Anno XX – Numero 236 – Serie 8/26

Agosto 2026

Una soluzione alla trappola del principio della disuguaglianza triangolare: prove di intesa competitiva tra Stati Uniti, Cina e Russia. Il conflitto in Ucraina innesco del mondo post-unipolare.

Autore articolo

ABSTRACT [IT]:

Il presente contributo analizza l’attuale momento geopolitico delle tre grandi superpotenze globali: Stati Uniti, Cina, Russia. Scavando oltre le sovrastrutture politologiche e mass-mediatiche, si avanza l’ipotesi di una costituenda intesa, all’insegna della competizione permanente, tra i tre grandi imperi dei nostri tempi. Superamento della fase unipolare dell’egemone statunitense da non tradurre in guerra di successione (termonucleare) ma in coesistenza competitiva tra sfere di influenza tra loro non incompatibili. Soluzione temporanea ma ideale per sopperire ai profondi deficit che affliggono i tre giganti geopolitici, ostacoli al momento inaggirabili per pervenire al confronto bellico contro un altro (o due) dei lati del “triangolo”. Washington e Pechino nel contendersi il terzo polo moscovita, scelta di campo che certificherebbe un invalicabile vantaggio “geometrico”, si adoperano affinchè la Federazione non scarrelli definitivamente nelle braccia altrui. Accordi, pressioni, concessioni, sono tutte da leggersi all’insegna del pragmatismo e dell’ambiguità, grazie ai quali massimizzare i vantaggi e minimizzare le perdite. La Federazione Russa, sulla carta il più debole dei tre poli, conscia di godere di una certa rendita di posizione data dal suo essere, in potenza, l’ago della bilancia capace di alterare l’equilibrio, ha giocato d’anticipo scatenando il conflitto in Ucraina. Invadere le pianure ucraine per accelerare la pratica successoria e suonare le campane a morto del vecchio sistema unipolare, la brutale mossa di Mosca, memento al dimentico globo del crudo mestiere degli imperi e telegramma con cui avvertire i suoi parigrado della necessità di vidimare un nuovo assetto “triangolare”: è preferibile condividere un tavolo in tre che restare digiuni causa apocalissi bellica e/o collasso interno.

PAROLE CHIAVE: Triangolo geopolitico, Competizione tra superpotenze, Conflitto in Ucraina, Crisi americana, Russkij Mir, Stati Uniti, Russia, Cina.

ABSTRACT [ENG]:

This paper analyzes the current geopolitical situation of the three great global superpowers: the United States, China, and Russia. Delving beyond the political and media superstructures, it advances the hypothesis of a nascent understanding, under the banner of permanent competition, between the three great empires of our time. This overcoming of the unipolar phase of US hegemony should not translate into a war of (thermonuclear) succession, but rather into competitive coexistence between mutually compatible spheres of influence. This would be a temporary but ideal solution to address the profound deficits afflicting the three geopolitical giants, currently insurmountable obstacles to military confrontation against one (or two) of the other sides of the “triangle.” Washington and Beijing, in competing for the third pole, Moscow—a choice of sides that would certify an insurmountable “geometric” advantage—are working to ensure that the Federation does not definitively slide into the arms of the other. Agreements, pressures, and concessions are all to be interpreted in the spirit of pragmatism and ambiguity, maximizing benefits and minimizing losses. The Russian Federation, on paper the weakest of the three poles, aware of its positional advantage stemming from its potential role as the tipping point, capable of altering the balance, preempted the situation by triggering the conflict in Ukraine. Invading the Ukrainian plains to expedite the succession process and sound the death knell of the old unipolar system, Moscow’s brutal move, a reminder to the forgotten world of the cruel craft of empires and a telegram alerting its peers to the need to validate a new “triangular” arrangement: it is better to share a table with three than to remain without action due to a war apocalypse and/or internal collapse.

KEYWORDS: Geopolitical triangle, Competition between superpowers, Conflict in Ukraine, American crisis, Russkij Mir, United States, Russia, China.

SOMMARIO: 1. Verso un’intesa competitiva “triangolare”. -2. Il conflitto ucraino prodromo del nuovo assetto post-unipolare. La Russia e il Russkij Mir sono pronti alla competizione (paritaria). -3. Gli Stati Uniti, stanchi, rabbiosi ma reattivi: non è ancora il tempo di abbondare l’impero. -4.La Repubblica Popolare Cinese: pazienza e fragilità suggeriscono di evitare la guerra.

1.Verso un’intesa competitiva “triangolare”.

Nella nostra frastornata Europa occidentale, scissa tra muscolare (e fantomatica) corsa al riarmo e tremebondo allarmismo sulla guerra prossima ventura si fa immensamente fatica a delineare un quadro corretto del momento geopolitico odierno. Collettività e annesse “pubbliche opinioni”, mass-media, decisori politici, analisti di grido, risultano esseri tutti letteralmente “fuori tempo”, vittime di discronia acuta, ormai scaduta nel cronico.

Incapacità di lettura assoluta, data dall’impossibilità di comprendere gli altri, perché è assente ogni volontà di farlo, necessiterebbe di un impegno troppo gravoso, di studio profondo, prospettiva divenuta aliena nella nostra avvilente dimensione emoziocratica[1] in cui vige il ripudio del principio di realtà.

Dimentichi della suggestione junghiana della “sincronicità” per la quale vigono relazioni non causali tra i fenomeni, obnubilati dalle sovrastrutturali ubbie ideologiche e politologiche ci si arrovella sulle intemperanze trumpiane, si sbraita sulla “centralità e unità europea” (sic!), ci si coccola con la riduzione di complessità della reductio ad hitlerum di Putin, si perde di vista l’ordine generale delle cose, ritenendo che possa veramente incidere e contar qualcosa quello che (non) si decide tra Tallinn e Bruxelles, un unico macro non-luogo geopolitico che avrebbe sicuramente affascinato Marc Augè[2] se avesse avuto la sfortuna di interessarsi di geopolitica e amenità affini.

Il tanto vituperato, temuto e traumatico per noi anziani europei, “ritorno della storia”, che per inciso non ha mai abbandonato questo mondo, nonostante la grande delusione delle popolazioni sparse tra Copenaghen e Madrid, dedite ad un disperato economicismo, mentre si baloccano tra Erasmus e Eurovision, altro non è che la ricalibratura del modus vivendi del triangolo geopolitico dominante in questo secolo: in formula, come intendono stare al mondo e (con)vivere Stati Uniti, Cina, Russia?

Le ricadute delle scosse di assestamento provocate dalla ricomposizione globale degli equilibri tra super-potenze si scontano in precarietà geopolitica, particolarmente patita dalle collettività più fragili, perché più ricche e anziane, come ahimè la nostra. Assistiamo ad un evento di significativa magnitudo geopolitica, dalla durata non prevedibile, alla cui base si badi bene, vi è una matrice tesa alla stabilizzazione, alla ricomposizione del caos non del bellum omnium contra omnes.

Epperò nell’ Europa più o meno unita siamo stra-convinti del contrario, ci si dimena in preda al delirium tremens, provocato dallo spauracchio del conflitto termonucleare e dai dazi apocalittici, o peggio, ci si affida a stucchevoli letture intrise di gossip e leaderismo, secondo le quali la geopolitica degli imperi diviene espressione della presunta intesa di amorosi sensi tra autocrati, arricchita da venature para-scandalistiche sui paventati ricatti russi al vizioso Donald Trump. Nelle nostre latitudini ci si muove nell’iperuranio, mentre chi conta davvero prova a ridisegnare il mondo che sarà.

Il “concerto tra potenze” sembra soluzione anelata e promossa dagli stessi Stati Uniti, lasciata filtrare negli ultimi mesi dalle oscure stanze degli apparati agli analisti[3], alla divulgazione mainstream[4] nonché oggetto delle dichiarazioni di svariati componenti dell’amministrazione Trump.

La stessa ossessione compulsiva di Trump a chiudere i conflitti sparsi nel globo si può legger in tal senso, aldilà della retorica attorno al premio Nobel per la pace.

L’ordine geopolitico unipolare a marca statunitense è dato per desueto e avvertito come oramai nocivo dalla stessa America, sfibrata da trent’anni di sperpero di risorse ed energie; di contro sembra costituire una prospettiva percorribile il raggiungimento di un’ intesa all’insegna dell’agonismo, propedeutica all’emersione di un delicato equilibrio atto in primo luogo, a garantire la tenuta interna delle superpotenze coinvolte, ugualmente afflitte da tensioni e criticità endogene ed in secondo luogo, agevolare la gestione ed il controllo delle sfide e mutamenti che attengono all’umanità intera, trainate dai prorompenti sviluppi tecnologici (si pensi all’IA) e dall’aggressivo deterioramento degli ecosistemi naturali.

Un’ intesa competitiva è la soluzione allettante per sfuggire alla trappola del principio della disuguaglianza triangolare, secondo il quale la somma delle lunghezze di due lati del triangolo deve essere sempre maggiore della lunghezza del terzo e ultimo lato, da ciò ne deriva un assodato vantaggio strategico nell’isolare e mettere in minoranza uno dei tre lati del triangolo, anche qualora costituisca di gran lunga il più robusto. Ogni potenza del triangolo teme di rimanere vittima dello schema “due vs uno”: Mosca avverte tangibile la possibilità di scarrellare nel triangolo scaleno nella posizione di junior partner con Pechino al primo posto della gerarchia geometrica; allontanare Mosca da Pechino è il diktat tattico di Washington, seppur travestito da corrispondenza di posture autocratiche tra Putin e Trump; Pechino  gela all’idea rimanere vittima di una giocata “Nixon-Kissinger al contrario”, che la porterebbe a ritrovarsi circondata e con le spalle al muro. La scommessa dell’amministrazione Trump (saggiamente guidata dagli apparati di Washington), tentare di strappare Mosca all’abbraccio velenoso di Pechino, verte sull’assioma di grammatica strategica che declina impossibile nel medio e lungo termine la quieta coesistenza e l’“amicizia senza limiti” tra due giganti che insistono sullo stesso continente e condividono oltre 4.000 chilometri di frontiere, onorando l’antico adagio cinese per il quale « due tigri non possono abitare la stessa montagna» (senza contare la terza incomoda, di non poco spessore, l’ India neo-appellatasi Bharat).

A tal uopo la collusione (o concerto) tra grandi potenze, è il disegno attraverso il quale giungere ad una spartizione del globo in aree di influenza non incompatibili, convivendo in un’atmosfera di coesistenza competitiva in cui diviene possibile evitare i conflitti diretti, dalla scala apocalittica, relegando la bellicosità nelle aree di faglia e nei quadranti secondari, riedizione 2.0 delle guerre per procura caratterizzanti la guerra fredda.

In questa ottica il concetto di Russkij Mir delineato con la caduta dell’impero sovietico e divenuto sempre più pervasivo durante la presidenza Putin può essere considerato a tutti gli effetti un antesignano di questo costituendo assetto. Risposta alla crisi generata dal suicidio della variante sovietica dell’impero russo, tratteggia e promuove l’emersione di un blocco autocentrato con caratteri semi-autarchici (non solo prettamente economici, ma ideologici, culturali, ecc..), pronto innanzitutto a rivaleggiare alla pari con le altre due grandi super-potenze (con cui confina) e a conservare il proprio rango più elevato nei confronti delle numerose medio-potenze emergenti, protagoniste nell’ultimo decennio di una crescita impetuosa.

Con il colpo di mano del febbraio 2022 la Russia ha lanciato la sua sfida: forzare il riassetto geopolitico mondiale, muovendosi e colpendo per prima. Il conflitto ucraino può essere inteso come una fuga in avanti, un’azione volta ad anticipare i tempi da parte dell’attore sulla carta (al netto dell’arsenale nucleare) più debole rispetto alle altre due superpotenze. Fedele al mantra mutuato dalle regole della strada durante la gioventù sanpietroburghese, secondo il quale «se la rissa è inevitabile, colpisci per primo»[5], Putin si è mosso in anticipo, platealmente, approfittando della debolezza e confusione americana plasticamente rappresentata dal disordinato ritiro dall’Afghanistan, mettendo di fronte al fatto compiuto Pechino.

La capacità di gestione del tempo diviene uno dei fattori principi della partita geopolitica. Dato per prossimo venturo il riequilibrio tra potenze, i reggitori dello Stato russo hanno scelto la strada dell’anticipo, convinti che tergiversare avrebbe indebolito ulteriormente le proprie posizioni. Attaccare ora per non subire in seguito la postura altrui e sedersi al tavolo delle trattative da una posizione di forza, sono le ragioni del conflitto ucraino. Come? Riaffermandosi, sul campo, senza infingimenti e retoriche, come superpotenza alla pari in primis nei confronti degli Stati Uniti, tarpandone definitivamente la postura unipolare, fino ad allora in gran parte tradotta nella progressiva erosione della tradizionale sfera di influenza e di sicurezza russe, logorata dall’avanzamento della Nato sull’uscio di casa. La Russia ha inteso rimembrare l’esercizio del mestiere degli imperi, da professare attraverso l’uso della forza sul campo, smentendo con il sangue l’idolatria del soft power e del mercantilismo (raccomandata a/r spedita anche a Pechino), riportando al centro della competizione tra potenze, i confini, le aree di influenza, le linee rosse. Nel fare questo ha strizzato l’occhio all’ Oriente e al Meridione del globo, con l’intento di rinnovare la propria immagine di paese guida del mondo non occidentale (in cacofonia impronunciabile Sud globale) recuperando e sublimando l’eredità sovietica. Con una grande differenza da tenere a mente: il peso specifico delle collettività non occidentali, delle loro economie, è enormemente maggiore rispetto a quello degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Siamo già oltre il giro di boa, i rapporti di forza sono fià invertiti, il golden billion occidentale è minoritario, anziano, meno ricco e con il concreto rischio di perdere il primato tecnologico. Ma la prova di forza russa non è limitata a garantire dei vantaggi unilaterali a Mosca. Accelerare l’ipotetica intesa tra superpotenze avvantaggia anche gli altri due lati del triangolo. Washington è agevolata nell’uscita dalla oramai insostenibile ipertrofia imperiale in cui si ritrova confitta, pronta ad abbandonare l’età adolescenziale per quella adulta per giungere ad uno status meno impulsivo, più ragionato, introverso, allettata anche da immaginifiche prebende economiche; Pechino potrebbe avere una buona ragione per evitare lo scontro armato con Washington, sì, Taiwan val bene una messa , il suo ritorno alla  madrepatria è passaggio fondamentale per il rinascimento nazionale cinese, ma non tale da affrontare un incerto ma sicuramente costosissimo confronto militare con gli Stati Uniti o una esiziale interruzione/sabotaggio della globalizzazione a danno di Pechino.

Globalizzazione che aldilà dell’impostazione economicistica o peggio politologica dominante in Occidente altro non è che il controllo degli oceani, dei principali stretti marini da parte della Marina americana, tuttora tutrice della “libera navigazione” sulle acque oceaniche del globo. Un suo strumentale sabotaggio da parte statunitense si tradurrebbe in un soffocamento della Cina, una extrema ratio pre-bellica dalle conseguenze devastanti per la Repubblica Popolare.

La tenuta interna del Dragone si regge sulla garanzia di un costante miglioramento della qualità della vita dell’enorme popolazione e sulla riduzione o per lo meno mitigazione, delle storiche e profonde differenze tra coste e zone interne rurali, vulnus strutturale dell’Impero di Mezzo. Processi che negli ultimi trent’anni hanno funzionato perfettamente grazie all’accesso di Pechino alla globalizzazione statunitense. Obliterare i flussi in uscita (export,) ragion d’essere dell’imponente apparato industriale cinese alimentato dalle necessarie materie prime in entrata (import), anch’esse dipendenti dai flussi commerciali globalizzati, genererebbe un corto circuito sistemico fatale per la Repubblica Popolare. Mosca e Washington scommettono sulla ritrosia cinese a scatenare una guerra, anche qualora Pechino si dovesse trovare con le arterie commerciali vitali soffocate. Nel calcolo cinese: è preferibile raggiungere un patto di coesistenza competitiva con Washington, magari ottenendo la riunificazione di Taiwan attraverso un mix di pressioni e blandizie che rompere gli indugi manu militari o peggio (?) subire un possibile assedio marino americano.

Il conflitto scatenato da Mosca nel febbraio 2022 ha certificato il tramonto di uno status quo geopolitico oramai inadeguato a rappresentare la realtà storica, all’Armata russa il compito, assolto brutalmente, di    recitarne nelle pianure ucraine il De profundis.

Venute a galla le contraddizioni, le fatiche, le nevrosi e le aspirazioni dei tre pesi massimi geopolitici odierni, ognuno di essi, tenendo conto della propria bilancia di pro e contro, lavora alacramente, seppur agendo in termini apparentemente contradditori, per la composizione di un equilibrio (di potenze).

2.Il conflitto ucraino prodromo del nuovo assetto post-unipolare. La Russia e il Russkij Mir sono pronti alla competizione (paritaria).

La guerra d’attrito combattuta lungo l’immenso arco del fronte ucraino, da Sumy a Kherson, con perno nel famigerato Donbass, è l’evidenza bellica del principio secondo cui il tempo certamente logora ma al contempo forgia. La Federazione Russa sta ricavando dall’inaspettatamente lungo e dispendioso conflitto ucraino una “esternalità” positiva e ne sta sfruttando la dinamica: la graduale edificazione di una nuova classe dirigente attorno ad una narrazione destinata, nelle intenzioni, a fungere da collante delle numerose collettività che compongono la Federazione. Il “putinismo”, assetto contemporaneo dell’impero russo, necessita di una costruzione ideologica utile a tenere unita l’impalcatura federale, variante postsovietica dell’immenso Stato russo in cui la popolazione di etnia russa ( russkij e non  rossijskij, termine che attiene alla cittadinanza) rappresenta meno dell’80 %, con tendenza declinante. La stessa popolazione russa, che in maggioranza continua a sostenere e sopportare, tra stoicismo e fatalismo, il peso del conflitto sembra essere favorevole ad un processo evolutivo degli equilibri e delle sovrastrutture culturali e politico-ideologiche che animano e aiutano a tenere in piedi il sistema-Russia.

Per gran parte della sua reggenza, il sistema putiniano si è esplicato scevro da un impianto ideologico ben definito, ancorato alla parola d’ordine “stabilità”, garantita dal blocco di potere costituito da un sapiente mix di siloviki, tecnocrati ed oligarchi. Formula efficace nel far uscire fuori dal disastro post-sovietico la Federazione e capace di assicurargli un ritorno da protagonista sulla scena internazionale, garantendo per di più alla sua popolazione, un deciso miglioramento della qualità della vita. Dopo oltre vent’anni, risulta fisiologico un aggiornamento, un cambio di passo, alla luce dei nuovi assetti internazionali e dei perduranti deficit intrinseci che condizionano l’assetto e la postura di Mosca. Occasione colta appieno a seguito della complessa e faticosa mobilitazione resasi necessaria per supportare il perdurare dell’Operazione militare speciale.

Tramontato il piano iniziale di attuare a proprio favore un rapido regime change a Kiev, il conflitto ha preso le pieghe di una lunga e sanguinosa guerra d’attrito. Percorso obbligato per le Forze armate russe, dimostratesi impreparate e deficitarie nell’affrontare un conflitto convenzionale su vasta scala in cui si è fatto uso esteso degli ultimi ritrovati della tecnologia bellica, avendo ignorato colpevolmente l’andamento di alcune recenti guerre “sentinella” avvenute in teatri secondari (su tutte la Seconda guerra del Nagorno- Karabakh nel 2020[6]) in cui l’arma drone, coniugata e implementata con le più avanzate tecnologie di sorveglianza satellitare e intelligenza artificiale, ha dimostrato tutta la sua devastante efficacia e sancito l’esistenza di un enorme gap tecnologico e operativo tra i diversi apparati militari, dettato dall’uso o meno di tali asset bellici. Il fallimento strategico sul campo ucraino ha aperto al sistema putiniano una finestra di opportunità utile per operare quell’ “aggiustamento strutturale” da tempo invocato ed abbozzato ma mai messo in atto perché di ardua, se non impossibile, implementazione senza appunto il verificarsi di un evento cruciale e sconvolgente come un lungo conflitto bellico su vasta scala.

Strategia militare e strategia politica si sono intrecciate in un perverso esito dell’eterogenesi dei fini che ha determinato la dettatura di modi e tempi dell’offensiva russa. Può così assumere senso la reticenza russa, nonostante quasi quattro anni di duro conflitto, a colpire infrastrutture vitali come i ponti sul Dnepr[7], i centri di comando e controllo, i cosiddetti “centri direzionali” ucraini. Una scelta dettata dalla volontà, sottaciuta, di non voler tagliare la testa e far collassare definitivamente il campo avversario, mirando a prolungare l’agonia ucraina, prefiggendosi la “demilitarizzazione” dell’avversario, termine asciutto per indicare la distruzione della base demografica del paese invaso, potenzialmente valida dal punto di vista militare, assieme alla gran parte del materiale bellico di riferimento. La Russia combatte puntando costantemente “all’uomo” attraverso l’attrito sul terreno, sapendo di poter contare sulla superiorità della propria base demografica e/o industriale, in una cinica e spietata riedizione della Materialschlacht operata durante la prima e seconda guerra mondiale. Scelta che ovviamente si ripercuote dolorosamente sul proprio di campo, i russi hanno versato un dazio altissimo in numerosi campi di battaglia, divenuti teatro di terribili scontri pagati con uno spaventoso spargimento di sangue.[8]

La volontà di alimentare e allungare la guerra d’attrito è uno scenario confermato dalla dimensione dilatatoria assunta dalla diplomazia russa, altalenante tra disponibilità al dialogo e fermezza nell’avanzare richieste massimaliste, meri artifici negoziali volti a rimandare sine die il tavolo delle trattative conclusive.

Una scommessa assolutamente rischiosa, altamente dispendiosa, condotta al prezzo di una società russa sempre più stanca e insofferente, di un’economia che inizia a scricchiolare inceppata e minata dall’enorme volume delle sanzioni occidentali e vampirizzata dallo sforzo bellico. Senza contare i vari e pesanti pegni geopolitici pagati sull’altare dell’impegno totalizzante in Ucraina, così abnorme da impedire alla Federazione di potersi impegnare a tutela dei propri interessi minacciati in altri teatri (Caucaso, Siria), cagionando inoltre, la perdita di terreno e centralità in quadranti tradizionalmente considerati come “cortile di casa” (Asia Centrale), oltre al rallentamento della propria penetrazione in altri (Afriche).

Il Cremlino e la diplomazia russi hanno già ottenuto un risultato assai importante: sul tavolo negoziale il ritiro delle truppe russe dai territori occupati non è più in discussione, il famigerato ritorno ai “confini del 1991” è storia passata, espunto oramai anche dalle narrazioni più russofobe, è stato soppiantato da un più realistico congelamento sulla linea del fronte. Peggio di così non può andare, e allora perché fermarsi ora? Con un Ucraina esangue conviene spingere un villaggio, una trincea, un chilometro quadrato più in là un minuto prima che si raggiunga il proprio acme, il punto di rottura, perché appunto male che vada si otterrà quello che i soldati dell’Armata hanno saputo e potuto conquistare, lo stesso Putin esprime il concetto molto chiaramente: «Il popolo russo e quello ucraino sono un solo popolo. In questo senso, tutta l’Ucraina è nostra. Ovunque passi il piede di un soldato russo, quello è nostro».[9]

Nel frattempo l’enorme costo umano, economico, materiale del conflitto in Ucraino ha permesso l’accelerazione del processo di rafforzamento del cammino sempre più originale e solitario del Russkij Mir, oramai non più solo concepito ma anche espletato in una dimensione organica, a tratti pervasiva.

Economia, universo politico-ideologico, Forze armate, religione, sono tutti settori investiti dal progressivo e deciso inquadramento all’interno della “comunità esclusiva culturale e civilizzatrice del mondo russo”.

La “copertura” del campo religioso attraverso tale apparato ideale non deve stupire, data la tradizionale declinazione offerta dall’ “Ortodossia imperiale” del Patriarcato di Mosca, storicamente e intrinsecamente legato al potere statale nella promozione dell’idea imperiale russa[10], postura rinnovata con vigore dal totale allineamento alle politiche putiniane del patriarca Kirill. Risulta tuttavia interessante osservare il recente tentativo operato dalla Chiesa ortodossa russa di fornire un’interpretazione utile a supportare le attuali necessità dell’apparato statale moscovita. A tal fine si decifra, la costante e ubiqua sottolineatura della vocazione universalistica (leggi imperiale) dell’Ortodossia russa, capace di costruire e gestire efficacemente il dialogo multietnico e multireligioso all’interno dello sterminato territorio russo, offrendo l’approccio spirituale e valoriale come fattore unificante delle collettività russe, di tradizioni e culture diverse, ma costituenti un unico grande popolo. La sobornost, comunione universale del mondo russo, è il fondamento della potenza dello Stato. Il popolo russo unito nella Fede, garanzia di Verità e Grazia divine, permette alla Santa Madrepatria di ergersi a baluardo contro il nichilismo dilagante nel mondo. Immagine tradizionale, quella dei pravoslavnye (ortodossi) contro inoslavnye (eterodossi) facilmente spendibile alla luce del conflitto odierno contro l’Ucraina neonazista sobillata e sorretta dall’Occidente collettivo[11], in un’eterna riedizione del passaggio cruciale della storia russa, sempre più celebrato ed esaltato dalle autorità civili e religiose: il battesimo della Rus’ di Kiev, avvenuto nel 988 ad opera del principe Vladimir. Evento dal valore mitopoietico, inteso come atto fondativo dello Stato-civiltà, l’opera di Vladimir “il battezzatore” è marchio storico e metafisico dell’unione indissolubile tra Russia e Ucraina, da intendere come unico soggetto spirituale e statale, unito da fede e storia comuni.

Anche il settore economico è stato colpito da una profonda ristrutturazione. L’entità e la durata del conflitto hanno costretto il sistema paese a virare verso un’economia di guerra che sta progressivamente cannibalizzando le risorse del settore civile. La stagnazione sembra essere lo scenario migliore tra quelli oggi ipotizzabili. Stringenti sanzioni internazionali e necessità belliche hanno generato uno squilibrio strutturale in favore del settore pubblico concentrato sulla produzione e sulla logistica utili ad alimentare l’imponente sforzo bellico a cui vengono convogliati enormi flussi di risorse, materie prime, tecnologie. Asset sottratti al settore privato in crescente difficoltà, alle prese con inflazione, aumento della tassazione, limiti al commercio internazionale. Il sistema risultando “drogato” dall’ imponente domanda dell’industria bellica e dal protezionismo imposto da sanzioni e autorità statali, a differenza della classica configurazione dell’economia russa, in cui le risorse tratte dalle materie prime permettevano al bilancio federale di ridistribuire ricchezza tra ampie fasce della popolazione, nella realtà odierna genera delle rendite solo per ristretti gruppi sociali saldamente legati al complesso militare-industriale. Se i dati macro-economici restano sostanzialmente ancora positivi lo si deve soprattutto all’enorme supporto amministrativo profuso dai tecnocrati degli apparati statali, su tutti Ėl’vira Nabiullina, presidente della Banca Centrale russa.

Se l’incremento delle sofferenze socio-economiche della popolazione russa è questione centrale per la tenuta e la stabilità del sistema putiniano, non meno importanza assume il tema dell’assetto economico post-conflitto. Come uscire dall’economia di guerra, come gestire la riconversione industriale e tecnologica, come ri-assorbire soldati, operai, tecnici coinvolti nello sforzo bellico?

Nel sistema russo il ruolo guida dello Stato non potrà essere messo in discussione, come l’assoluta rilevanza dell’export delle materie prime, a tal guisa tra gli apparati e l’intellighenzia russi circolano numerose analisi, teorie, proposte che tentano di fornite risposte e visioni sul prossimo futuro. Tra le più degne di nota spicca il cosiddetto «socialismo patriottico» delineato dal ministro per lo sviluppo dell’Estremo Oriente e dell’Artico Alexey Chekunkov. Secondo il giovane ministro[12] per il futuro sviluppo socio-economico russo è fondamentale avere riguardo di alcuni fattori strutturali: la creazione di un’economia competitiva coniugata a buone condizioni di vita nell’ Estremo Oriente e nei territori artici russi e l’impossibilità dettata da fattori storico-culturali di godere in Russia di una imprenditorialità di massa sul modello europeo ed asiatico. Focus e risorse dovranno rivolgersi su due “archetipi” tipici del mondo russo: i “creatori”, esponenti di una vera propria cultura della creazione, non semplici accaparratori di profitto, ma dei creatori di senso sviluppatisi grazie all’esperienza maturata del sopravvivere a sfide ambientali estreme; i “servitori”, classe burocratica non parassitaria ma sinceramente motivata a risolvere i problemi delle presone in accordo con la tradizione russa in cui il servizio pubblico è stato sempre associato al massimo onore. Un patto altruistico e patriottico, ma non meno competitivo del modello capitalistico classico che possa permettere «uno sfruttamento creativo, piuttosto che predatorio delle risorse naturali», perché «non esistono risorse cattive, solo persone stupide o disoneste»[13]. Da qui il suo concetto di “Socialismo patriottico”:

«godiamo di un elevato livello di sostegno sociale da parte dello Stato per tutti i gruppi della popolazione e di un elevato livello di consolidamento sociale attorno alle priorità statali. I meccanismi puramente capitalistici, come l’imprenditorialità di mercato, falliscono nel nostro contesto. Da qui la necessità di nuovi modelli di ruolo di servitori e creatori per accelerare lo sviluppo, tenendo conto delle caratteristiche uniche della nostra storia, geografia e mentalità. Per sconfiggere l’imprenditorialità di mercato nel panorama competitivo globale, lo sviluppo lungo il percorso del servizio e della creazione deve basarsi su tre principi, Giustizia […] Competitività […] Cultura […]».[14]

Dopo religione ed economia, funge da chiosa alla strutturazione completa dei Russkij Mir come civiltà autosufficiente, universo ideale a cui le collettività russe possano aderire, lo sviluppo di una piattaforma ideologica comune all’interno della società, un possibile trait d’union che cementi “le Russie” preservando l’ecumene русская da scosse centrifughe, obliterando al tempo stesso ogni velleitaria porosità a pericolose idee e influenze straniere. L’ Ortodossia patriottica e militante del patriarcato di Kirill non basta, resta fattore fondante dell’architettura ideologica dello Stato federale ma non è sufficiente a fungere da unico ed efficace collante delle collettività dell’immensa Russia, come non lo fu nell’ultima fase dello zarismo. Fallito per suicidio l’esperimento sovietico che risolse per settanta anni il problema delle nazionalità, permettendo la massima espansione storica dell’impero russo, si guarda con crescente favore ad una nuova variante patriottica incentrata appunto sulla visione di un Russkij mir (spazio multinazionale e multietnico della civiltà russa) autocentrato e (quasi) autosufficiente che possa competere alla pari (si spera) con gli altri grandi blocchi/civiltà del globo. In quest’ordine rientra la pubblicazione di “Idea del sogno vivente della Russia: il codice russo per il XXI secolo. Giustificazione ideologica della civiltà-Stato russa”[15]. Redatto dalla rivista “Russia negli affari globali”[16], nel cui comitato editoriale siede il gotha dei diplomatici e degli analisti geopolitici russi, da Sergej Karaganov a Sergej Lavrov e Fëdor Lukyanov, il documento affronta la necessità di disporre di una «piattaforma che dovrebbe fungere da filo conduttore per la costruzione dello Stato, lo sviluppo sociale e personale, e la sua adesione dovrebbe essere uno dei criteri più importanti per la selezione dei cittadini che faranno parte dell’élite governativa del Paese»[17], poiché:

«Si è ormai formato un vuoto pericoloso. Il nostro Stato è storicamente cresciuto e ha superato periodi di prove difficili basandosi su un insieme di convinzioni che ne hanno definito l’essenza. Sebbene lo spirito del tempo possa aver modificato questo sistema di idee, il suo nucleo è sempre rimasto immutato: la Russia è un’entità di civiltà unica con una missione davanti a Dio e all’umanità […] E oggi, di fronte a una nuova grande sfida, sentiamo il bisogno di comprendere il nostro posto nel mondo e, soprattutto, di capire chi siamo e cosa apprezziamo. In altre parole, nel firmamento nebbioso e misterioso del futuro, dobbiamo discernere la nostra stella polare»[18].

J’accuse contro il nichilismo, l’individualismo egotista, l’eccessiva razionalità, identificati come tratti tipici dell’Occidente che minacciano il benessere e il futuro dell’umanità, il documento traccia delle linee-guida per l’edificazione di una ideologia dello Stato russo che possa garantire un futuro prospero alla Federazione e permettere alla Russia di espletare la propria missione di stella polare dell’umanità. L’ideologia, o “Sogno russo” proposta, è strumentale a garantire il futuro della civiltà russa, incarnata in Stato-potenza, scenario irrealizzabile se non si resta saldi e uniti sotto una casa ed un’idea comune, la Russia “Civiltà delle Civiltà”:

«le grandi nazioni non si costruiscono senza grandi idee lungimiranti – e se perdono tali idee, crollano al suolo o si ritirano risentite dalla scena mondiale. Il mondo è disseminato di tombe e ombre di grandi potenze che hanno perso le idee nazionali fondamentali che univano le loro élite e il loro popolo […] Il nostro cammino è rivolto al futuro, ma radicato nella nostra storia e cultura. Abbiamo bisogno di una stella polare che possiamo seguire armoniosamente. Abbiamo bisogno di un’ideologia lungimirante, sostenuta dallo Stato e inculcata non per decreto, ma attraverso l’istruzione, l’educazione, i libri di testo, le discussioni, l’immaginario, la letteratura e l’arte. Senza di essa, il popolo e il Paese saranno inevitabilmente indeboliti e degradati […] Grandi Russi, Bielorussi, Tatari, Piccoli Russi, Ceceni, Jakuti, Baschiri, Georgiani, Uzbechi: tutti noi abbracciamo i nostri valori comuni, parliamo la nostra lingua, abbiamo a cuore la nostra cultura comune e siamo pronti a costruire armoniosamente la Patria e a proteggerci a vicenda e a proteggere il nostro mondo comune»[19]

A segnare la cesura con l’universo ideale occidentale, soprattutto europeo, è il deciso rifiuto della dimensione post-storica economicista:

«Molti di noi sognavano, e alcuni lo fanno ancora, di poter diventare un “normale paese europeo”, godendo di un tranquillo benessere. Ma non ci è stato permesso, e non ci sarà permesso, di ritirarci silenziosamente in una nicchia accogliente alla periferia del mondo. Per volontà della storia e dell’Onnipotente, e grazie alle gesta dei nostri antenati, siamo troppo vasti e troppo ricchi di risorse. E siamo geneticamente chiamati all’indipendenza e alla sovranità. Per quasi quarant’anni abbiamo cercato di raggiungere un accordo attraverso concessioni, fiducia e autoinganno. In cambio, abbiamo ottenuto un’espansione occidentale in rapida accelerazione e la guerra […] L’economia rimane cruciale per la forza spirituale e militare. Eppure, almeno per questa fase storica, il fattore economico sta diventando un fattore di supporto, che dovrebbe servire agli altri due»[20].

Solida permanenza nella Storia, testimoniata dal saper combattere e sopportare una guerra. E una “grande guerra”, come il conflitto in Ucraina, non può essere vinta senza l’ausilio di grandi idee, senza comprensione della sua importanza, poiché si combatte non solo per la sopravvivenza della Russia, aggredita, ma ci si sacrifica, da veri russi, per la salvezza e la libertà dell’umanità:

«Questa guerra viene certamente combattuta per difendere la Patria. Ma anche i suoi obiettivi superiori devono essere compresi. Dopotutto, la stiamo combattendo non solo per la sopravvivenza fisica della Russia, ma per salvare l’umanità dell’uomo, per salvaguardare il codice di civiltà russo, per prevenire una guerra termonucleare globale, per liberare il mondo da un altro aspirante al dominio globale e per garantire la libertà dei popoli e degli stati di scegliere il proprio percorso politico e sociale, preservando al contempo le proprie culture»[21].

Un apparato ideologico totale, pronto all’uso per plasmare una costituenda dimensione organica dello Stato e della società russa da estendere a molteplici settori, innervandone i più disparati gangli.

Strumento che potrebbe sicuramente rivelarsi utile all’interno della summenzionata riorganizzazione di tutti gli ambiti della società russa, processo che non sembra risparmiare proprio nulla.

Tra questi, un ambito colpevolmente relegato in posizione secondaria nelle nostre latitudini in piena sbornia anglofona è la lingua nazionale. Essa permane strumento d’eccellenza di soft power in uno scenario sia di proiezione esterna che di pedagogia interna. A tal fine si pone l’adozione nel luglio 2025 del decreto “Fondamenti della politica linguistica di Stato” in cui sono identificate come minacce le forme di utilizzo in Russia di parole derivanti da lingue straniere[22]. La legge impone la riduzione delle parole straniere nell’ambito pubblico della comunicazione, misura definita come «difesa della lingua russa dall’eccessivo utilizzo di prestiti dalle lingue stranire»[23].

La lingua è così concepita come patrimonio nazionale della Russia e uno dei fondamenti della sua statualità nonché indissolubilmente legata ai valori spirituali e morali tradizionali, caratteristiche che si sommano al suo storico utilizzo di vero e proprio strumento geopolitico[24] per proiettare potenza ed influenza. I russi da sempre influenzati dal fascino dell’omofonia, hanno utilizzato e continuano a farlo, la lingua come vettore del proprio carattere imperiale nei territori appartenenti all’ex impero sovietico, considerati ancora in gran parte non del tutto fuoriusciti dalla propria orbita, anche grazie al comune ed esteso utilizzo della lingua russa. Fascinazione per l’omofonia che li ha tratti in palese inganno in Ucraina, ove gran parte del buono esito dell’Operazione militare speciale si reggeva sul sillogismo russofonia = russofilia, assioma palesemente smentito già nelle prime battute dell’Operazione.

La lingua russa si rivela non solo strumento di carattere imperiale ma anche arma di seduzione per le collettività storicamente vicine al mondo russo-sovietico, dal Medio Oriente all’Africa, passando per l’Asia centrale/Subcontinente indiano, ipotetici serbatoi di manodopera qualificata, opzione vitale per Mosca, onde supplire alla catastrofica penuria di lavoratori. Insegnare il russo attraverso la rete delle Russkij Dom serve per fare giungere flussi di manodopera in Russia già immersi nella lingua di Puskin, opzione facilitatrice delle dinamiche del mercato del lavoro oltre che tentativo di smussare la diffusa xenofobia incistata nei cittadini della Federazione.

Non possono sfuggire all’ approccio organicista certamente le Forze armate. Il rapporto con la Chiesa ortodossa, veicolo principe dell’ideologia patriottica e imperiale, diviene sempre più solido, con l’istituzione ecclesiastica particolarmente attenta allo sviluppo religioso dei corpi armati. Impegno   testimoniato dalla recente proposta avanzata dalla Chiesa ortodossa ad un comitato di esperti della Duma, di far avanzare nei posti di comando delle Forze armate gli ufficiali superiori e i generali animati da più fervente fede nelle religioni tradizionali[25]. Premialità inserita in un concetto di “libertà religiosa” intesa non come soddisfazione delle esigenze religiose dei militari, bensì come impegno a fornire loro una specifica formazione morale, spirituale e patriottica; libertà inoltre, che non può concepire l’ateismo, volano della scarsa o perversa osservanza dei principi morali a guida della società russa.

Le Forze armate sono oggetto e soggetto di formazione morale, spirituale e patriottica, una modalità pro-attiva che sembra svolgere con sempre maggior dedizione la Junarmija, il Movimento sociale patriottico militare panrusso “Giovane esercito”[26]. Istituita con decreto presidenziale, nell’ottobre 2015, l’organizzazione giovanile ha tra i suoi scopi quelli di instillare i valori del patriottismo, del servizio verso la madrepatria, della storia nazionale e militare, del ricordo delle passate operazioni e campagne militari e dei caduti delle Forze armate, attraverso la realizzazione di un ambiente favorevole per lo sviluppo armonioso della personalità dei bambini e dei giovani, la formazione di valori e linee guida morali, nonché l’educazione su temi militari e patriottici. Il movimento consta oltre un milione e mezzo di ragazzi e ragazze, impegnati oggi anche nel sostegno dei combattenti dell’Operazione militare speciale, attraverso programmi specifici come “Lettera a un soldato”[27]. La Junarmija deve essere intesa non tanto come strumento bellico ma di progressiva irrigimentazione e mobilitazione totale della società russa, in cui il militarismo è decisivo per far riaffiorare la centralità dello spirito collettivo, non un mero bacino dal quale pescare per ingrandire facilmente i ranghi delle Forze armate, ma agente preposto a plasmare la gioventù russa in senso patriottico. Il servizio militare diviene attributo identitario dell’idea di cittadinanza russa nonché di educazione e formazione interiore, parte di una visione del mondo dai tratti apocalittici[28], funzionale alla narrazione del “noi contro loro”, cardine dell’impianto ideologico del Russkij Mir.

La formazione e lo sviluppo di un nuovo ethos patriottico coinvolgono come visto la società russa nella sua totalità, chiamando in causa la stessa classe dirigente. Forte è il desiderio di rivitalizzarla, promuovendo delle forze fresche ispirate da un rinnovato fervore ideologico. Al tempo stesso non si cela l’obiettivo di sottrarsi alla trappola della “nuova classe”, scenario cristallizzato nella sua opera omonima, da Milovan Gilas, il quale descrisse dal suo punto di vista di sommet del regime jugoslavo, la deriva burocratica e autoreferenziale della classe dirigente del regime titoista[29].

Se da una parte ci si preoccupa di consegnare alla Federazione una classe dirigente che possa sovraintendere la verticale del potere nell’inevitabile fase post-putiniana, dall’altra, manuali di storia alla mano, si prova a fuggire dalla ciclica tendenza propria dei regimi autocratici, tra i quali spiccarono gli esempi del socialismo reale, di un’eccessiva burocratizzazione della classe dirigente, adusa al concludersi in immobilismo, ottusità e mera autoperpetuazione.

Condizione catastrofica per la Federazione alla luce delle pressanti sfide all’orizzonte. Gli apparati russi

sembrano disponibili a rinunciare in futuro alla presenza di un leader carismatico al comando (ricerca dal coefficiente di difficoltà elevato) per l’instaurazione di un’oligarchia tecno-burocratica con connotazioni nepotiste, ma dall’impronta fortemente patriottica, pur di proseguire sul cammino della stabilità e soprattutto garantire sviluppo e potenza al proprio claudicante impero, intralciato da non poche deficienze strutturali.

Da qui la scelta di far ricoprire posizioni governative ed amministrative ai membri delle Forze armate che si sono distinti nell’Operazione Militare Speciale[30], grazie ad uno speciale programma educativo denominato “Tempo degli Eroi”, varato nel marzo 2024 dallo stesso Putin, con l’esplicito intento di forgiare una nuova élite patriottica, temprata dalla guerra, in palese opposizione a quella dei “nuovi ricchi” (liberali) espressa dai tempestosi anni Novanta:

«La parola ‘élite’ si è ampiamente screditata. Coloro che, senza alcun servizio alla società, si considerano una sorta di casta con diritti e privilegi speciali, mi riferisco in particolare a coloro che, negli anni precedenti, si sono arricchiti grazie ai vari sviluppi economici degli anni Novanta, non sono certo l’élite. Ripeto, la vera, genuina élite è composta da tutti coloro che servono la Russia, lavoratori e combattenti, persone affidabili e comprovate che hanno dimostrato la loro lealtà alla Russia nei fatti, persone degne».[31]

Patriottismo, ma coniugato a fedeltà e stabilità. Entra in gioco la componente nepotistica, fattore chiave per garantire innovazione attraverso la continuità. Non è casuale il moltiplicarsi di nomine e la partecipazione negli eventi ufficiali di alto livello[32] di una schiera di “figli di” e persone al loro legate, tutte giovani risorse utili oggi, a puntellare e svecchiare il quasi trentennale sistema putiniano, domani chissà, a guidare la Russia post-putiniana. Punta di diamante di questa nuova élite la stessa secondogenita di Putin, Ekaterina Tikhonova, a capo dell’istituto per la ricerca tecnologica Innopraktika e del suo “cerchio magico”, i cosiddetti tikhonovcy,[33] manager e tecnocrati rampanti, tra i quali spicca il sempre più in vista Kirill Dmitriev[34], a capo del Fondo russo per gli investimenti diretti, in prima linea nel dialogo con Washington. Scorgiamo altri parenti di Putin direttamente coinvolti nella cooptazione nella verticale del potere: la sua secondogenita Maria Vorontsova, divenuta membro del consiglio di amministrazione della Società di genetica medica di Mosca, sua nipote Anna Civilëva vice ministro della Difesa, nonché moglie del ministro dell’Energia della Federazione Russa Sergej Civilëv. Seguono numerosi rampolli dai cognomi evocativi: Dmitrij Patrusev, Boris e Stepan Kovalcuk, Ksenia Shoigu.

Questa nuova élite[35] (o classe) si fa largo nei settori tecnologici, informatici, comunicativi, finanziari, lì dove la Federazione ha più necessità di colmare il gap con le grandi potenze concorrenti. Oltre ai curricula, a pesare è la decisa connotazione ideologica in senso patriottico, la nuova generazione della classe dirigente russa sarà frutto della fedeltà al sistema di potere putiniano e dell’accettazione del conflitto ucraino, requisiti ritenuti fondamentali per gli apparati della Federazione nella nuova fase di coesistenza competitiva tra grandi potenze.

Continuità non solo nella verticale del potere, nel ruolo degli apparati ma anche nella propria ipertrofica idea di sé da parte dell’impero russo. Non potrebbe vivere altrimenti, pena deperimento ed implosione,

intestatosi una soteriologia pro domo sua secondo la quale non si può salvare il mondo senza dominarlo, mistica di un mandato senza tempo che trova ovvia correlazione nella stessa lingua russa:

«il traducente russo di “volere” è chotet (хотеть), che trova aderenza con il sostantivo ochota
(охоtа)
, volontà ma anche caccia. La loro scaturigine staroslava è chvatati, attribuirsi, impadronirsi di qualcosa. Questa velleità linguistica trova contiguità nel concetto di libertà: uno dei sostantivi russi usato in questo caso è volja (воля) derivante dal protoindoeuropeo vol(z), arbitrio. Essere liberi significa avere facoltà, tempo e spazio per imporre il proprio passo soverchiante, modellando il proprio impero su chi lo subisce, dettando credenze e abitudini. Senza bisogno di dover sgomitare, perché sono gli altri popoli a fare largo».[36]

L’orso russo va avanti, megalomane ed imperterrito, costi quel che costi, fedele al proprio temperamento, alla propria storia, perché «Un popolo senza memoria non ha futuro. Senza conoscere il passato, non ci sarà mai futuro. Perderemo tutto, tutto ciò che ci è caro e su cui ci sviluppiamo e andiamo avanti […] non c’è futuro senza conoscere il passato, senza comprendere la terra su cui viviamo e chi ci dà la vita», parola di Vladimir Putin[37].

3.Gli Stati Uniti, stanchi, rabbiosi ma reattivi: non è ancora il tempo di abbondare l’impero.

L’attuale momento storico, sociale, economico, politico degli Stati Uniti suggerisce ai suoi decisori politici sostenuti dall’ “artigianato” degli apparati, di alleviare la sovraestensione imperiale per focalizzarsi sul puntellamento del proprio cuore geopolitico, il Nord-America con fulcro lo stesso territorio nazionale. Le bozze della Strategia nazionale di Difesa 2025[38], non ancora ufficialmente pubblicata, vergano questo cambio di paradigma, tratteggiando uno scenario in cui l’immigrazione di massa, il traffico di stupefacenti, divengono minacce alla sicurezza nazionale perfettamente paragonabili alle “classiche” provenienti dalla competizione con attori/avversari stranieri.

Da qui la necessità della maturazione imperiale degli Stati Uniti. Seguendo l’usuale percorso del ciclo storico degli imperi, Washington si accinge a chiedere, pretendere, dai suoi satelliti un maggiore contributo in termini di risorse materiali e umane con le quali tagliare gli abnormi costi di manutenzione dell’impero. L’impero non si relega in soffitta, lungo il Potomac gli apparati lo sanno perfettamente, ne deriverebbe altrimenti la rovina dell’America. A loro il compito di far smaltire la sbornia unipolare, adoperando anche l’inusuale “aspirina Trump” (dai probabili effetti collaterali), consegnando al passato l’insostenibile ruolo di poliziotto globale. Applicando questa nuova postura, si giunge alla proposta di una divisione internazionale della gestione/risoluzione delle crisi geopolitiche. Ne deriva l’affidamento della patata bollente ucraina e del contenimento russo nell’Europa orientale agli europei, in versione “coalizione dei volenterosi” (sic!), il mandato alle petromonarchie del Golfo a pagare la ricostruzione e la gestione della pacificata (?) a mezzo devastazione, Gaza, assieme allo schieramento dei boots on the ground turco-egiziani.

Sub-appalti divenuti necessari perché Ucraina e Medio Oriente si sottraggono reciprocamente risorse e impegno, rendendo improrogabile l’utilizzo sul campo di attori diversi, riservando la cabina di regia a Washington, la quale in modalità quanto più possibile “da remoto”, si serba il ruolo di decisore di ultima istanza, cercando al tempo stesso di trarre ove possibile dei vantaggi economici e commerciali. Una traduzione geopolitica dell’impianto capital-liberista: socializzazione delle perdite e privatizzazione dei guadagni. Il mercantilismo geopolitico trumpiano punta a conseguire una tattica win-win: riduzione e condivisione dei costi di manutenzione dell’impero coniugate con l’aumento delle entrate e dei tributi imperiali, il tutto volto ad allievare le sofferenze e le intemperanze della propria popolazione sempre più divisa, stanca e dubbiosa sul ruolo dell’America nel mondo.

Secondo questa visione la manutenzione dell’impero, gli interessi geopolitici devono trovare ragione e giustificazione dall’ottenimento di proficui ritorni economici. E’ la sbandierata arte del “deal”[39] applicata alla geopolitica, di cui Trump si eleva a bizzarro e chiassoso alfiere, nella realtà teleguidata dagli apparati, mossi dall’imperativo di impedire l’implosione interna della «disfunzionate società che ha nome America»[40].

La stabilizzazione in Medio Oriente diviene così propedeutica al perfezionamento di un bypass infrastrutturale Oriente-Occidente, esplicato nei corridoi TRIPP[41] e IMEC in cui il binomio Israele- petromonarchie del Golfo diviene decisivo per la sua sostenibilità. Bypass latore non solo di introiti economici per Washington, ma freccia avvelenata all’interno della faretra utilizzata nel duello contro i maggiori avversari per: ottenere il massimo del disaccoppiamento possibile dalla Cina e isolare dai corridoi commerciali strategici Iran e Russia. Per centrare tali obiettivi Washington deve tenersi stretti i riluttanti alleati Turchia e India, cerniere poste alle due estremità dell’impalcatura deputata a gestire il controllo del cuore del continente euroasiatico. Compito non facile, perché entrambe queste potenze, anelano al conseguimento della propria agenda strategica, rinvigorite dall’impetuosa crescita economica e dal notevole peso geopolitico raggiunto nell’ultimo decennio.

Seguendo questa lettura non deve stupire la postura post-occidentale di gran parte dell’amministrazione Trump e dei suoi ideologi. La dimensione transatlantica è tramontata[42], è giunta l’ora di blindare la Fortezza America, in versione ipertrofica, da Panama alla Groenlandia e di sferzare i letteralmente imbelli[43] europei, forzandoli a impegnarsi maggiormente nel loro ruolo di “volenterosi” tributari. Il margine di manovra/autonomia (non è possibile altro, stante l’ovvia impossibilità di politiche sovrane) concesso all’interno dell’impero a stelle strisce, sarà garantito dal valore del contributo messo in campo: danari, forze armate, infrastrutture fisiche e digitali, asset necessari per ritagliarsi centralità nei quadranti non più ritenuti di primaria importanza per Washington (dal Mediterraneo, ai Balcani, al confine orientale d’Europa). Ergo, tali quadranti, fino a ieri blindati dall’assertività statunitense ora divengono pienamente contendibili. E’ questo l’esito certo, la portata del conflitto in Ucraina, novello bambino insolente che candidamente ha dimostrato che il re è nudo. L’egemone, reticente a impelagarsi negli intricati e per lui oramai incomprensibili scacchieri europei, passa ad altri la palla (o il fardello a seconda dei punti di vista).Con una nota non di poco conto: non vi è nessun diritto storico, nessuna aristocrazia geopolitica da preservare, gli Stati Uniti sono la terra post-aristocratica per eccellenza[44], capaci di innalzare la meritocrazia a religione civile, non esentano gli equilibri geopolitici da questa visione, secondo la quale chi ha voglia e fegato può accaparrarsi il (ricco) piatto.

Unico caveat, non assurgere ad egemone regionale. Questo imperativo vale soprattutto in Europa, continente decisivo per intestarsi la corona e a tutela del suo rispetto, veglia la fida Londra, grazie ad una reciproca vantaggiosa coincidenza degli interessi. Le due potenze anglofone condividono la medesima preoccupazione circa l’equilibrio europeo: impedire l’emersione di una potenza continentale dominante. Minaccia esiziale se posta in connubio con il gigante russo e se provasse a coltivare ambizioni talassocratiche. Il Regno Unito continua oggi a ricoprire fedelmente e proficuamente questo ruolo, sfrutta sapientemente gli attriti generati dal conflitto ucraino, giocando abilmente sulla reciproca rivalità e paura franco-tedesca e aggrappandosi all’assertivo blocco baltico-scandinavo fomentandone la feroce postura anti-russa.

Questo schema non deve trascurare la troppo spesso sottovalutata Ankara, un attore che stante la pressochè totale inconsapevolezza e/o inconsistenza di gran parte degli europei, Italia ahimè in primis, è destinato a ricoprire un ruolo da assoluto protagonista nel settore meridionale ed orientale del Vecchio Continente. Washington seppur non entusiasta di Ankara, considerata non a torto infida, pur di concretizzare il paventato progetto di “risparmio energetico” ha espresso il nulla osta alla penetrazione turca nell’area balcanica e soprattutto nel Mediterraneo centro-orientale, assegnando la responsabilità delle “Libie” e il controllo del loro spazio marittimo al disegno strategico ancirano della «Patria blu»[45]. Gli Stati Uniti, stanchi ma non ingenui, come freno d’emergenza alla bulimia geopolitica turca permangono nel sostegno della Grecia e del suo satellite cipriota, benedicendone il sempre maggiore legame con il proprio asset fondamentale nel Mediterraneo orientale, Israele. Un’inedita ricomposizione dell’alterità Atene-Gerusalemme[46], plausibile “tenaglia” atta a comprimere i desiderata neo-ottomani di Ankara, destinati presto o tardi a volgersi verso la Terrasanta, prossima scossa tellurica dell’area mediorientale.[47]

Basterà l’approccio “pace attraverso la forza” di sentore neo-reaganiano per domare gli incendi divampati nel globo o una volta scoperte le carte, oltre l’arroganza resterà solo il bluff ?[48]

La partita decisiva si gioca in pieno campo interno statunitense. In mancanza di un altro egemone che possa intestarsi legittimamente la successione, Washington può solo abdicare per auto-sabotaggio. Scenario da considerarsi non più peregrino, poiché la «città sulla collina» è in piena tempesta, afflitta da fratture inedite, di cui l’amministrazione Trump né è espressione, non certo causa. L’America è stanca e divisa come non mai, la presidenza Trump bis è semplicemente la sublimazione rabbiosa, sgarbata di questo stato d’animo, potenzialmente esiziale per l’egemonia americana perché ne indebolisce fortemente rendimento ed efficienza, minando financo l’impalcatura amministrativa e securitaria degli Stati Uniti. La scure anti-burocratica agitata dall’universo Maga, se efficace (forse) per soddisfare un certo bacino elettorale è deleteria per la postura imperiale americana, deriva a-strategica, alimentata dall’ossessione per la sovrastrutturale fedeltà politica che anima la costellazione trumpiana e il suo elettorato di riferimento, totale eversione della regola aurea della continuità apolitica degli apparati[49]. La feroce contrapposizione partitica, il dibattito fortemente divisivo, alimentano un clima di epurazione strisciante, versione in sedicesimi delle purghe staliniane degli anni Trenta che fiaccarono l’Urss[50], propiziando l’azzardo hitleriano dell’operazione Barbarossa, sono la rappresentazione politica, sovrastrutturale dello scisma in corso tra la popolazione, scissa in “due Americhe” che già non si parlano più e si auto-segregano.[51] Se resta valido l’adagio «concordia parvae res crescunt, discordia maximae dilabuntur»[52], la possibile diluizione dell’egemonia unipolare americana nell’intesa competitiva “triangolare”, sembrerebbe tutto fuorchè il worst-case scenario.

4. La Repubblica Popolare Cinese: pazienza e fragilità suggeriscono di evitare la guerra.

Destati dal sonno della troppa ragione, in Occidente, sponda Potomac, ci si è finalmente resi conto della grande assurdità dell’utilizzo della tattica del “Wandel durch handel” (il cambiamento attraverso il commercio), secondo la quale sarebbe stato facile ottenere la “normalizzazione” di Stati-civiltà (imperi) quali Cina e Russia attraverso il loro coinvolgimento nella sovra-struttura finanziaria e commerciale occidentale detta globalizzazione. Apice del progetto fu raggiunto con l’ingresso della Repubblica Popolare nella Wto nel 2001 (la Russia fece il suo ingresso solo nel 2012), operazione dettata dall’esplicito intento di “esportare decadenza” per post-storicizzare secolari potenze imperiali, trasferendo loro ricchezza e innervandole nei flussi commerciali globali. Ovviamente niente di tutto questo è accaduto.  Pur credendo il commercio, inteso metonimia dell’economia, come una panacea di tutti i mali del mondo (nelle fantasiose burocrazie europee qualcuno ci crede ancora…) ed espediente per perpetuare la supremazia occidentale, si è dovuto assistere di contro, alla prepotente riscossa di due attori scioccamente creduti alle corde, anelanti l’entrata nel (nostro) migliore dei mondi possibili… l’esempio cinese basti per evitare di infierire ulteriormente nella digressione.

L’amministrazione Trump, personifica in maniera più che rude questo cambio di passo. In questo suo secondo mandato è impegnata in una febbrile offensiva mirante a colpire le filiere manifatturiere più complesse e i traffici delle materie prime “strategiche” (leggi terre rare) con lo scopo di impedire il consolidamento del primato cinese nel ruolo di “socio essenziale” per decine di economie nazionali sparse nel mondo.

Il ruolo e il peso cinese costituiscono un’ipoteca impossibile da estinguere sulle catene del valore globale, Washington consapevole di ciò, punta alla sua restrizione, attraverso il controllo (monopolio) della parte tecnologicamente “alta” di tali catene, vedi AI e semiconduttori, lasciando il resto a Pechino.

Obiettivo principe di questa trama offensiva è ridurre l’enorme surplus commerciale cinese. Un perfetto esempio di percezione e utilizzo dell’economia come strumento di potenza non come fine ultimo (citofonare prego a Bruxelles), magistralmente adoperato dai mandarini, diviene straordinario moltiplicatore di potenza. Impiegato sia per lenire l’atavico iato tra coste e campagne, vulnus strategico consustanziale all’Impero di Mezzo, che per potenziare massicciamente le Forze armate onde prepararle alla proiezione fuori dai proprie territori ancestrali. Presupposto obbligato per certificare l’avvenuta ascesa della Repubblica Popolare a superpotenza globale, da testare soprattutto nella dimensione marina, ad oggi ad esclusiva “giurisdizione” americana. In questo ordine si spiega l’azione americana, dal diluvio di dazi (in gran parte annunciati e non applicati) alla ricerca ossessiva di “deal” non solo con il Dragone ma con la miriade di Stati con la bilancia commerciale strettamente legata a Pechino.  Washington sempre più nostalgica delle suggestioni reaganiane, coltiva il non troppo recondito desiderio di provocare il collasso e la dissoluzione dell’Impero di Mezzo, replicando la debacle sovietica di fine anni Ottanta. Consapevole che la Repubblica Popolare dipende dall’export ne cerca di colpire le tasche con l’imposizione di dazi sanguinosi e la ricerca di fornitori alternativi di terre rare. Non solo, la giocata “Nixon-Kissinger al contrario” mira a strappare il forziere russo stracolmo di ricchezze energetiche ed agroalimentari, dalle mani di Pechino, un vero e proprio tesoro per di più dal febbraio 2022 (s)venduto a basso costo, grazie al quale i mandarini si sono assicurati un enorme vantaggio competitivo rispetto alle altre potenze. Tentando di replicare la trovata vincente di fine guerra fredda, Trump ha rilanciato dei progetti dal taglio decisamente megalomane, come lo scudo spaziale Golden Dome[53] e il programma di sviluppo di IA “Stargate”. Seppur entrambi di difficile implementazione, sono funzionali alla propaganda e a pungolare la testa e le tasche pechinesi, Washington spera in tal modo di provocare una corsa ai ripari con annesso profluvio di ansie e danari.

La Repubblica Popolare erede della millenaria pazienza “strategica” confuciana, predilige non alzare i toni, lavorare di fioretto, sfruttare défaillance e mancanze altrui, per avvantaggiarsi senza dover pagare eccessivi pegni. Decisamente più ancorata alla realtà di gran parte degli occidentali che già la incoronano prossima “numero uno” del pianeta,[54] è consapevole dei suoi numerosi deficit che la dissuadono dallo scontro diretto e violento con l’egemone americano. Anche per Pechino, fuori di retorica, lo scenario preferibile sembrerebbe quello della convivenza competitiva tra sfere di influenze dai confini non rigidissimi, conduttori di un coefficiente di conflittualità elevato ma non tale da sfociare in guerra totale, potenzialmente l’ultima.

Un conflitto con gli Stati Uniti è da evitare, troppi i fattori che giocano a sfavore.

Innanzitutto la demografia, il fattore principe per valutare la salute di una grande potenza. Tutti gli indici sono preoccupanti: tasso di fecondità, invecchiamento della popolazione, squilibrio tra sessi[55]. L’età media della popolazione ha subito un “balzo in avanti” inedito nel panorama mondiale, nel 1978 si attestava a 20 anni; nel 2022 era aumentata a 38,5, potrebbe superare i 50 entro il 2050.[56]

Il tempo volge a sfavore di Pechino: il rapido invecchiamento della popolazione comporterà delle conseguenze devastanti sull’assetto socio-economico e geopolitico del gigante asiatico, dalla sostenibilità del già frugale welfare all’efficienza dell’enorme apparato industriale cinese. Processo di difficile inversione stante il declinante numero delle donne in età fertile e la pressocchè assenza di politiche migratorie. La soglia dei 40 anni di età mediana è alle porte, il suo superamento (proiezioni lo danno possibile in una forbice compresa tra 5 e 10 anni) segnerebbe un turning point storico per la postura geopolitica cinese. Una collettività anziana, in gran parte costituita da “figli unici”, avvitata nell’individualismo, difficilmente può affrontare l’attrito di una guerra dalla scala globale. Il gravame di un’impresa bellica oltre che “fisico” è soprattutto psicologico, coinvolge non solo chi è schierato al fronte ma anche la popolazione civile, nel quotidiano sostegno del conflitto, tra privazioni, tensioni, censure e propagande.

Un altro fattore di notevole importanza è la mancanza di una missione universale, di una narrazione propria, originale, capace di sedurre le collettività altrui e di sfuggire all’autoreferenzialità che attiene storicamente alla civiltà cinese, attitudine che ne comportò il declino e l’avvento del “secolo delle umiliazioni” in favore delle potenze europee nel XIX secolo.

Non si può aspirare ad assurgere a superpotenza globale solo attraverso l’offerta di infrastrutture, terre rare e non ingerenza nelle questioni interne altrui, dettata dal perseguimento di una supposta neutralità valoriale. Nei consessi diplomatici e nelle propagande diffuse a corollario, la Cina si appella alle parole d’ordine di marca occidentale, addirittura se ne fa garante o promotrice. Dall’impalpabile “multilateralismo” alla dimensione onusiana delle relazioni internazionali, la Repubblica Popolare non è dotata di un armamentario ideologico adatto ad affascinare il mondo non occidentale, il quale legittimamente, continua a prediligere l’originale piuttosto dell’improbabile replica. Non giova inoltre la diffusione dello spettro della “trappola del debito”, perverso esito di alcuni processi di cooperazione con la Repubblica Popolare da parte di soggetti dalla statualità alquanto fragile[57].

La comprensione di questa dinamica è la base della scommessa di Washington: “maltrattare” i clientes non è poi così rischioso poiché essi sono privi di alternative! Il “big stick”[58] dell’amministrazione Trump bis sotto forma di intemerate e dazi, soprattutto nei confronti degli stralunati europei, è strumento severo e coercitivo che resterà impunito. Gli “occidentali” (comprese dépendance extraeuropee) nonostante si sentano traditi dall’alleato (sic!), aldilà delle schermaglie politiche meramente scenografiche, non si getteranno nelle fauci del Dragone. Washington lo sa bene ed esercita cinicamente la massima pressione. L’Unione Europea fosse presente a sé stessa potrebbe almeno provare a bluffare, tentare di ingelosire il borioso dominus simulando un flirt con Pechino, espediente atto ad ottenere migliori condizioni negoziali, invece nulla, immediatamente si è prostrata ai piedi del newyorkese, autocrate wannabe, incitandone ancor più l’ipertrofico ego.[59] Bruxelles, imprigionata nell’orizzonte economicista è terrorizzata dal volgersi a Pechino, prevedendo un aumento del proprio deficit commerciale in favore del Dragone, prodromo di  una ulteriore spinta de-industrializzatrice in favore della “fabbrica del mondo” asiatica, processo foriero di ulteriore malessere sociale nelle fragili collettività comunitarie. Plastica dimostrazione di una debolezza intrinseca di Pechino: non potrà mai divenire un compratore di ultima istanza come Washington, pena il collasso interno. La Repubblica Popolare fa indebitare i clientes, non si indebita per tenerli legati a sé. Discrimine esiziale per determinare la postura imperiale di una collettività.

In Asia orientale e sud-orientale, i popoli continuano a preferire la potenza più lontana rispetto a quella attigua[60]. Mossa da manuale di grammatica strategica correttamente adempiuta, indotta anche dalla capillare presenza della diaspora cinese, milioni di individui, perno del sistema finanziario e commerciale in numerosi Stati del continente asiatico, sovente sospettati di costituire una “quinta colonna” dell’Impero di Mezzo.

Infine, il fronte interno, il settore di maggiore preoccupazione di ogni struttura imperiale. Numerose le criticità che infiacchiscono le capacità della Repubblica Popolare. Le mai sopite fratture etniche, uiguri in testa[61], le crescenti frizioni tra dirigenza politica e Forze armate,[62] il malessere socio-economico non più relegato esclusivamente nel “Terzo Fronte” maoista, le aree rurali, ma in costante crescita anche nelle più opulente coste, teatro di sempre maggiori proteste[63]. Segnale preoccupante per la dirigenza mandarina, sommovimento dal basso che evidenzia cambiamenti di carattere antropologico e sociologico della collettività cinese a cui il Partito stenta a trovare delle efficaci risposte. Sono i giovani a preoccupare di più. Nella sempre più competitiva società cinese, le fasce giovanili arrancano con estrema difficoltà, la mobilità sociale, le promesse di una vita migliore rispetto a quella dei genitori, assumono la parvenza di un’utopia, avanza un fatalismo dai tratti nichilistici, nei social media si diffondono tag e meme sul “tempo spazzatura”[64] e sulla generazione degli “sdraiati”[65]. Simboli che tradiscono una visione fortemente pessimista secondo la quale l’assetto sistemico della Cina è irriformabile, il miglioramento delle proprie condizioni socio-economiche, ma non solo, della qualità della vita il senso lato è impossibile, non importa quanto ci si sforzi, si ha di fronte una lotta inutile, vana, tanto vale “sdraiarsi”. Consumismo, vita urbana, solitudine, edonismo, disillusione, individualismo[66], comportamenti e attitudini alla base di una crescente sfiducia verso il Partito Comunista, ancora troppo irrigidito e incapace di aprire un canale di dialogo con le nuove generazioni, si pensi ai celebri inviti del presidente Xi a non «cadere nella trappola del welfarismo o assistenzialismo che alleva gente pigra»[67].

Perché allora non “accontentarsi”? Non le nuove generazioni ma la Repubblica Popolare intera accarezza l’ipotesi di non peccare di superbia e avarizia. Fedele al proprio retaggio confuciano, preferisce professare pazienza e morigeratezza, un μηδὲν ἄγαν[68] declinato a Pechino con il quale, preservare e implementare al meglio, ove possibile, la “quasi alleanza” con Mosca, al tempo stesso, sfruttare la confusione americana, strappando a Washington il migliore accordo commerciale oggi, per giungere all’annessione di Taipei domani, senza uso della forza alcuna. La Cina ha compreso che la strada per il migliore dei mondi possibili è lastricata dall’equilibrio geometrico non dal solipsismo egemonico.


[1] R. FERRARI ZUMBINI, La trappola di Bruxelles o dell’emoziocrazia, Limes, 3/2025.

[2] M. AUGE’, Nonluoghi, Eleuthera, 2024.

[3] S.E. GODDARD, The Rise and Fall of Great-Power Competition. Trump’s New Spheres of Influence, Foreign Affairs, 22 aprile 2025.

[4] I. ELAND, Trump Can Create a Concert of Great Powers.In a multipolar age, having just one global policeman won’t cut it, Indipendent Institute, 7 aprile 2025.

[5] Путин: Если драка неизбежна, бить надо первым, Ukrainska Pravda, 22 ottobre 2015.

[6] M. MAZZIOTTI DI CELSO, Lezioni dal Caucaso: droni, carri armati, missili balistici ed aerei, Ares Difesa, primo gennaio 2021; A. ZAMBELLI, Droni e missili israeliani dietro la riconquista azera del Nagorno Karabakh, East Journal, 11 ottobre 2023; A. SHARAPOV, Уроки Карабаха. Как беспилотные технологии меняют правила ведения войны (Lezioni del Karabakh. Come la tecnologia dei droni sta cambiando le regole della guerra), armystandard.ru, 22 dicembre 2020.

[7]   Pavel Shishkin Правильное решение: почему армия России не разбомбила все мосты через Днепр? (La soluzione giusta: perché l’esercito russo non ha bombardato tutti i ponti sul Dnepr?), Voennoedelo.com, 2 settembre 2025.

[8]  F. DEL MONTE, Il “centro di gravità” nella battaglia di Bakhmut, Geopolitica.info, 24 febbraio 2023.

[9] “Dove mette piede il soldato russo è nostro”: Putin ha sottolineato che la Russia non chiede la capitolazione dell’Ucraina, topwar.ru, 20 giugno 2025.

[10] Per un’analisi approfondita dei rapporti tra Chiesa ortodossa e Stato russo, dal significativo valore geopolitico, A. CARDIGLIANO, Geopolitica dell’Ortodossia Russa. Dalla Rus’ di Kiev al conflitto in Ucraina, Ratio Iuris, 8 settembre 2025.

[11] Così il patriarca Kirill durante la celebrazione della Divina Liturgia nella  Cattedrale patriarcale della Dormizione  del Cremlino di Mosca per il giorno della festa religiosa e statale del Battesimo della Rus’: «Che Dio conceda che la fede ortodossa, tornata alla coscienza e al cuore del nostro popolo, persista il più a lungo possibile. Perché la Russia è un grande Paese, che esercita una profonda influenza sulla civiltà globale e sugli affari globali in generale. E se uniamo la scienza, la tecnologia e la conoscenza moderne alla fede, allora per alcuni, soprattutto per coloro che vivono in Occidente, questa rappresenta una sfida, poiché hanno da tempo abbandonato ogni fede. Ma per altri, è motivo di riflessione. E se ciò accadrà, la Russia avrà compiuto un’altra delle sue importanti missioni in questo mondo: il ripristino della fede cristiana nella vita delle persone moderne» in: In occasione della festa del Battesimo della Rus’, Sua Santità il Patriarca Kirill ha celebrato la liturgia nella Cattedrale dell’Assunzione del Cremlino di Mosca, Chiesa ortodossa russa- Diocesi di Mosca, 28 luglio 2025.

[12] Алексей Чекунков — о «замещении бизнесменов» и патриотическом социализме. Глава Минвостокразвития предложил концепцию патриотического социализма (Alexey Chekunkov sulla “sostituzione degli imprenditori” e sul socialismo patriottico. Il capo del Ministero per lo sviluppo dell’Estremo Oriente russo propose un concetto di socialismo patriottico), Rbc.ru, 17 giugno 2024.

[13] Ibidem.

[14] Ibidem.

[15] Testo completo in Живая идея-мечта России. Кодекс россиянина в XXI веке Идеологическое обоснование российского государства-цивилизации, Россия в глобальной политике, 11 luglio 2025.

[16] Nella presentazione del documento di legge: «il presente rapporto è stato redatto nell’ambito del progetto “L’idea del sogno russo e il codice del cittadino russo nel XXI secolo”. Il progetto è stato avviato e continua a svilupparsi sotto gli auspici del Consiglio per la politica estera e di difesa e della Facoltà di economia mondiale e affari internazionali della Scuola superiore di economia dell’Università nazionale di ricerca. Il testo del rapporto si basa sui risultati di molti anni di discussioni sul tema presentato e, naturalmente, sui materiali elaborati in seguito a numerose analisi situazionali, conferenze scientifiche e pratiche, nonché discussioni svoltesi durante le Assemblee del Consiglio per la politica estera e di difesa negli ultimi anni. Questo rapporto è il risultato di uno sforzo collaborativo di persone con idee affini e tiene conto anche dei preziosi commenti e contributi di numerosi eminenti russi che hanno contribuito al Paese e alla società e che nutrono una profonda passione per il destino della Patria. Alla sua preparazione hanno partecipato rappresentanti della comunità accademica di vari settori scientifici, funzionari pubblici, militari, artisti, scrittori e imprenditori. Tra loro ci sono residenti di Mosca, San Pietroburgo, Kazan e altre città e paesi che rappresentano le numerose e diverse regioni della Russia», Ibidem.

[17] Ibidem.

[18] Ibidem.

[19] Ibidem.

[20] Ibidem.

[21] Ibidem.

[22] Путин утвердил основы языковой политики России (Putin ha approvato i principi della politica linguistica russa), Rbc.ru, 11 luglio 2025.

[23] Testo completo in Указ Президента Российской Федерации от 11.07.2025 № 474
“Об утверждении Основ государственной языковой политики Российской Федерации”
(Decreto del Presidente della Federazione Russa dell’11 luglio 2025 n. 474
“Sull’approvazione dei principi fondamentali della politica linguistica statale della Federazione Russa”), Официальное опубликование правовых актов (Pubblicazione ufficiale degli atti giuridici), 11 luglio 2025.

[24] J. OLEDZKA, Russian Language as a Tool of Geopolitical Influence, Yearbook of the Institute of East-Central Europe, Vol. 15, No. 3, 2017, pp. 135-163.

[25] V. ROZANSKIJ, La Libertà di coscienza secondo gli ortodossi russi, Asia News, 21 agosto 2025.

[26] Всероссийское военно-патриотическое общественное движение «Юнармия.

[27]  Движение “Юнармия” объединяет более 1,6 млн участников. Как отметил генерал-полковник Виктор Горемыкин, юнармейцы активно поддерживают участников специальной военной операции (Il movimento Yunarmiya unisce più di 1,6 milioni di partecipanti. Come ha osservato il colonnello generale Viktor Goremykin, i membri della Giovane Armata sostengono attivamente i partecipanti all’operazione militare speciale), TASS, 28 maggio 2024.

[28] S. CAPRIO, La chiamata universale alle armi della Russia, Asia News, 4 ottobre 2025.

[29] M. GILAS, La nuova classe. Una analisi del sistema comunista, Il Mulino, 1957.

[30] M. SOVINA, Путин рассказал о новых назначениях участников СВО (Putin ha annunciato le nuove nomine dei membri dell’SVO), Lenta.ru, 3 ottobre 2024.

[31] A. GOLUBEVA, S. GORYASHKO, Война, семья, новая элита: что сказал Путин в послании Федеральному собранию (Guerra, famiglia e una nuova élite: cosa ha detto Putin nel suo discorso all’Assemblea federale), BBC русская служба, 29 febbraio 2024.

[32] V. ROZANSKIJ, La vetrina dei “figli eccellenti” al Forum di San Pietroburgo, Asia News, 23 giugno 2025. 

[33] A. PERTSEV, «Тихоновцы» против хаоса Андрей Перцев о том, почему возникают слухи о «кружке» дочери Владимира Путина («I Tichoniani» contro il caos Andrey Pertsev spiega perché circolano voci sulla “cerchia” della figlia di Vladimir Putin), Riddle, 30 luglio 2025.

[34] G. FAULCONBRIDGE, Who is Putin’s investment envoy Kirill Dmitriev and what will he discuss in Washington? Reuters, 2 aprile 2025.

[35] O. MOSCATELLI, I nuovi russi tra ragione e sentimento, Limes, 8/2025.

[36] A. BERTAZZONI, Nel cuore dei russi, Domino, 7/2023.

[37] Путин заявил, что народ без исторической памяти не имеет будущего (Putin ha affermato che un popolo senza memoria storica non ha futuro), Tass, 2 febbraio 2023.

[38] C. BABB, New Pentagon strategy to focus on homeland, Western Hemisphere, Defense news.com, 26 settembre 2025.

[39] D. TRUMP, L’arte di fare affari, Sperling & Kupfer, 1989.

[40] Così l’avido finanziere di Wall Street Gordon Gekko nel film di Oliver Stone “Wall Street” (1987).

[41] Appellativo nella sua variante altezzosa e narcisistica “Trump Route for International Peace and Prosperity”, del noto Corridoio di Zangezur, la cui realizzazione e relativa amministrazione americana sono stati al centro dei recenti sforzi americani volti al raggiungimento della pace tra Armenia e Azerbaigian, vedi: A. CARDIGLIANO, Il grande gioco del Caucaso, Domino, 9/2025.

[42] G. DE RUVO, L’America dopo l’Occidente, Limes, 3/2025.

[43] Straordinariamente evocativo il rapporto del CENSIS «Gli italiani in guerra. Indagine sulla percezione dei conflitti e sul riarmo nella società italiana» del 18 luglio 2025, approfondita testimonianza dell’assoluta dimensione irenica della popolazione italiana. Un dato su tutti: solo il 16 % degli italiani tra i 18 e i 45 anni si dichiara pronto a combattere per la patria o per un ideale, mentre una maggioranza ben più ampia sceglierebbe la protesta pacifista o addirittura la diserzione.

[44] Insuperate le pagine di Alexis Tocqueville sul tema, nel suo magistrale: A. DE TOCQUEVILLE, La democrazia in America, BUR, 2005.

[45] C. GÜRDENİZ, Mavi Vatan’ı sahiplenmek, Cumhuriyet, 22 settembre 2021.

[46] S.S. AVERINCEV, Atene e Gerusalemme. Contrapposizione e incontro di due principi creativi, Donzelli editore, 1994.

[47] M. ARISTARCO, La Turchia sta con Gaza. Per tornare a Gerusalemme, Domino, 9/2025.

[48] M.WU, ‘You don’t have the cards’. How to play poker against Trump, BBC, 19 marzo 2025.

[49] G. SALVAGGIULO, Io sono il potere. Confessioni di un capo di gabinetto, Feltrinelli, 2020.

[50] E. NOLTE, La guerra civile europea 1917-1945. Nazionalsocialismo e bolscevismo, Sansoni, 2004, 275-284.

[51] F. PETRONI, Nell’occhio della rivolta, Limes, 12/2024.

[52] «Con la concordia le piccole cose crescono, con la discordia anche le più grandi vanno in rovina» in SALLUSTIO, Bellum Iugurthinum, 10, 6.

[53] Golden Dome for America. Revolutionizing U.S. Homeland Missile Defense, Lockheed Martin Corporation, 2025.

[54] A. ARESU, La Cina ha Vinto, Feltrinelli, 2025.

[55] I. ATTANE’, China, a demographic giant with feet of clay, National Institute for Demographic Studies

[56] E. MORELLI, Crepuscolo demografico del Dragone, Domino, 3/2023.

[57] A. KOZUL-WRIGHT, Tidal wave’: How 75 nations face Chinese debt crisis in 2025 Developing countries to pay a record $22bn this year, mostly linked to loans from China’s Belt and Road Initiative. But many nations are alsoindebted to private Western lenders, Al-Jazeera, 28 maggio 2025; M. HIMMER, Z. ROD, Diplomazia della trappola del debito cinese: realtà o mito? Journal of the Indian Ocean Region, Volume 18, Numero 3/2022, 250–272.

[58] Roosevelt Corollary to the Monroe Doctrine, 1904, Office of the Historian, Shared Knowledge Services, Bureau of Administration United States Department of State . Donald Trump è un ammiratore del presidente Theodore Roosvelt nonché di William McKinley, diversi analisti intravedono nel newyorkese un “erede” di questi suoi due predecessori, A. SHLAES, Theodore Roosevelt, Trump Precursor, Coolidge Review, 21 agosto 2025.

[59] A. LOMBARDI, Dazi, la frase shock di Trump: “Tutti in fila per baciarmi il culo”, La Repubblica,10 aprile 2025.

[60] P. MORSELLI, M. DANESI, Trump a Kuala Lumpur: dazi, terre rare e gli accordi con Malaysia e Cambogia.  Con la sua visita nel Sud-Est asiatico durante la settimana del Vertice ASEAN, il Presidente USA cerca di contrastare l’espansione economica cinese nella regione ma soprattutto di diversificare l’import e garantirsi terre rare e minerali critici, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 30 ottobre 2025. 

[61] G. SCIORATI, Cina: la questione uigura nello Xinjiang, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 23 settembre 2019.

[62] F. BERTASI, I mandarini non si fidano del capo. E viceversa, Domino, 7/2025.

[63] In Cina, il numero di proteste è in aumento, Le Grand Continent, 30 agosto 2024.

[64] J. CASH, ‘Garbage time’: China’s slump spins out new meme of economic despair, Reuters, 18 luglio 2024.

[65] S. VECCHIA, Consumisti, disincantati, single: giovani cinesi “sdraiati”, Avvenire, 31 luglio 2024.

[66] Young Chinese Opting Out of Pension Contributions, International investment, 26 gennaio 2025.

[67] Full Text: Xi Jinping’s Speech on Boosting Common Prosperity, Caixin global, 19 ottobre 2021.

[68] Il motto greco dal significato «niente di troppo», scolpito, secondo la tradizione, nel tempio di Apollo in Delfi e attribuito al dio stesso o a diversi sapienti dell’antichità, ripete l’invito a evitare le esagerazioni e raccomanda la moderazione necessaria in ogni cosa.

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