labs
Il progetto di smart district di Toronto, affidato a Sidewalk Labs (sussidiaria di Google), ha invece mostrato i rischi di una delega eccessiva al privato. Le critiche sulla governance opaca, la gestione dei dati e la scarsa partecipazione pubblica hanno portato al ritiro del progetto nel 2020[18]. In questo caso, la discrezionalità politico-amministrativa è risultata compromessa da logiche privatistiche e da una debole regolazione pubblica[19].
6. Tecnologie, discrezionalità e diritti fondamentali
Le tecnologie adottate nelle smart cities non sono neutre[20]. Algoritmi predittivi, sistemi di sorveglianza, riconoscimento facciale e classificazione automatica dei comportamenti pongono problemi etici e giuridici[21], che richiedono una forte discrezionalità critica da parte delle amministrazioni pubbliche.
Una PA consapevole deve saper valutare non solo l’efficacia tecnica di una soluzione, ma anche i suoi effetti sui diritti fondamentali[22], sull’inclusione digitale e sulla coesione sociale. La discrezionalità, in questo contesto, si trasforma in responsabilità etica.
7. Ripensare la discrezionalità nell’era digitale
Alla luce di quanto analizzato, è necessario ripensare il concetto stesso di discrezionalità, abbandonando la dicotomia tradizionale tra potere discrezionale e vincolato, per introdurre una discrezionalità deliberativa, che tenga conto della complessità tecnica e dell’interazione tra attori pubblici, privati e civici[23].
Le smart cities richiedono capacità di mediazione, negoziazione, interpretazione dei dati e gestione dell’incertezza. Non si tratta tanto di aumentare o ridurre la discrezionalità, quanto di governarla democraticamente.
8. Conclusioni
Il governo delle smart cities mette in crisi i modelli classici di discrezionalità politico-amministrativa. Le tecnologie intelligenti[24] non eliminano il potere decisionale pubblico, ma lo trasformano. La sfida consiste nel garantire che tale potere rimanga orientato al bene comune, trasparente, responsabile e partecipativo.
In questa prospettiva, è fondamentale che le amministrazioni sviluppino competenze digitali, strumenti regolativi adeguati e un forte impianto etico e deliberativo. Solo così la discrezionalità potrà continuare ad essere uno strumento di governo legittimo, anche nell’era della città intelligente.
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* Dottorando di ricerca in Sostenibilità e Agenda ESG presso l’Università Mercatorum di Roma.
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[12] C. Lauri, op. cit.
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