Pietro Polieri
Abstract [It]:
Il presente contributo analizza il discorso pronunciato da Leone XIV presso l’Università di Roma La Sapienza il 14 maggio 2026, interpretandolo come un intervento teorico e culturale capace di interrogare criticamente alcune delle questioni più urgenti della contemporaneità: il malessere giovanile, la crisi della formazione universitaria, la militarizzazione dell’IA, l’emergenza ecologica, la trasformazione algoritmica dell’umano e la ricerca della verità in un’epoca segnata dall’incertezza. L’intero lavoro si sviluppa lungo una traiettoria interdisciplinare che intreccia filosofia, pedagogia, psicologia sociale, etica della cura, critica della tecnica e teoria politica, mostrando come il messaggio pontificio ecceda il perimetro strettamente teologico per assumere una portata antropologica e civile di ampia rilevanza. Nella Prima Parte, il testo propone una disamina sinottica delle principali questioni affrontate da Leone XIV durante la visita alla Sapienza. In tale prospettiva, il discorso papale viene letto come una critica radicale alla riduzione dell’essere umano a entità quantificabile e performativa, oltre che come un invito a ripensare l’università quale sfera della formazione integrale, della relazione autentica e della responsabilità condivisa. Particolare attenzione viene dedicata alla pedagogia della cura, alla funzione etica dell’insegnamento, alla crisi ecologica come problema di giustizia generazionale e alla crescente subordinazione della vita sociale alle logiche algoritmiche e militari. Parallelamente, la riflessione sulla verità e sul desiderio conoscitivo viene reinterpretata come pratica di libertà spirituale e critica, capace di opporsi alla frammentazione tecnocratica del presente. La Seconda Parte, invece, si concentra sulla ricezione mediatica della visita pontificia, prendendo in esame gli articoli pubblicati da il manifesto e da LaVerità. Attraverso un’analisi comparativa delle rispettive posture ermeneutiche, il contributo mostra come entrambe le testate, pur muovendo da orizzonti ideologici profondamente differenti, interpretino Leone XIV quale figura critica rispetto alla modernità tecnocratica contemporanea. Da un lato, il quotidiano progressista traduce il discorso papale nel lessico della critica anti-neoliberale, della pedagogia emancipativa e della contestazione del capitalismo digitale; dall’altro, la testata conservatrice legge l’intervento pontificio come difesa della trascendenza, della razionalità integrale e della presenza pubblica del cristianesimo contro il riduzionismo secolarizzato. Ne emerge, così, una convergenza paradossale: la figura del Pontefice si trasforma in uno spazio simbolico conteso, attraverso cui differenti culture politiche proiettano le proprie diagnosi della crisi occidentale e le proprie speranze di ricostruzione antropologica e civile.
Parole chiave:
Umanesimo critico; Algoritmizzazione dell’umano; Pedagogia della cura; Crisi della modernità; Giustizia generazionale.
Abstract [Eng]:
This paper analyzes the speech delivered by Leo XIV at the University of Rome La Sapienza on May 14, 2026, interpreting it as a theoretical and cultural intervention capable of critically interrogating some of the most pressing issues of contemporary society: youth discontent, the crisis of university education, the militarization of artificial intelligence, the ecological emergency, the algorithmic transformation of humanity, and the search for truth in an age marked by uncertainty. The entire work develops along an interdisciplinary trajectory that intertwines philosophy, pedagogy, social psychology, the ethics of care, the critique of technology, and political theory, demonstrating how the papal message transcends the strictly theological perimeter to take on a far-reaching anthropological and civil scope. In the First Part, the text offers a synoptic examination of the main issues addressed by Leo XIV during his visit to the Sapienza. From this perspective, the papal speech is read as a radical critique of the reduction of the human being to a quantifiable and performative entity, as well as an invitation to rethink the university as a sphere of integral education, authentic relationships, and shared responsibility. Particular attention is paid to the pedagogy of care, the ethical function of teaching, the ecological crisis as a problem of generational justice, and the growing subordination of social life to algorithmic and military logic. At the same time, reflection on truth and the desire for knowledge is reinterpreted as a practice of spiritual and critical freedom, capable of opposing the technocratic fragmentation of the present. The Second Part, instead, focuses on the media reception of the papal visit, examining articles published by il manifesto and LaVerità. Through a comparative analysis of their respective hermeneutical positions, the contribution shows how both publications, despite starting from profoundly different ideological horizons, interpret Leo XIV as a critical figure with respect to contemporary technocratic modernity. On the one hand, the progressive newspaper translates the papal speech into the lexicon of anti-neoliberal critique, emancipatory pedagogy, and the protest against digital capitalism; on the other, the conservative newspaper interprets the papal speech as a defense of transcendence, integral rationality, and the public presence of Christianity against secularized reductionism. A paradoxical convergence thus emerges: the figure of the Pontiff becomes a contested symbolic space, through which different political cultures project their diagnoses of the Western crisis and their hopes for anthropological and civil reconstruction.
Keywords:
Critical humanism; Algorithmic reduction of the human; Ethics of care pedagogy; Crisis of modernity; Generational justice.
Sommario: Prima Parte. Disamina sinottica delle questioni trattate da Leone XIV nel suo discorso tenuto durante la visita all’Università di Roma La Sapienza – 1. Introduzione. La ricerca della verità tra ansia e speranza generazionale –2. Il malessere giovanile e la meccanica della pressione performativa – 3. La pedagogia della cura e la responsabilità (del) docente come pratica etica radicale – 4. La guerra come inquinamento della ragione e la militarizzazione dell’IA – 5. L’ecologia come questione di giustizia ambientale e responsabilità etica – 6. La ricerca della verità come pratica di libertà integrale – 7. La comunità universitaria come spazio di grandi incontri e di responsabilità condivisa – 8. Verso una spiritualità radicale: alleanza educativa e discernimento etico – 9. Conclusioni (Prima Parte). Proposta di un umanesimo critico radicato nell’azione – Seconda Parte. La postura ermeneutica di alcuni media italiani (due testate giornalistiche, di stampo segnatamente progressista e conservatore) rispetto al discorso (e alla visita in generale) di Leone XIV alla Sapienza di Roma – Introduzione. Leone XIV alla Sapienza: ermeneutiche del conflitto, crisi della modernità e costruzione mediatica del sacro nello spazio pubblico – A. L’università come spazio costituente: teologia politica, critica della tecnica e pedagogia della pace (il manifesto – «Se il papa all’Università riecheggia Gramsci» di Giuseppe Allegri – 15 maggio 2026) – 1. L’orizzonte della parola pontificia: introduzione a una grammatica politico-spirituale della contemporaneità – 2. La ricezione del discorso di Leone XIV: il giornalista come mediatore ideologico e interprete culturale – 3. Università, pedagogia critica e formazione della soggettività: la Sapienza come teatro della contesa democratica – 4. Teologia della pace e critica della tecnica: il paradigma anti-algoritmico – 5. Oltre la crisi della modernità – B. Al di là della soglia della laicità: Leone XIV, l’università e il conflitto delle razionalità (LaVerità – «Leone “vendica” Benedetto XVI: oggi farà lezione alla Sapienza» di Giuliano Guzzo – 14 maggio 2026; «Leone alla Sapienza senza la “lectio”: resta l’oltraggio di Ratzinger censurato» di Alessandro Rico – 15 maggio 2026; «Prevost stana l’UE: “Il riarmo non è difesa”» di Lorenzo Bertocchi – 15 maggio 2026) – 1. Ricostruzione di una ferita simbolica. Introduzione alla questione della legittimità culturale del papato – 2. La Sapienza come campo di battaglia simbolico: epistemologia, potere e costruzione della laicità – 3. Leone XIV e la nuova antropologia della crisi: guerra, algoritmo e dissoluzione dell’umano – 4. Il giornalismo come ermeneutica militante: retorica, ideologia e costruzione dell’evento – 5. Verità, trascendenza e destino dell’Occidente – 6. Conclusioni (Seconda Parte). Tra critica della tecnica e nostalgia della trascendenza: Leone XIV come figura contesa della crisi contemporanea – Conclusioni generali – Appendice I. Il testo del Discorso del Santo Padre Leone XIV all’Università “Sapienza” di Roma del 14 maggio 2026, corredato dalle trascrizioni dei contenuti dei diversi indirizzi di saluto a braccio del Pontefice ai presenti alla sua visita pastorale all’Ateneo romano – Appendice II. I testi dei brani giornalistici esaminati
Prima Parte. Disamina sinottica delle questioni trattate da Leone XIV nel suo discorso tenuto durante la visita all’Università di Roma La Sapienza
1. Introduzione. La ricerca della verità tra ansia e speranza generazionale
Alla luce dei turbamenti contemporanei che affliggono e attanagliano le menti degli odierni studenti universitari – ansia accademica, pressione delle prestazioni, sfiducia nel futuro –, il discorso del Santo Padre Leone XIV, pronunciato il 14 maggio 2026 presso l’Università di Roma La Sapienza, rappresenta un’occasione e una modalità per interpellare, sin nel profondo, le questioni esistenziali ed essenziali che caratterizzano l’epoca attuale. Il Pontefice, oltre a rivolgersi (principalmente) ai giovani universitari – e, ovviamente, anche ai professori dell’Ateneo romano – in termini di autorità religiosa, si presenta come testimone del dramma psicologico, sociale e spirituale che marca la loro transizione verso l’età adulta in un contesto segnato da conflitti geopolitici accelerati dalla crisi ecologica, e, in modo sempre più rilevante, dalla penetrazione delle tecnologie algoritmiche nei tessuti della vita quotidiana.
Nel testo del discorso pontificio emergono, così, una serie di affermazioni cariche di implicazioni particolarmente filosofiche, tra le quali, in modo severo, si distingue l’idea per cui le dimensioni sociale e individuale non siano (e non debbano essere) riducibili all’algoritmicità, questione che, a ben guardare, potrebbe costituire il fondamento di un’antropologia che si erga esplicitamente contro la contrazione tecnocratica dell’essere umano a entità calcolabile e ottimizzabile. Tale riaffermazione della dignità umana diviene, dunque, nel contesto odierno, un’asserzione radicale di resistenza etica di fronte all’espansione senza limiti dei sistemi di IA soprattutto nel dominio militare, nella governance algoritmica e nelle pratiche di sorveglianza capitalista.
Il presente contributo si propone, pertanto, di analizzare il discorso leoniano attraverso una prospettiva teorica multidimensionale, accogliendo insegnamenti dalla ricerca contemporanea sul benessere psichico degli studenti universitari, dalle teorie critiche sull’etica della cura nel contesto educativo, dalle indagini sulla militarizzazione dell’IA e dalle riflessioni sulla crisi ecologica e il ruolo dei giovani come agenti di trasformazione. Piuttosto che di un’esegesi semplicemente teologica, si tratta di un lavoro che contestualizza il messaggio pontificio entro il quadro teorico delle scienze umane e sociali contemporanee, manifestando, così, la sua portata universale e la sua rilevanza per qualsiasi riflessione seria sulla formazione umana, sulla responsabilità etica e sulla speranza nel futuro in tempi di crisi pluri-polare.
2. Il malessere giovanile e la meccanica della pressione performativa
Nel suo discorso, il Papa si esprime esplicitamente riguardo a quel malessere che molti giovani accademici sperimentano, concepito, nello specifico, non come fenomeno effimero o superficiale, ma come vera e propria malattia spirituale radicata nell’ordine strutturale delle società contemporanee. La ricerca psicosociale recente conferma tale diagnosi con rigore scientifico, tant’è vero che gli studi empirici effettuati su popolazioni studentesche universitarie in diversi contesti geografici – dagli Emirati Arabi Uniti alla Colombia, dalla Cina all’Uganda – mostrano che i fattori principali di generazione di sofferenza psicologica includono il carico accademico eccessivo, la pressione finanziaria, l’isolamento sociale e, non da ultimo in termini di peso effettivo, una sorta di ricatto delle aspettative, capace di configurare ogni ambito della vita (accademica, professionale, relazionale) come campo di competizione illimitata.
Ancora più significativo è il meccanismo identificato dalla ricerca contemporanea relativo alla riduzione a numeri degli studenti: nel momento in cui, infatti, essi si trovano costantemente valutati attraverso metriche quantitative (GPA, ranking, crediti, performance oggettive), si appalesa una trasformazione della loro autopercezione in termini di propria riconfigurazione come entità quantificabili/misurabili, in concorrenza permanente, prive di valore intrinseco al di fuori della loro produttività. Questo processo, che il Papa descrive in termini di sistema distorto, è, in realtà, il prodotto di una visione mondana che ha ridefinito il valore umano secondo logiche di mercato e di efficienza neoliberale.
Il testo leoniano evidenzia in merito, mediante l’affermazione della dignità umana incomprimibile a «somma di quel che abbiamo», una frattura radicale rispetto a questa ontologia della quantificazione. Gli esseri umani, argomenta il Pontefice, sono desiderio, legame, apertura verso il trascendente, posizione, questa, che assume una portata politica e pedagogica quando venga messa, per di più, in dialogo con la ricerca scientifica recente, che evidenzia come interventi educativi centrati sulla costruzione di resilienza, sulla valorizzazione della relazione umana e sulla riflessione, piuttosto che sulla mera acquisizione di competenze tecniche, determinino miglioramenti significativi nel benessere psicologico degli studenti.
Il malessere giovanile, da quello che emerge dal testo leoniano, non si presenta affatto, allora, quale patologia da curare attraverso psicofarmaci o processi di ottimizzazione comportamentale, bensì quale segnale dell’inadeguatezza etica di interi sistemi che, per troppi decenni, hanno confezionato ad arte l’educazione universitaria, primo fra tutti, quello centrato sulla convinzione che la formazione universitaria si costituisca, esclusivamente o principalmente, come preparazione al mercato del lavoro piuttosto che come coltivazione della persona umana nella sua integralità.
3. La pedagogia della cura e la responsabilità (del) docente come pratica etica radicale
Uno dei passaggi più densi di significato nel discorso pontificio alla Sapienza concerne il rapporto tra insegnamento e carità, in corrispondenza della sezione in cui Leone sostiene, per l’appunto, che «Insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata». Tale asserzione, in pratica, rovescia l’intellettualismo accademico tradizionale, che ha tendenzialmente separato l’ambito della ricerca e della trasmissione della conoscenza da quello dell’etica della cura, relegando quest’ultima a questione marginale o secondaria rispetto ai contenuti disciplinari.
In tal senso, la letteratura teorica attuale sulla pedagogia dell’etica della cura (ethics of care in education) fornisce un fondamento concettuale per questa ‘pungente’ intuizione pontificia. Se ben si osserva il quadro teorico sviluppato da autori quali Nel Noddings, e anche da altri posti sulla medesima linea euristico-esegetica, la cura viene definita non certo come sentimentalismo paternalistico, bensì come pratica relazionale fondata sull’attenzione, sulla ricettività, sulla responsabilità verso l’altro. Quando, di conseguenza, un insegnante implementa tale etica della cura, congiuntamente alla trasmissione dei contenuti, contribuisce a costruire uno spazio co-relazionale in cui lo studente è riconosciuto quale persona complessa, portatrice di vulnerabilità, di domande esistenziali, di bisogni trascendenti il puramente cognitivo. Un approccio, questo, che assume una portata particolare nel contesto universitario, dove la relazione docente-studente è frequentemente caratterizzata da anonimato, da asimmetria di potere, da valutazione sommativa e, proprio in tale forma, determina il destino accademico e professionale dello studente. Un insegnamento fondato sull’etica della cura richiede, allora, una ‘sensibilità pedagogica’ notevole e consapevole, nel senso che il docente deve disporre di se stesso come persona e non solamente come depositario di sapere, così da creare le condizioni affinché lo studente sperimenti riconoscimento e stima autentici.
Il Papa sottolinea, inoltre, che il docente debba credere nei propri studenti, affermazione che potrebbe sembrare ovvia, ma che assume un significato speciale, se interpretata come invito a riconoscere, in ogni singolo studente, una potenzialità non riducibile ai suoi risultati attuali, un’apertura verso forme di divenire ancora impensate. Ricerche empiriche in pedagogia hanno dimostrato, su questo fronte indagativo, che quando gli insegnanti mantengono genuinamente alti livelli di aspettativa circa la capacità dei loro studenti, e quando tale aspettativa è comunicata attraverso forme di interazione rispettosa e autenticamente interessata, gli studenti rispondono con miglioramenti significativi nella motivazione, nell’impegno e, nello specifico, nei risultati accademici, indipendentemente dal loro background socio-economico o dalle loro performance precedenti.
Ciò che il discorso leoniano propone è, in definitiva, una ri-concettualizzazione della responsabilità (del) docente, che la sottrae alla logica puramente trasmissiva e la re-inscrive entro l’orizzonte dell’etica, con la conseguenza che insegnare significa per i docenti assumere una notevole responsabilità per la formazione morale, spirituale e civica delle ‘persone’ che sono loro affidate, sempre con la consapevolezza che tale responsabilità è immensa, non completamente controllabile e, fondamentalmente, una questione di coscienza.
4. La guerra come inquinamento della ragione e la militarizzazione dell’IA
Nel suo intervento, Leone XIV estende il suo sguardo critico alla militarizzazione globale, identificando nella proliferazione delle spese militari mondiali, in particolare in Europa, un fenomeno che non dovrebbe essere ingenuamente denominato/derubricato come/a difesa. Questa osservazione acquista risonanza allarmante quando posta in dialogo con la recente letteratura scientifica riguardante lo sviluppo di sistemi d’arma autonomi letali (LAWS – Lethal Autonomous Weapons Systems) potenziati da IA. La ricerca accademica, infatti, mette in luce come la delega di decisioni letali a sistemi algoritmici crei una frattura radicale nei principi consolidati del diritto bellico internazionale. Se i principi-cardine del diritto umanitario internazionale – distinzione tra combattenti e civili, proporzionalità, necessità militare – richiedono un esercizio di giudizio morale, contesto-dipendente e umano, gli algoritmi, al contrario, per quanto sofisticati, o addirittura apparentemente perfetti nella loro esecutività procedurale, operano secondo logiche di pattern recognition (‘riconoscimento di modelli’) e di ottimizzazione numerica privi della capacità di esercitare discernimento morale autenticamente informato da considerazioni etiche.
In tale quadro semantico-espositivo, il Papa evoca specificamente le situazioni in Ucraina, a Gaza, in Libano e in Iran quali testimonianze della «disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento». A tal proposito, la documentazione empirica conferma che sistemi come Lavender (utilizzato nelle operazioni israeliane a Gaza nel 2023-2024) rappresentino esempi concreti di sistemi d’arma semi-autonomi, il cui funzionamento pone sfide legali ed etiche precedentemente inesplorate.
Ancora più problematico risulta il fenomeno descritto in letteratura con la denominazione di meaningful human control, la nozione per la quale gli umani mantengano controllo significativo sulla decisione di utilizzare la forza letale. Ricerche critiche hanno documentato come, nella pratica, l’integrazione di sistemi di IA nei processi decisionali militari comporti una de-responsabilizzazione progressiva, a causa del fatto che i comandanti umani si affidano sempre più densamente ad output algoritmici, in sostanza cedendo il controllo a sistemi che essi non comprendono appieno e che operano secondo criteri di opacità tecnica.
Il discorso pontificio, quindi, nel denunciare tale processo come «inquinamento della ragione», sostiene che la logica militare, lungi dall’essere contenuta entro i confini di una razionalità calcolativa limitata, permei l’intero tessuto del ragionamento umano, trasformando il conflitto da eccezione a normalità, e dissolvendo la capacità di immaginare forme di (una sua) risoluzione non-violenta. Nella misura, inoltre, in cui tale inquinamento è mediato da sistemi algoritmici ‘velati’, se non proprio ‘torbidi’, e non controllati, il risultato è una forma di schiavitù tecnologica, in cui neppure i decisori politici mantengono vera sovranità sulle conseguenze delle loro scelte.
5. L’ecologia come questione di giustizia ambientale e responsabilità etica
La riflessione ecologica nel discorso leoniano, che qualcuno potrebbe scambiare per mera digressione sentimentale, in effetti si presenta come una prosecuzione coerente della sua analisi della responsabilità umana. Il Papa, infatti, cita l’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, sottolineando che «esiste un consenso scientifico molto consistente, che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico», e aggiunge l’osservazione cruciale che, benché sia trascorso oltre un decennio dalla pubblicazione di quel testo, «la situazione non sembra essere migliorata». In effetti, tale constatazione papale contiene un carico di critica teorica e politica rilevante, in pieno allineamento con la curvatura della ricerca contemporanea sull’ansia climatica tra i giovani, in grado di rivelare come le generazioni di studenti universitari sperimentino profondo malessere psicologico in risposta alla crisi ecologica, spesso accompagnato da sensazioni di rassegnazione, disempowerment (‘privazione di potere’, ‘impotenza’) e, perfino, personale paradossale colpa per l’eredità che ricevono dalle generazioni precedenti.
In relazione a ciò, gli studi critici sulla cosiddetta ‘giustizia climatica’ evidenziano come la crisi eco-ambientale (globale) non sia semplicemente una questione tecnica possibile a risolversi mediante l’innovazione tecnologica, ma una questione di potere, di distribuzione ineguale del rischio e della responsabilità. E i giovani, che certamente non hanno generato le emissioni storicamente accumulate nell’atmosfera, saranno sproporzionatamente colpiti proprio dagli effetti della crisi climatica, mentre le generazioni presenti godono di comfort e privilegi costruiti su tale sfruttamento ecologico.
Il Papa, allora, a fronte dello scenario or ora delineato, nell’esortare i giovani a «non cedere alla rassegnazione, trasformando invece l’inquietudine in profezia», propone una reinterpretazione della categoria di speranza, che non è ingenuamente ottimistica, bensì razionalmente fondata su una teologia della creazione, atta a riconoscere l’agentività divina come operante nel cuore dei processi storici. Contemporaneamente, tale appello si radica in un’analisi concreta della crisi ecologica, che coglie l’urgenza del momento, la necessità di «passare dall’ermeneutica all’azione» e l’importanza di una mobilitazione giovanile che non rimandi ulteriormente la decisione politica. In assonanza con tale argomento, certa crescente produzione scientifica sull’eco-crisi e sulle correlate strategie di impegno giovanile mostra come il coinvolgimento in azioni concrete per mitigare la crisi climatica – dall’attivismo politico alla riconfigurazione delle pratiche alimentari – rappresenti per molti giovani proprio una forma di gestione psicologica dell’ansia climatica, un modo di trasformare il senso di impotenza/depotenziamento in agentività piena. E proprio in tal maniera, il discorso pontificio arriva a strutturare un dialogo aperto e paritetico con quanto la ricerca recente ha identificato quali fattori essenziali per la promozione del benessere giovanile in contesti di crisi, ovverossia il riconoscimento della loro capacità di azione, l’istanza a trasformare l’ansia in motore di cambiamento e l’offerta di una visione di speranza non ingenua, ma radicata in modalità concrete di responsabilità etico-civica.
6. La ricerca della verità come pratica di libertà integrale
All’interno dell’allocuzione pontificia alla Sapienza si distingue, inoltre, una riflessione sottile sulla natura della verità, meritevole di un qualche doveroso approfondimento teoretico. Il Papa, in pratica, sostiene che «chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio, incontrerà Dio». Proposta, la presente, che, se per alcuni, forse (suoi) detrattori, costituisce un semplice e indebito riduzionismo teologico, per altri esprime una tesi profonda sulla struttura della ricerca intellettuale, per la quale il desiderio conoscitivo umano, nella sua autenticità, contiene già sempre una dimensione trascendente, un’apertura verso ciò che oltrepassa l’immediato e il calcolabile. Letta in tali termini, questa visione della ricerca della verità sembra effettivamente dialogare sia con la nozione, odiernamente in voga, di spiritualità digitale sia, contestualmente, con la visione concernente i pericoli della riduzione algoritmica della conoscenza, mentre, al contrario e contemporaneamente, i sistemi di IA e i motori di ricerca algoritmici, che offrono accesso a quantità enormi di dati, operano (solo) secondo logiche di ottimizzazione, frequentemente e strutturalmente eludenti le domande di significato profondo, di valore etico, di senso ultimo. In altri termini, un giovane che conducesse la sua ricerca della verità esclusivamente attraverso interfacce algoritmiche, rischierebbe, non solo, di perdere la dimensione contemplativa, ma anche di smarrire la capacità di interrogarsi non semplicemente su cosa sia vero, ma su perché e a chi la verità importi come tale.
Il richiamo leoniano, poi, alla figura di Agostino di Ippona rappresenta una scelta teologico-pedagogica di forte rilievo, nella misura in cui il vescovo cristiano, così come presentato dal Papa, è proprio la figura del «giovane inquieto» che «fece gravi errori», ma la cui «passione per la bellezza e la sapienza» non andò perduta. Essa, dunque, da un lato, rappresenta una visione della formazione universitaria che riconosce gli errori, le deviazioni, i dubbi come componenti costitutive della ricerca genuina, piuttosto che come fallimenti da punire, dall’altro, si pone in continuità e in simbiosi con alcune ricerche pedagogiche centrate sull’epistemological humility (‘umiltà epistemica’, atteggiamento intellettuale proprio di chi riconosca i limiti della sua conoscenza) e sull’importanza dell’errore nel processo di apprendimento, le quali confermano quanto tale prospettiva, adottata nel suo discorso dal Pontefice, sia del tutto coerente con le più innovative posture delle scienze dell’educazione.
Ancora, il Papa presenta l’università come «luogo di studio e sede di sperimentazione, che da secoli forma al pensiero critico», caratterizzazione che richiede una difesa consapevole dell’accademia contro le forze, tanto interne quanto esterne, che l’hanno, al contrario, trasformata in centro di training (‘allenamento’) professionale privo di qualsiasi dimensione autenticamente riflessiva. E ciò conferma la linea della ricerca sulla crisi delle università contemporanee, che individua e identifica una progressiva mercificazione dell’educazione superiore, entro la quale lo studio viene subordinato unicamente all’acquisizione di competenze finalizzate all’occupazione, e il pensiero critico è percepito come lusso secondario rispetto al mero addestramento tecnico-strumentale. Pertanto, il discorso pontificio, nel rivendicare la centralità della formazione a tale modalità riflessiva di organizzazione e attivazione del pensiero, riafferma quella missione dell’università, che rischia di perdersi negli attuali contesti di pressione economica e di competizione globale.
7. La comunità universitaria come spazio di grandi incontri e di responsabilità condivisa
A ricorrere particolarmente nel messaggio leoniano è l’enfasi sulla comunità universitaria quale spazio privilegiato per l’incontro umano autentico. Auspicando Leone che gli «anni dell’università siano il tempo dei grandi incontri», suggerisce che all’interno del mondo accademico, fatta salva e garantita la trasmissione del sapere, centrale, e da promuovere ulteriormente e convintamente, rimanga la creazione di condizioni affinché persone diverse possano riconoscersi reciprocamente come soggetti portatori di dignità, di prospettive differenziate, di potenzialità ancora inesplorate. In tal modo il Pontefice si riconduce implicitamente a quella doppia linea di sviluppo dell’analisi pedagogica centrata, per un verso, sull’idea di students as partners (studenti come co-protagonisti/ co-autori nel processo educativo), per un altro, sulla scienza dell’educazione alle relazioni collegiali, che evidenzia come tale territorio di incontro sia essenziale per lo sviluppo di capacità critiche, etiche e civiche, di per se stesse inacquisibili attraverso lezioni frontali o piattaforme online, ma solo grazie a un’interazione genuina, problematica e, spesso, conflittuale. Se studenti portatori di background (‘retroterra formativi’) diversi, con prospettive ideologiche divergenti, con esperienze geografiche e culturali differenziate, si incontrano in un luogo che legittima l’espressione autentica, allora non può che prendere forma la possibilità di un’educazione capace realmente di trasformazione dinamica e produttiva.
Allo stesso tempo, il discorso di Leone XIV riconosce come quella universitaria sia parte di una più ampia comunità umana, caratterizzata «dalle guerre e dalle parole di guerra», da «un inquinamento della ragione» a livello geopolitico e culturale. La questione diviene, quindi, come un’istituzione formativa fondamentale come l’università possa mantenere la sua vocazione di spazio di ricerca libera e di incontro autentico in un contesto esterno marcato da polarizzazione, da semplificazione del discorso politico e da strumentalizzazione della conoscenza a fini di propaganda. La risposta, in tale direzione, sembra poter essere fornita dall’attuale ricerca sulla pedagogia critica e sulla educazione alla giustizia sociale, in grado di identificare come elemento-chiave la capacità degli educatori di sensibilizzare gli studenti alla lettura riflessivo-critica del mondo, nel senso non semplicemente di insegnare loro fatti o abilità tecniche, bensì di coltivare capacità di interrogazione radicale rispetto alle strutture di potere, alle rappresentazioni mediate, alle forme nascoste di violenza e di ingiustizia, attitudine(inclinazione, che, nel contesto odierno caratterizzato dalla proliferazione di misinformazione e di post-verità, può porsi sempre più urgentemente come strumento di resistenza e di autodeterminazione.
8. Verso una spiritualità radicale: alleanza educativa e discernimento etico
Il Papa conclude il suo intervento affermando che «la mia visita vuole essere segno di una nuova alleanza educativa tra la Chiesa che è in Roma e la vostra prestigiosa Università», asserzione che intende, probabilmente, significare quanto tale sodalizio formativo, nell’accezione intesa da Leone, non si proponga in termini di ingerenza dell’istituzione religiosa negli affari accademici, bensì, piuttosto, di convergenza riconosciuta rispetto a questioni fondamentali di educazione/formazione umana, di responsabilità etica e di ricerca autenticamente intesa. In tal modo, da questa sezione del discorso papale pare riaffacciarsi il tema neo-pedagogico, già prima richiamato, della cosiddetta spiritualità digitale e anche quello della ricerca di significato tra i giovani, che rivelano, entrambi, quell’interessante paradosso per il quale, sebbene il religioso tradizionale sia in declino nei contesti occidentali contemporanei, i ragazzi mantengono un desiderio profondo di senso, di trascendenza, di connessione con una dimensione che ecceda l’immediato consumo e la gratificazione sensoriale. Una tensione desiderativa che viene frequentemente intercettata e strumentalizzata da sistemi algoritmici e da forme di estetizzazione della spiritualità, atti ad offrire l’illusione della profondità religiosa mediante consumo di contenuti spirituali confezionati.
Per questo, un’autentica alleanza educativa potrebbe rappresentare una valida contro-proposta formativa, ovverossia l’offerta di uno spazio dove il desiderio di significato sia preso seriamente, dove la questione della verità non sia ridotta a opinione personale, dove la ricerca sia legittimata nel suo aspetto più profondo, e ciò quale pura e trasparente dimostrazione della dignità umana, della capacità di pensare e di scegliere, della libertà radicale di interrogazione sul senso della propria esistenza. Su questo fronte, il Papa, nel sottolineare come «ogni studente può sempre trovare motivazioni nuove, mettendo ordine tra studio e vita, tra strumenti e fini», propone, altresì, una reinterpretazione dello studio universitario come pratica di discernimento continuo, che, emancipata dall’idea del sapere come acquisizione quantitativa portata all’esasperazione, si costituisca come capacità di riconoscimento e di produzione dell’ordine, di identificazione di gerarchie di valore, di discernimento tra ciò che è realmente importante e ciò che è solo superficialmente desiderabile, in un modo profondamente spirituale e, al contempo, radicalmente politico.
9. Conclusioni (Prima Parte). Proposta di un umanesimo critico radicato nell’azione
Ricapitolando, il discorso di Leone XIV pronunciato presso l’Università di Roma La Sapienza il 14 maggio 2026 costituisce un intervento teorico-pratico veicolante implicazioni filosofiche, pedagogiche, etiche e politiche di vastissima portata. Il messaggio centrale potrebbe essere sintetizzato come invito a un umanesimo critico radicato nell’azione, ovvero una visione della formazione umana che rigetta, allo stesso modo, sia il riduzionismo tecnocratico dei sistemi algoritmici sia una sorta di idealismo astratto, emergendo, così, quale pratica consapevole di libertà responsabile in condizioni di crisi sistemica. Tale prospettiva si distingue, pertanto, da altre proposte pedagogiche contemporanee per la sua capacità di integrare molteplici livelli di analisi, ovvero il livello del benessere psicologico individuale dello studente; quello della responsabilità etica della relazione docente-studente; quello della configurazione politica della guerra e della tecnologia militare; ancora, il livello della crisi ecologica come questione di giustizia generazionale; e, infine, quello della ricerca della verità come pratica spirituale.
La ricerca scientifica contemporanea in molteplici ambiti – dalla psicologia dell’educazione alla pedagogia della cura, dall’etica dell’IA all’ecologia politica e alla filosofia della spiritualità (digitale) – fornisce evidenza che le intuizioni pontificie a proposito della natura e delle cause del malessere giovanile, e circa le dimensioni necessarie di una risposta educativa autentica, sono profondamente coerenti con quanto l’analisi empirica e il pensiero teorico avanzato identificano come odiernamente centrale e ineludibile in termini di oggetto di studio. Allo stesso tempo, il discorso di Leone XIV pone una serie di sfide provocatorie alle istituzioni universitarie, agli educatori, alla società nel suo complesso, traducibile in una teoria imprescindibile e inderogabile di domande: siamo davvero disposti a riaffermare la fondamentalità della dignità umana di fronte alle pressioni dell’efficienza neoliberale? Siamo capaci di resistere alla tentazione di subordinare l’educazione alla formazione di manodopera da inserire nel mercato? Possiamo concepire l’università come spazio di ricerca della verità e di incontro genuino anche in contesti algoritmici e mercificativi? Siamo pronti a trasformare l’ansia in azione consapevole, il dubbio in ricerca autentica, la vulnerabilità in piattaforma di responsabilità condivisa?
L’istanza lanciata dal Papa agli studenti e ai docenti dell’Università di Roma La Sapienza, e per estensione, a tutte le comunità di ricerca e di formazione nel nostro tempo e alla società nel suo complesso, consiste, come asserito testualmente all’interno discorso, nel trasformare l’inquietudine in profezia, nel rinnovare l’alleanza educativa non intorno a questioni di efficienza o di produttività, ma di significato, di giustizia, di vita stessa. In un’epoca segnata dall’accelerazione, dall’apprensione, dall’angoscia, dalla riduzione dell’umano a dato algoritmico, tale invocazione rappresenta, quindi, un gesto di resistenza radicale e di affermazione di speranza consapevole, che richiede continua pratica di discernimento critico, impegno etico e azione coscientemente orientata verso un futuro radicalmente differente da quello verso cui sembra ci si stia destinalmente dirigendo.
Seconda Parte. La postura ermeneutica di alcuni media italiani (due testate giornalistiche, di stampo segnatamente progressista e conservatore) rispetto al discorso (e alla visita in generale) di Leone XIV alla Sapienza di Roma
Introduzione. Leone XIV alla Sapienza: ermeneutiche del conflitto, crisi della modernità e costruzione mediatica del sacro nello spazio pubblico
La visita di Leone XIV all’Università di Roma La Sapienza ha rappresentato, ben oltre la dimensione contingente dell’evento ecclesiale e ufficiale/formale, un momento di intensa condensazione simbolica, all’interno del quale si sono intrecciati alcuni dei nodi più problematici e decisivi della contemporaneità occidentale: il rapporto tra religione e spazio pubblico, la crisi della razionalità moderna, la trasformazione tecnologica dell’umano, la ridefinizione della funzione dell’università, la guerra come paradigma culturale e la possibilità stessa di una nuova immaginazione politica. In tale prospettiva, ciò che emerge con particolare evidenza, assieme al contenuto del discorso pronunciato dal Pontefice, è, ancor più radicalmente, il modo in cui esso viene ricevuto, filtrato, interpretato e ricostruito dal sistema mediatico.
È precisamente su questo terreno che il presente segmento di questo contributo intende collocarsi. L’obiettivo dell’analisi di tale Seconda Parte, infatti, non consiste semplicemente nel ricostruire la materia e gli argomenti degli articoli pubblicati in occasione della visita pontificia alla Sapienza dai due giornali, qui selezionati – in quanto ideologicamente distanti, se non proprio agli antipodi, e, di conseguenza, teoricamente capaci di fornire un ampio spettro di interpretazioni potenzialmente dissonanti –, quali il manifesto e LaVerità, ma nel mettere in luce le differenti posture ermeneutiche attraverso cui le due testate producono senso attorno alla figura di Leone XIV, trasformando un evento religioso in un dispositivo teorico capace di interrogare la crisi della modernità. In altri termini, ciò che viene indagato in questa particolare sede perlustrativa è il giornalismo non, ovviamente, come neutrale pratica informativa, ma come terreno di mediazione ideologica e culturale, entro il quale il discorso pubblico viene costantemente reinterpretato attraverso categorie simboliche, ricostruzioni teoriche e visioni del mondo profondamente differenti.
Da una parte, l’articolo di Giuseppe Allegri, pubblicato su il manifesto del 15 maggio 2026, sviluppa una ricezione della parola pontificia chiaramente orientata nel senso del lessico della critica sociale contemporanea. Leone XIV viene, così, progressivamente sottratto alla tradizionale figura della ‘potestà ecclesiastica’ per essere colto come interlocutore privilegiato delle culture anti-neoliberali, pacifiste e anti-tecnocratiche. In questa cornice, il Pontefice appare quasi come una figura contro-egemonica, capace di dialogare con Gramsci, con la pedagogia critica, con i movimenti studenteschi, con l’analisi disapprovativa e censurativa dell’‘algoritmizzazione dell’esistenza’ e con la denuncia della militarizzazione del presente. La Sapienza, allora, cessa di essere mera istituzione accademica e si trasforma in uno spazio costituente, nel quale si confrontano differenti modelli antropologici e diverse concezioni della convivenza democratica.
Dall’altra parte, i tre articoli pubblicati da LaVerità – firmati da Giuliano Guzzo, Alessandro Rico e Lorenzo Bertocchi – elaborano una prospettiva sensibilmente diversa, benché non priva di sorprendenti punti di contatto con l’impostazione del quotidiano progressista. Anche qui, infatti, la visita di Leone XIV viene interpretata come sintomo di una crisi più ampia, anche se il baricentro teorico dell’analisi si sposta verso la questione della trascendenza, della verità e della legittimità culturale del cristianesimo nello spazio pubblico contemporaneo. Il trauma simbolico costituito dal mancato intervento di Benedetto XVI sempre alla Sapienza di Roma nel 2008 diviene, così, il paradigma di una modernità secolarizzata percepita come incapace di tollerare forme di razionalità eccedenti il positivismo tecnocratico. In questo senso, la riflessione de LaVerità assume i tratti di una critica della neutralità laica, decifrata come congegno egemonico di esclusione epistemologica.
Eppure, proprio nel punto in cui i due assetti ermeneutici sembrano maggiormente distanti, affiora anche il dato forse più interessante dell’intera comparazione. Sia il manifesto sia LaVerità, infatti, pur muovendo da orizzonti ideologici quasi antitetici, finiscono per leggere Leone XIV come figura critica rispetto all’ordine contemporaneo. Entrambe le testate individuano, difatti, nel Pontefice una voce capace di interrompere l’automatismo della modernità tecnocratica; tematizzano la guerra come fenomeno di una crisi antropologica; interpretano l’algoritmizzazione della vita come riduzione dell’umano; e, infine, anch’esse, su istanza papale, assegnano/riconoscono, in definitiva, all’università una funzione esorbitante la mera produzione di competenze tecniche.
Ciò che, però, differisce radicalmente tra le due posture è il fondamento teorico entro cui tali elementi vengono inscritti. Nel caso de il manifesto, infatti, la critica del presente si sviluppa prevalentemente all’interno di coordinate biopolitiche, anti-capitalistiche e pedagogico-emancipative, cosicché la parola papale venga reinterpretata ed esibita come risorsa simbolica per una possibile trasformazione democratica della società. Al contrario, nel caso de LaVerità, la crisi contemporanea viene decodificata soprattutto come dissoluzione spirituale e smarrimento metafisico dell’Occidente, ragion per cui il cattolicesimo appare quale ultimo baluardo contro la frammentazione relativistica della ragione e contro la riduzione tecnocratica della persona umana.
Ne deriva, quindi, una tensione comparativa estremamente feconda. Se Allegri tende, infatti, a laicizzare il discorso di Leone XIV, traducendolo, come detto, nel linguaggio della critica sociale contemporanea, i giornalisti de LaVerità operano un movimento quasi inverso, ossia una ri-sacralizzazione della crisi attuale, individuata come conseguenza dell’espulsione della trascendenza dall’orizzonte pubblico. Nel primo caso, il Papa viene assunto come figura capace di convergere con le culture della contestazione; nel secondo, come custode di una razionalità integrale minacciata dall’egemonia tecnocratica. Eppure, in entrambe le ricezioni, Leone XIV smette di essere soltanto un’autorità religiosa per trasformarsi in un prisma teorico attraverso cui interrogare il destino dell’umano.
Ed è proprio tale paradossale e inedita convergenza – questa inattesa vicinanza dentro l’opposizione – a costituire il cuore più profondo di tale Seconda Parte del presente lavoro. Ciò che qui si tenterà di mostrare è, infatti, come le due testate, pur divergendo radicalmente nelle rispettive genealogie e impostazioni ideologiche, condividano implicitamente una medesima percezione della crisi della modernità occidentale. Guerra, tecnica, impoverimento democratico, desertificazione simbolica, crisi educativa e disorientamento antropologico costituiscono, infatti, il terreno comune entro cui si articolano interpretazioni profondamente differenti del ruolo del Pontefice e della funzione pubblica della religione. In tal modo, l’immagine di Leone XIV diventa qualcosa di più di un semplice soggetto ecclesiale/confessionale, per trasformarsi in uno spazio discorsivo conteso, nel quale differenti culture politiche proiettano le proprie inquietudini, le proprie speranze e le proprie diagnosi del presente, e ciò secondo una precisa dinamica di appropriazione ermeneutica che rende la visita pontificia alla Sapienza un evento paradigmatico per comprendere il rapporto odierno tra media, religione, ideologia e costruzione simbolica della realtà.
A. L’università come spazio costituente: teologia politica, critica della tecnica e pedagogia della pace (il manifesto – «Se il papa all’Università riecheggia Gramsci» di Giuseppe Allegri – 15 maggio 2026)
1. L’orizzonte della parola pontificia: introduzione a una grammatica politico-spirituale della contemporaneità
L’articolo di Giuseppe Allegri, pubblicato su il manifesto del 15 maggio 2026, costruisce attorno all’intervento di Leone XIV presso l’Università di Roma La Sapienza una vera e propria costellazione semantica, nella quale si intrecciano memoria storica, lessico della critica sociale, immaginario dei movimenti giovanili, teologia della pace e genealogia della contestazione.
Sin da subito Allegri guarda al discorso del Pontefice attraverso una sensibilità politico-culturale chiaramente riconducibile alla tradizione della sinistra critica, libertaria e movimentista, e proprio tale collocazione consente al giornalista di individuare nel lessico papale elementi di sorprendente consonanza con paradigmi teorici storicamente lontani dal cattolicesimo istituzionale. L’operazione interpretativa che il testo compie appare, dunque, estremamente complessa e strategicamente articolata. Leone XIV non viene, infatti, rappresentato come custode di un’autorità verticale e disciplinante, né come semplice figura religiosa dedita alla riproposizione di formule spirituali convenzionali, ma viene inscritto entro una genealogia contro-egemonica, quasi come se la sua parola riuscisse a entrare in risonanza con alcune delle più significative tradizioni critiche del Novecento, quali il gramscismo, l’antimilitarismo pacifista, la cultura antagonista, la pedagogia emancipativa e, persino, la critica post-capitalistica della tecnica.
Una simile lettura non è, quindi, affatto casuale. Il giornalista seleziona accuratamente determinati passaggi del discorso pontificio e li dispone entro una precisa architettura simbolico-retorico-ideologica. In questo modo, il testo costruisce un processo di ricezione altamente orientato, grazie al quale il Papa viene reinterpretato attraverso categorie proprie della critica sociale contemporanea, il che significa che l’articolo non restituisce soltanto ciò che Leone XIV asserisce, ma rivela soprattutto ciò che l’autore ritiene teoricamente significativo nel/del suo discorso.
A questo livello si manifesta uno degli aspetti più interessanti dell’intero impianto argomentativo. Allegri compie, infatti, una trasfigurazione politica della parola religiosa, emancipandola dalla dimensione strettamente confessionale/ecclesiastica per collocarla dentro il più ampio conflitto culturale della contemporaneità. La Sapienza, per questo, si muta nel luogo paradigmatico nel quale si confrontano modelli antropologici differenti, visioni antagonistiche della tecnica, concezioni divergenti della soggettività e della convivenza civile. Ed è in questo punto specifico che l’università viene, dunque, rappresentata come spazio costituente: non più istituzione burocratica finalizzata alla mera riproduzione delle competenze professionali, bensì laboratorio etico-politico nel quale si decide il destino stesso della forma democratica. Perciò, quando il Papa invita gli studenti a studiare, coltivare e custodire la giustizia, tale esortazione viene immediatamente letta dal giornalista come una presa di posizione contro il paradigma neoliberale della competitività e dell’individualismo prestazionale. In tal modo, l’articolo interpreta il discorso papale come critica dell’antropologia algoritmica, attivando la quale è possibile scoprire che l’essere umano contemporaneo, ridotto a funzione produttiva, appaia intrappolato in un sistema di valorizzazione quantitativa, in grado di misurare l’esistenza attraverso parametri di efficienza, rendimento e performatività, ragion per cui Allegri attribuisce enorme centralità alla frase esclamativa in cui Leone sostiene che «noi siamo un desiderio, non un algoritmo!», individuandovi un’autentica contestazione del capitalismo digitale.
Non meno rimarchevole appare la modalità con cui il giornalista tematizza la questione generazionale. I giovani evocati dal Pontefice, lontano dalla loro ordinaria e intellettualmente pigra rappresentazione quali individui passivi bisognosi di tutela paternalistica, sembrano incarnare, piuttosto, una soggettività inquieta, attraversata da tensioni contraddittorie, e capace, tuttavia, di custodire ancora una potenza trasformativa, un’irrequietezza, insomma, quasi escatologica, che, insovrapponibile ad alcun disagio psicologico, segnala, al contrario, una possibilità storica ancora aperta. L’articolo, sotto questo profilo, si sviluppa come una complessa teoria della speranza politica, grazie a cui il futuro è descritto quale spazio contendibile e terreno dischiuso alla possibilità di una trasformazione radicale. Da qui, l’importanza attribuita al riferimento ai The Clash (una delle formazioni musicali punk rock inglesi, celebri per la loro energia ribelle e per il loro esibito anticonformismo) e alla formula The future is unwritten (‘Il futuro è ancora da scrivere’), dispositivo espositivo attraverso il quale Allegri traduce culturalmente il discorso pontificio dentro l’immaginario della contro-cultura antagonista, trasformando il suo massaggio in una forma di resistenza simbolica contro la chiusura del possibile.
Complessivamente, dunque, fin dall’introduzione del testo giornalistico de il manifesto, emerge, una duplice dinamica interpretativa. Da una parte, il giornalista recepisce Leone XIV come figura capace di parlare alla crisi contemporanea attraverso categorie universali; dall’altra, però, egli seleziona e valorizza esclusivamente gli elementi del discorso pontificio compatibili con una sensibilità critica anti-neoliberale, anti-bellica e anti-tecnocratica, operazione, questa, che costituisce il vero cuore teorico-metodologico, con evidenti ricadute contenutistiche, dell’articolo. Per questo, lungi dall’essere una semplice cronaca vaticana, il testo di Allegri si configura, allora, come quello strumento ermeneutico complesso, che trasforma la parola pontificia in un campo di tensione politico-culturale, nel quale convergono teologia della pace, critica del capitale tecnologico, pedagogia emancipativa e memoria delle lotte sociali, convertendo, per un verso, l’evento religioso in sintomo teorico della crisi della modernità occidentale, per un altro, la figura di Leone XIV in una sorta di superficie riflettente attraverso cui il giornalista articola una più ampia meditazione sulla guerra, sulla tecnica, sull’università, sulla giovinezza e sulla possibilità di una nuova etica pubblica.
2. La ricezione del discorso di Leone XIV: il giornalista come mediatore ideologico e interprete culturale
Ogni processo di ricezione implica inevitabilmente un’operazione di tra(ns-)duzione. Nessun discorso pubblico, infatti, raggiunge lo spazio sociale in forma ‘im-mediata’ o neutrale, ma viene sempre attraversato da filtri culturali, codici interpretativi, aspettative ideologiche e strutture simboliche che ne orientano la comprensione. Nell’articolo di Giuseppe Allegri questa dinamica si distingue con particolare evidenza, poiché la parola del Pontefice viene costantemente reinterpretata attraverso una sensibilità politico-intellettuale ben riconoscibile.
Su questo aspetto occorre soffermarsi attentamente. Il giornalista, invece che limitarsi a riportare il contenuto dell’intervento papale, costruisce una strategia di ri-significazione, mediante cui Leone XIV viene sottratto all’immagine tradizionale del sovrano spirituale per essere progressivamente assimilato alla figura dell’intellettuale critico, capace di leggere le contraddizioni della contemporaneità e di rivolgersi alle nuove generazioni come soggetto interlocutore di una trasformazione storica possibile. Ciò appare evidente nella scelta delle analogie culturali suggerite dall’autore dell’articolo, che stabilisce una serie di connessioni produttive di un effetto teorico estremamente preciso, quello per cui il Pontefice viene accostato simbolicamente alla storia della contestazione novecentesca, costellato da figure individuali e collettive come Gramsci, il movimento della Pantera, Marcello Cini, Mario Savio, i già citati The Clash, e da eventi come le mobilitazioni contro gli euromissili, ciascuno dei quali riferimenti non svolge affatto una funzione ornamentale, ma compiutamente partecipa a una costruzione discorsiva coerente. Il Papa viene, dunque, colto come figura anomala rispetto alla tradizione ecclesiastica conservatrice, nel senso che Allegri sembra voler prospettare che Leone XIV incarni una forma di cattolicesimo capace di dialogare con le culture della critica radicale, in tal guisa operando una sorta di laicizzazione progressista della parola pontificia, per cui ciò che conta non è tanto il fondamento teologico del discorso, quanto la sua capacità di inserirsi dentro una critica sistemica del presente.
A tal proposito, una sezione dell’articolo di Allegri molto significativa riguarda la questione delicatissima della guerra. Il testo insiste, infatti, sulla dimensione pacifista dell’intervento papale, presentandola come opposizione frontale al paradigma bellicista che caratterizzerebbe l’attuale assetto geopolitico globale. E così l’espressione leoniana «mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra» viene interpretata, oltre che come invocazione morale, soprattutto come denuncia politica dell’economia del riarmo. In tale nodo espositivo, il giornalista introduce, implicitamente e sottilmente, l’idea di una connessione tra militarizzazione e impoverimento democratico, testimoniata dal fatto che la crescita degli investimenti bellici produce inevitabilmente un drenaggio (e un’emorragia) delle risorse destinate all’istruzione, alla salute e alla costruzione del bene comune. E per tale ragione, Leone XIV viene, quindi, letto come critico dell’economia politica della guerra e, quasi, come interprete di una teologia anti-imperiale/anti-imperialistica. Tale ricezione appare particolarmente rilevante perché posiziona il Pontefice dentro il conflitto teorico contemporaneo tra governance tecnocratica e democrazia sociale. L’articolo, infatti, che pur descrive nell’allocuzione universitaria pontificia un richiamo etico alla pace, elabora, in definitiva, una chiara opposizione paradigmatica tra due modelli di civiltà: da una parte, il capitalismo tecno-militare, fondato sull’accumulazione e sul controllo algoritmico; dall’altra, una visione relazionale dell’umano centrata sulla solidarietà, sull’educazione e sulla cura reciproca.
A questo livello, il testo di Allegri, che assume, così, una forte valenza biopolitica, considera che la critica di Prevost rivolta all’algoritmizzazione dell’esistenza, oltre a riguardare l’IA come tecnologia, investa l’intero paradigma della soggettivazione neoliberale, traiettoria interpretativa evincibile dalla considerazione che, quando il Papa afferma che l’essere umano non coincide con un algoritmo, il giornalista interpreti tale dichiarazione come contestazione radicale della riduzione quantitativa della vita. Allegri coglie, dunque, nel discorso di Leone XIV una critica implicita(/esplicita!) all’antropologia computazionale contemporanea, secondo cui la soggettività umana non può essere esaurita entro dispositivi predittivi, metriche performative o logiche di automazione sociale. E, allo stesso tempo, annota che ciò che il Pontefice difenderebbe sarebbe piuttosto l’eccedenza irriducibile del desiderio, dell’immaginazione e della relazione.
È importante, inoltre, osservare come il giornalista, nella misura in cui intende radicalizzare ordinariamente il potenziale teorico delle parole papali, ponga la critica dell’IA in stretto collegamento con i tecno-oligarchi digitali, con l’illuminismo oscuro e con le nuove forme di dominio algoritmico globale, mostrando, così, chiaramente il suo proprio ruolo attivo nel processo interpretativo del discorso di Leone XIV, collocandolo ed ‘espandendolo’ dentro una costellazione teorica fortemente critica del capitalismo contemporaneo. Il giornalista, in pratica, non nasconde la propria posizione ideologico-formativa, ma, al contrario, la mette costantemente in gioco, trasformando la cronaca in esercizio teoretico, e facendo sì che la figura del Papa arrivi a costituire il punto di condensazione di un desiderio politico più ampio, ovvero quello concernente la possibilità che esista ancora un linguaggio pubblico capace di opporsi alla desertificazione etica prodotta dal neoliberismo tecnocratico.
In tal senso, l’articolo di Allegri, oltre a parlare di Leone XIV, si dedica alla crisi del presente e al bisogno di ritrovare forme alternative di immaginazione politica, in relazione a cui il Pontefice viene accolto come sintomo di una possibile riapertura del discorso pubblico e come voce che interrompe l’automatismo cinico della governance contemporanea. La ricezione giornalistica, pertanto, già di per sé impegnata a spiegare il contenuto dell’intervento papale, produce, in definitiva, essa stessa un nuovo testo, un inedito orizzonte di senso, un’imprevedibile articolazione semantica.
3. Università, pedagogia critica e formazione della soggettività: la Sapienza come teatro della contesa democratica
Non è casuale che la visita di Papa Leone XIV si svolga all’interno dell’Università di Roma La Sapienza, che, nell’economia figurativa dell’articolo, infatti, assume una funzione molto più ampia rispetto a quella di semplice luogo istituzionale, dal momento che essa viene dipinta come un apparato storico e uno spazio memoriale attraversato dalle stratificazioni del conflitto politico e culturale italiano. In tal senso, Allegri insiste significativamente sul confronto tra il presente e il passato, e, volendo essere più precisi, sulla memoria delle contestazioni rivolte ora a Giovanni Paolo II ora a Benedetto XVI, la quale viene richiamata precipuamente quale indicatore della trasformazione del rapporto tra università e autorità religiosa, e di quel mutamento del clima politico che è stato in grado di modificare anche le forme della ricezione del papato. La Sapienza appare, allora, come luogo di sedimentazione delle tensioni tra sapere, potere e dissenso, ragion per cui l’intervento di Leone XIV, assumendo una rilevanza straboccante il piano religioso, si va ad inserire all’interno della lunga storia della funzione pubblica dell’università nella modernità occidentale.
A marcare, inoltre, in modo caratterizzante l’articolo di Allegri è la questione della relazione tra docenti e studenti, cui viene assegnata un’importanza ineludibile. Essa, molto più, ormai, che un semplice rapporto pedagogico tradizionale, si configura come un’interazione capace di generare mondi sociali, entro la quale l’insegnamento viene descritto come pratica etica, responsabilità civile e costruzione collettiva del senso. Tutti sollecitatori, in pratica, della riemergenza della categoria tipicamente gramsciana dell’educazione come produzione di egemonia culturale. Qui, sebbene il nome di Gramsci compaia esplicitamente solo in un passaggio (oltre al titolo), l’intero impianto teorico dell’articolo ne appare attraversato, tanto che l’università viene, infatti, concepita come sfera culturale nella quale, per un verso, si formano coscienze critiche capaci di opporsi alla naturalizzazione dell’ordine esistente, per un altro, il sapere non coincide con l’accumulazione tecnica di abilità strumentali. Recependo, dunque, il discorso di Leone XIV come critica all’utilitarismo educativo contemporaneo, Allegri non manca di sottolineare che studiare non significhi, assolutamente, diventare forza-lavoro adattabile ai mercati globali, ma, piuttosto, comprendere se stessi, interpretare la società e partecipare alla costruzione del bene comune. La pedagogia evocata dal testo assume, pertanto, una valenza profondamente politica, se è vero, come pare, che, all’interno del testo dell’autore de il manifesto, educare equivale a produrre soggetti capaci di giudizio autonomo e, soprattutto, resistenti rispetto alle forme di manipolazione ideologica e tecnologica, tanto da determinare che la figura dello studente venga sottratta alla rappresentazione neoliberale del capitale umano.
A ciò si aggiunga che Allegri insista particolarmente sulla condizione emotiva delle giovani generazioni, e, di conseguenza, sulla specifica nozione di inquietudine, evitando, però, accuratamente ogni riduzione psicologistica, che possa, ad esempio, far passare l’angoscia giovanile per semplice fragilità individuale, mentre essa appare nel testo come effetto sistemico di una società governata dalla competizione permanente. Assumendo, attraverso tali orientamenti interpretativi, una tonalità quasi esistenzialista, l’articolo si attarda a leggere il disagio contemporaneo nella forma della crisi del rapporto tra soggetto e mondo, nella quale la pressione prestazionale, l’ossessione meritocratica e la quantificazione dell’identità generano strutturalmente individui isolati e incapaci di riconoscersi reciprocamente entro una comunità politica condivisa. Ed è proprio in questa frattura antropologica che Leone XIV, secondo Allegri, si insedia e interviene, restituendo, con la sua parola, centralità alla dimensione relazionale dell’esistenza e riattivando un immaginario comunitario alternativo alla frammentazione neoliberale.
Da questo punto di vista l’articolo predispone e sviluppa una specie di teoria critica della formazione contemporanea, che, nella prospettiva di Allegri, sapientemente (da lui stesso) disegnata come allineata a quella papale, prevede che l’università dovrebbe sottrarsi alla subordinazione economica e recuperare una funzione pubblica trasformativa, cosicché il sapere possa tornare a essere concepito come pratica emancipativa. La centralità attribuita alla pace risulta, allora, pienamente coerente con tale impostazione, se si considera che, in questa prospettiva di senso, educare indica anche la possibilità di sottrarre l’immaginazione collettiva alla normalizzazione della guerra, e prospetta che l’università, in cui tale pratica formativa si attua superiormente/sublimemente, si atteggi a spazio di resistenza simbolica contro la militarizzazione del linguaggio e della politica.
Si comprende, di conseguenza, perché Allegri, contro la logica distruttiva del riarmo e della competizione, valorizzi così intensamente la concettualità della ‘costruzione’ come categoria antropologica fondamentale, individuando nel discorso papale una politica della generatività. In questa direzione la Sapienza diviene, allora, metafora della possibilità democratica stessa, e, ancor di più, della decisione liminare se il sapere debba servire l’amministrazione tecnica dell’esistente oppure la trasformazione critica della realtà, iato ermeneutico, questo, in cui l’intervento di Leone XIV trova, per il giornalista de il manifesto, la sua principale dimora semantica.
4. Teologia della pace e critica della tecnica: il paradigma anti-algoritmico
A rendere particolarmente complesso l’articolo di Allegri è la sua capacità di intrecciare registri teorici differenti senza mai separarli rigidamente. La riflessione religiosa, la critica politica, l’analisi culturale e la diagnosi tecnologica convivono, infatti, entro una medesima architettura interpretativa, che compone un ordito capace di raggiungere il suo punto più intenso nella tematizzazione del rapporto tra tecnica, guerra e antropologia, nel quale il riferimento all’IA occupa, sotto questo profilo, una posizione decisiva. Allegri, dunque, mentre recepisce le parole del Pontefice sia come prudenza morale nei confronti delle nuove tecnologie sia come contestazione dell’intero paradigma epistemologico che governa il capitalismo digitale contemporaneo, mette in questione l’idea stessa di razionalità ridotta a calcolo, e per questo, accennando alla questione dell’’inquinamento della ragione’, suggerisce che la tecnica contemporanea abbia progressivamente occupato abusivamente le strutture cognitive e simboliche della società, e che la ragione non appaia più orientata alla comprensione critica del reale, ma all’ottimizzazione funzionale dei processi economici e militari. In tal modo Allegri sviluppa, implicitamente, una critica della razionalità strumentale assai vicina alla tradizione francofortese, basandosi sulla quale, su un fronte, l’IA viene delineata come espressione estrema di una modernità volgente il sapere in dispositivo di dominio, di cui la guerra tecnologica, evocata da Leone attraverso i riferimenti a Gaza e all’Ucraina, e condotta accrescendo i profitti di pochi tecno-miliardari, rappresenta il volto processuale terminale, sull’altro, la tecnica viene dipinta inseparabile da una nuova forma di sovranità, per l’appunto privata, capace di ridefinire i confini della democrazia.
In tale quadro, il concetto leoniano di pace, assumendo una valenza molto più ampia rispetto all’ordinaria sua capacità designativa, diventa categoria antropologica e politica alternativa alla logica della competizione permanente, così come la guerra, interpretata al di là del suo significato di evento bellico, si costituisce struttura culturale permeante il linguaggio, l’economia e l’organizzazione sociale, al punto che la stessa militarizzazione giunge a riguardare e investire, oltre che gli apparati statali, anche, e soprattutto, l’immaginario collettivo, la comunicazione pubblica e le forme della soggettività. Una colonizzazione, materiale e simbolica, quella or ora individuata, che, stante la lettura di Allegri, Leone XIV, con la sua visita e le sue parole alla Sapienza di Roma, tenta di interrompere e destrutturare, iniettando un lessico differente, fondato sulla relazione, sulla cooperazione e sulla cura, e riaprendo uno spazio discorsivo alternativo rispetto all’aggressività sistemica del presente.
Con l’affermazione di tale sua ‘laica’ accezione e curvatura semantico-teologica, il messaggio, tutto e intrinsecamente cattolico, del Papa americano pure non compare e non si impone come insieme dogmatico di verità trascendenti, ma come riserva simbolica capace di opporsi alla disumanizzazione tecnocratica e come forza critica contro il nichilismo competitivo della contemporaneità. In questa declinazione ricettiva, Allegri riesce, in definitiva, a restituire al discorso di Prevost la sorprendente capacità di consentire la convergenza tra lessico religioso e critica anti-capitalistica e la possibilità di una nuova alleanza tra spiritualità e trasformazione sociale, all’insegna di una concreta teologia della pace pronta a convertirsi in una robusta politica dell’umano.
5. Oltre la crisi della modernità
Giunti al termine di questa parte dell’analisi, appare evidente come l’articolo di Giuseppe Allegri, superando ampiamente i confini della cronaca religiosa, metta in scena una complessa operazione di interpretazione culturale, nella quale il discorso di Leone XIV viene trasformato in fenomenologia teorica della crisi della contemporaneità occidentale.
L’elemento centrale e corposamente connotativo del pezzo del giornalista del il manifesto sulla visita di Leone alla Sapienza risiede, alla fine dei conti, nella modalità della ricezione del testo dell’allocuzione pontificia, grazie alla quale esso ultimo viene tradotto, filtrato e, infine, inserito in una rete di riferimenti storici e concettuali che ne ridefiniscono il significato pubblico, determinandone l’affrancamento dalla sola dimensione ecclesiastica e la ri-configurazione/tra(n)s-figurazione in intervento politico-culturale nel conflitto simbolico del presente. Attraverso questa operazione Allegri costruisce un’immagine di Leone XIV sorprendentemente vicina alle culture della critica sociale, naturalmente interlocutrice delle/con le inquietudini giovanili, allineata con la critica della guerra e oppositrice della razionalità algoritmica, così da difendere l’università come spazio democratico e da promuovere una concezione relazionale dell’esistenza.
La centralità attribuita alla pace, inoltre, rappresenta, nell’architettura espositivo-comunicazionale dell’articolo del giornale progressista, il principio ordinatore di un paradigma alternativo rispetto all’attuale organizzazione tecnocratica del mondo, atto a realizzare, all’interno di una società totalmente rinnovanda, un’autentica sottrazione/estrazione dell’uomo alla/dalla logica competitiva, a porre in essere la resistenza, individuale e collettiva, alla militarizzazione dell’immaginario, e a costituire collegialmente un netto rifiuto della riduzione dell’umano a funzione economica.
Parimenti decisiva, in tale contesto, appare la critica della tecnica, che nell’algoritmizzazione della vita individua uno dei tratti fondamentali della crisi contemporanea, oltre al fatto di cogliere che i pericoli maggiori relativi al processo di iper-tecno-digitalizzazione evocati da Leone non riguardino soltanto l’IA in quanto tale, ma la trasformazione complessiva dell’essere umano in oggetto di amministrazione quantitativa. Per questo, in tale scenario, la nozione stessa di ‘desiderio’ si carica di una funzione quasi salvifica, dal momento che essa designa ciò che sfugge alla cattura algoritmica e che preserva l’apertura del possibile contro la chiusura predittiva dei sistemi tecnici.
Infine, oltremodo significativa risulta la concezione dell’università che emerge dal testo sia dell’articolo di Allegri sia del discorso del Papa. La Sapienza, figura dell’istituzione universitaria in generale, viene rappresentata come spazio costituente, nel quale si gioca il futuro stesso della democrazia e in cui si auspica che il sapere non sia più subordinato alla mera produzione di competenze funzionali al mercato, ma venga concepito quale pratica critica orientata alla trasformazione collettiva della realtà. Sotto questo profilo il richiamo a Gramsci consente al giornalista de il manifesto di costruire una continuità simbolica tra il lessico dell’emancipazione politica e il linguaggio della responsabilità etica evocato dal Pontefice, entro la dimensione del quale allineamento l’invito leoniano a studiare, coltivare e custodire la giustizia viene, così, reinterpretato in termini di appello alla formazione di soggettività critiche capaci di opporsi alla naturalizzazione dell’ordine dominante.
L’articolo di Allegri, pertanto, produce un severo dispositivo teorico attraverso cui leggere il presente, nel quale guerra, tecnica, università, giovani, desiderio, pace e giustizia convergono entro una medesima costellazione concettuale, dando forma a una critica complessiva della modernità neoliberale. Ed è proprio questa capacità di trasformare un evento apparentemente circoscritto in una riflessione generale sulla condizione contemporanea, ovvero di utilizzare la figura del Papa come prisma attraverso cui interrogare le possibilità residue della speranza politica e della convivenza democratica, a conferire al testo del contributo giornalistico in questione la sua specifica caratterizzazione intellettuale. In definitiva, ciò che emerge da quest’ultimo è la ricerca di una lingua pubblica idonea a opporsi alla segmentazione diasporica del presente e a suscitare/generare una nuova immaginazione dell’umano: non subordinata alla tecnica, non assorbita dal mercato, non colonizzata dalla guerra, ma fondata sulla relazione, sulla conoscenza critica e sulla responsabilità reciproca. All’interno di questa prospettiva, se, da una parte, il Pontefice rappresenta, nella lettura di Allegri, la possibilità che persino una figura tradizionalmente associata all’autorità religiosa possa diventare veicolo di una critica radicale dell’ordine contemporaneo, dall’altra, si afferma, congiuntamente, la convinzione per la quale, nell’epoca dell’inaridimento politico e dell’automazione sociale, la parola – soprattutto se umanamente/eticamente autorevole come quella papale – possa ancora costituire un gesto di resistenza contro la disumanizzazione del mondo.
B. Al di là della soglia della laicità: Leone XIV, l’università e il conflitto delle razionalità (LaVerità – «Leone “vendica” Benedetto XVI: oggi farà lezione alla Sapienza» di Giuliano Guzzo – 14 maggio 2026; «Leone alla Sapienza senza la “lectio”: resta l’oltraggio di Ratzinger censurato» di Alessandro Rico – 15 maggio 2026; «Prevost stana l’UE: “Il riarmo non è difesa”» di Lorenzo Bertocchi – 15 maggio 2026)
1. Ricostruzione di una ferita simbolica. Introduzione alla questione della legittimità culturale del papato
All’interno della civiltà contemporanea, pochi luoghi incarnano con la stessa intensità dell’università il problema della sovranità del sapere. L’istituzione accademica moderna, infatti, rappresentante per eccellenza dello spazio della produzione cognitiva, costituisce una sorta di architettura di legittimazione antropologica nella quale vengono stabiliti i criteri di ciò che può essere riconosciuto come razionale, scientificamente ammissibile, culturalmente rispettabile e pubblicamente pronunciabile. È precisamente su questo terreno che i tre articoli pubblicati dal quotidiano conservatore LaVerità in occasione della visita di Leone XIV all’Università di Roma La Sapienza, qui presi in esame, costruiscono una poderosa operazione ermeneutica, che, come nel caso del pezzo di Allegri su il manifesto, sopra analizzato, oltrepassa l’evento giornalistico per assumere i tratti di una battaglia metaforica, quanto concreta, intorno al significato stesso della modernità occidentale.
In tali testi la visita del Pontefice viene letteralmente trasformata in un caleidoscopio interpretativo attraverso cui ripensare il rapporto fra cristianesimo, spazio pubblico, epistemologia moderna e crisi dell’Occidente secolarizzato. In questa prospettiva, il ricordo del mancato intervento allocutivo, sempre alla Sapienza, di Benedetto XVI nel 2008 agisce come una sorta di trauma fondativo, continuamente riattualizzato e mai realmente elaborato (e, di conseguenza, superato). La memoria dell’esclusione di Joseph Ratzinger diventa, così, negli articoli di Giuliano Guzzo, Alessandro Rico e Lorenzo Bertocchi, il segno di una lacerazione storica, che investe simultaneamente la filosofia politica, la teologia della storia e la teoria della conoscenza.
Fin dall’impostazione narrativa di Giuliano Guzzo si coglie, innanzitutto, una precisa postura interpretativa. Il giornalista, che non si limita a descrivere semplicemente il clima di entusiasmo per la presenza del Papa, edifica, nella stessa immagine della Sapienza romana, una contrapposizione implicita fra due modelli di università, ovvero l’ateneo, da un lato, quale luogo originariamente radicato nella tradizione cristiana europea, e l’università contemporanea, dall’altro, quale apparato spesso dominato da un laicismo incapace di tollerare la trascendenza nel dibattito pubblico. La Sapienza viene, dunque, investita di una densità storica ulteriore, nella misura in cui, fondata da Bonifacio VIII nel 1303, essa appare come il teatro emblematico di un’Europa che sembra aver smarrito le proprie matrici spirituali. Già qui, chiaramente, si intravede il nucleo teorico dell’intera operazione giornalistica (sia in riferimento all’articolo di Guzzo, sia in relazione alla triade giornalistica elaborata in occasione dell’uscita pastorale ‘universitaria’ di Prevost), ovverossia il ‘conflitto’, che, però, non riguarda tanto la presenza della religione nello spazio sociale/pubblico quanto, piuttosto, la definizione stessa della ‘ragione’. Gli autori de La Verità considerano, infatti, come premessa implicita l’idea che il paradigma secolarizzato abbia trasformato la razionalità scientifica in un dispositivo egemonico totalizzante, capace di escludere preventivamente ogni forma di sapere metafisico. Ragion per cui il caso Ratzinger diventa, automaticamente, il simbolo di una modernità incapace di sostenere il confronto con ciò che debordi rispetto al positivismo.
A rendere ancora più pregnante questa impostazione è la continua sovrapposizione fra lessico giuridico, linguaggio teologico e categorie politologiche. L’esclusione di Benedetto XVI, già diffusamente e trasversalmente interpretata come mero episodio culturale, viene catalogata/rubricata quale forma di interdizione quasi ‘costitutiva’ della parola religiosa. Ne deriva, dunque, un’immagine dell’accademia contemporanea intesa in termini di struttura ideologica che, pur proclamando pluralismo e apertura, opererebbe secondo meccanismi di censura simbolica. L’accusa rivolta, pertanto, ai cosiddetti «templari del laicismo» – espressione utilizzata specificamente da Alessandro Rico – manifesta con chiarezza questa flessione ermeneutica di tipo ‘agonistico’.
Parallelamente, i tre articoli profilano nella figura di Leone XIV l’erede di una linea ecclesiale impegnata a ricostruire il rapporto fra fede e ragione dopo la radicalizzazione relativistica dell’Occidente contemporaneo, anche se, proprio qui, emerge una differenza decisiva rispetto a Benedetto XVI: mentre Ratzinger viene raffigurato quale intellettuale sistematico, capace di mettere direttamente in discussione i fondamenti epistemologici della modernità secolare, Prevost appare soprattutto come interprete di una crisi antropologica e geopolitica.
Inoltre, come già nell’impostazione di Allegri de il manifesto, l’interesse dei tre giornalisti de LaVerità non si concentra soltanto sui contenuti pronunciati dal Papa, ma sulla modalità in cui essi vengono ricevuti, setacciati/vagliati e tollerati dal contesto universitario. In altri termini, l’oggetto reale dell’analisi non è il discorso pontificio in sé, bensì la sua accettabilità pubblica, o, ancora più puntualmente, la questione della verità in quanto subordinata alla quella della (sua) legittimazione. Sotto questo profilo, l’intera costruzione narrativa ruota attorno all’interrogativo – cui pure Allegri ha provato a dare una risposta – sul perché oggi un Pontefice possa parlare all’università senza provocare la stessa reazione che colpì Benedetto XVI. La risposta fornita dagli autori si muove su due livelli. Da un lato, essi suggeriscono che l’egemonia laicista abbia subìto un considerevole indebolimento; dall’altro, lasciano intendere che Leone XIV venga percepito come ‘meno pericoloso’ dal sistema culturale dominante, poiché il suo discorso si colloca prevalentemente sul terreno etico-sociale piuttosto che su quello epistemologico. Ed è proprio su questo versante interpretativo che si fa strasa, soprattutto nel pezzo di Rico, la distinzione necessaria fra ‘visita pastorale’ e lectio magistralis, dal valore indiscutibilmente quasi paradigmatico. Non trattandosi di un problema meramente protocollare, essa, più sostanziosamente, come gli articoli in oggetto denunciano, segnala quel confine invisibile entro cui il potere culturale/razionale contemporaneo consente alla religione di esprimersi, nel senso che la fede, per quanto possa intervenire, per gentile concessione dell’apparato dominante, come testimonianza morale, non deve, però, mai costituirsi come criterio di verità pubblicamente concorrente con il sapere scientifico.
2. La Sapienza come campo di battaglia simbolico: epistemologia, potere e costruzione della laicità
Quando Alessandro Rico ricostruisce il caso del rigetto, alla Sapienza, di Ratzinger nel 2008, il suo obiettivo effettivo è trasformare quell’episodio in una vera scena originaria del conflitto fra cristianesimo e modernità tecnocratica. Attraverso la narrazione della protesta contro Benedetto XVI, prende, in pratica, forma un’interpretazione radicalmente politica della laicità contemporanea (nella fattispecie di tipo scientifico-universitario), concepita, al di là della sua, almeno in questo caso, irrilevante neutralità istituzionale, come autentico dispositivo di esclusione culturale. In particolare, Rico riflette, ridefinendolo, proprio il concetto/processo di ‘censura’, applicato, nello specifico, al Papa tedesco. Nel suo articolo, infatti, il rifiuto opposto a Ratzinger, piuttosto che essere riconducibile alla difesa della libertà scientifica, viene descritto, invece, come manifestazione di una sorta di imperialismo scientista, formula espositiva estremamente significativa, che suggerisce l’esistenza di una struttura di dominio epistemologico, in virtù di cui la scienza cesserebbe di essere metodo critico per trasformarsi in ideologia normativa.
L’intero impianto argomentativo dell’articolo poggia, inoltre, su una precisa ricostruzione genealogico-filosofica. Sullo sfondo, infatti, si intravede chiaramente la critica al positivismo giuridico e culturale sviluppata lungo il Novecento da intellettuali come Carl Schmitt, Augusto Del Noce e lo stesso Ratzinger, che consente al giornalista de LaVerità tanto di inquadrare la neutralità liberale come finzione incapace di riconoscere i propri presupposti metafisici quanto di sostenere che l’esclusione accademica della voce teologica sarebbe il segnale di un dilagante anti-pluralismo progressista e dell’imposizione, arbitraria e inopportuna, di una particolare antropologia secolarizzata. In tal senso, richiamandosi a Jürgen Habermas, Rico ricorda che il pontificato ratzingeriano fosse, in realtà, impegnato in un dialogo costante e fitto con la filosofia post-secolare europea, cioè con quella corrente di pensiero che riconosce l’impossibilità di espellere integralmente la religione dalla sfera pubblica, per cui il vero scandalo provocato da Benedetto XVI sarebbe correttamente da inquadrare nella sua capacità di contestare i monopoli cognitivi della modernità secolare utilizzando gli strumenti stessi della ragione filosofica.
A questo punto entrano in scena le figure di Galileo Galilei e di Paul Feyerabend. Mentre la vicenda storica che riguarda il primo viene reinterpretata polemicamente per smontare il mito fondativo della contrapposizione assoluta fra Chiesa e scienza, attraverso il richiamo alla vicenda intellettuale del secondo, Rico tenta di mostrare l’insufficienza dell’epistemologia scientista e la necessità di una pluralità di paradigmi conoscitivi, e ciò attraverso, dunque, un’operazione giornalistico-narrativa che mira a delegittimare il monopolio culturale del razionalismo tecnocratico. Da e in questa prospettiva, addirittura viene evocato il recente caso della pandemia di Covid-19, proprio perché inteso quale evento rivelatore della crisi dell’autorità scientifica e come prova storica della fallibilità degli esperti e della necessità di ridiscutere il rapporto fra sapere tecnico e verità antropologica.
A differenza di Rico, Giuliano Guzzo costruisce, invece, una narrazione più ecclesiologico-centrica. Nel suo articolo, infatti, la visita di Leone XIV viene collocata all’interno di una dinamica di ricucitura, termine/nozione fondamentale, poiché suggerisce l’esistenza di un corpo ferito – la Chiesa, l’università, forse l’intera civiltà occidentale – necessitante di una restaurazione dell’unità simbolica, a fronte di quella frattura, apparentemente insanabile, che sembra attraversare, oltre e più che il testo, l’intera società contemporanea: fra fede e cultura, fra tradizione e modernità. Ma anche – e qui risalta la particolare intuizione di Guzzo – fra Roma e i lefebvriani. A ben guardare, con l’inserimento della questione della Fraternità San Pio X, assolutamente non casuale, Guzzo stabilisce un parallelismo implicito fra le tensioni interne alla Chiesa e quelle che attraversano il rapporto fra cattolicesimo e istituzioni laiche, nel senso che, in entrambi i casi, il problema fondamentale riguarda l’autorità: da una parte, cioè, si discute di quella del magistero pontificio, dall’altra, della legittimità della parola religiosa nello spazio pubblico. In altri termini il problema sollevato da Guzzo è inquadrato in termini (anche) profondamente teologico-politici, se è vero che la modernità viene rappresentata come un ordine incapace di integrare la trascendenza senza neutralizzarla, e rispetto a cui ogni tentativo di riconciliazione appare fragile, incompiuto, esposto alla possibilità permanente della rottura.
3. Leone XIV e la nuova antropologia della crisi: guerra, algoritmo e dissoluzione dell’umano
Con Lorenzo Bertocchi il baricentro dell’analisi si sposta ulteriormente. Qui, il cuore della riflessione non è più il trauma ratzingeriano, ma la configurazione antropologica della contemporaneità, tanto che Leone XIV viene presentato come il Pontefice capace di interpretare una civiltà minacciata simultaneamente dalla guerra, dalla tecnica e dalla riduzione algoritmica dell’esistenza. In sostanza l’articolo in questione elabora – si potrebbe dire – una specie di teologia della crisi storica, in cui l’immagine del già richiamato «mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra» possiede una densità filosofica notevole, che riguarda principalmente il terreno scosceso della violenza, descritta, oltre che come fenomeno geopolitico, soprattutto come deformazione linguistica, cognitiva e spirituale, in grado di veicolare e far penetrare il conflitto nella ragione stessa, alterandone le strutture. Per questo, laddove Leone XIV denuncia il ripotenziamento bellico europeo, Bertocchi attribuisce al Papa una funzione apertamente antagonistica e anti-sistemica, al punto che la stessa espressione «non si chiami “difesa” un riarmo» arriva a costituire un vero e proprio atto di smascheramento linguistico, che evidenzia, inoltre, quanto Prevost, intervenendo sul lessico politico, sostanzialmente intenda contestare la manipolazione semantica delle democrazie occidentali, in cui è in ballo il controllo delle categorie attraverso cui la società interpreta la realtà.
La critica alla militarizzazione si intreccia, inoltre, con una riflessione sulla tecnocrazia contemporanea, che vede l’IA delineata come possibile strumento di de-responsabilizzazione morale e, in senso generale, come figura stessa di quella tecnica interpretata quale paradigma antropologico capace di ridefinire il rapporto fra volontà, decisione e responsabilità. In questo ambito semantico, dunque, il richiamo del Papa al fatto che «noi siamo un desiderio, non un algoritmo!» vuole significare filosoficamente che la persona debba essere sottratta alla riduzione computazionale e restituita alla dimensione di quella specifica categoria ‘erotica’, che rinvia contemporaneamente, certo, alla psicoanalisi e alla fenomenologia, ma, anche e soprattutto, alla teologia agostiniana (oltre che, evidentemente, alla filosofia socratico-platonica), così da evitare che l’essere umano coincida esclusivamente con la prevedibilità statistica, mentre, al contrario, egli custodisce una trascendenza irriducibile. Bertocchi, dunque, coglie perfettamente questa dimensione e la amplifica attraverso un lessico fortemente escatologico, in cui la storia – scrive indirettamente l’autore seguendo il Papa, impegnato a rispondere metafisicamente alla disperazione contemporanea – non precipita definitivamente nella morte poiché rimane custodita da una sovranità creatrice.
Particolarmente rilevante appare, infine, la ridefinizione del ruolo dell’istituzione universitaria, ormai troppo concentrata sulla produzione di competenze funzionali al mercato, e sicuramente poco attenta a consentire di e ad aiutare a «discernere chi si è». Bertocchi, quindi, sulla scia concettuale prevostiana, introduce una critica radicale all’utilitarismo neoliberale e alla trasformazione dell’istruzione in apparato tecnico-produttivo, così da permettere alla conoscenza un percorso di reintegrazione entro un orizzonte sapienziale. E da questo punto di vista, i tre articolisti del quotidiano LaVerità convergono nell’edificazione di una critica complessiva della modernità tecnocratica, ovviamente ciascuno attraverso accenti differenti: Guzzo privilegia la dimensione ecclesiale e identitaria; Rico insiste sul conflitto epistemologico; Bertocchi sviluppa soprattutto la questione antropologica e geopolitica.
4. Il giornalismo come ermeneutica militante: retorica, ideologia e costruzione dell’evento
Se, come più sopra asserito, ad accomunare i tre brani qui esaminati comparativamente, oltre al riferimento oggettuale, è la stessa modalità della narrazione, allora si può sostenere che il giornalismo de LaVerità assuma, in pratica, la forma di una vera ermeneutica militante – certamente speculare, anche se con contenuti differenti, a tratti evidentemente antitetici, rispetto a quella del giornalista de il manifesto, Giuseppe Allegri –, in cui gli eventi narrati/raccontati/filtrati vengono organizzati all’interno di una precisa cosmologia culturale che li ri-definisce e ri-colloca ermeneuticamente. Così, l’evento pontificio della Sapienza di Roma viene costantemente interpretato secondo una logica drammatica, in cui ogni episodio acquista il valore di sintomo/escrescenza fenomenica/figura di uno scontro più ampio fra civiltà antagoniste, al punto che l’Ateneo romano si volge in località simbolica in cui si confrontano due modelli di uomo, ovvero quello tecnocratico della modernità secolare e quello relazionale della tradizione cristiana.
Inoltre, l’uso di termini come ferita, ricucitura, scisma, imperialismo scientista, dittatura dell’algoritmo, segno di contraddizione servono a comporre un immaginario profondamente agonistico, entro cui il reale viene narrato come conflitto permanente fra ordine e dissoluzione. Persino il profilo di Leone XIV viene costruito attraverso una dialettica sottile fra continuità e differenza rispetto a Benedetto XVI. Da un lato, Prevost appare come erede della critica ratzingeriana al relativismo; dall’altro, viene presentato come Pontefice capace di tradurre quella battaglia entro le coordinate della crisi contemporanea: guerra globale, IA, nichilismo tecnocratico. In tal modo, l’operazione giornalistica messa in atto complessivamente dai tre giornalisti de LaVerità produce, forse anche grazie a una sua elaborazione strategica ‘a tavolino’, una duplice sacralizzazione: quella del Papa in quanto custode dell’umano, e quella della tradizione occidentale cristiana quale argine contro la dissoluzione antropologica. Sotto questo profilo, il riferimento continuo alla verità possiede un valore meta-politico essenziale, nella misura specifica in cui essa, anche propriamente come categoria cristiano-cattolica, si esibisce sia come possibilità stessa di un ordine culturale-simbolico stabile contro la fluidificazione relativistica del presente sia in antitesi rispetto a quella crisi attuale disegnata come incapacità di distinguere tra fini e mezzi, bene comune e interesse oligarchico, libertà e manipolazione. In tal modo, l’intera costruzione narrativa degli articoli del quotidiano conservatore in questa sede analizzati tende verso una critica radicale dell’Occidente liberal-progressista, senza, però, mai assume i toni espliciti di una bieca invettiva ideologica, ma, al contrario, sviluppandosi e svolgendosi mediante una sofisticata strategia culturale, secondo la quale il giornalista lascia che siano Leone XIV, Papa Ratzinger o gli eventi storici a rivelare da sé le contraddizioni della modernità secolare.
5. Verità, trascendenza e destino dell’Occidente
Come appena rilevato, appare evidente quanto i tre articoli de LaVerità costituiscano molto più di un commento giornalistico al discorso e alla visita di Leone XIV alla Sapienza di Roma, dal momento che essi sono capaci, piuttosto, di configurare un complesso dispositivo interpretativo attraverso cui leggere la crisi spirituale dell’Occidente contemporaneo.
Il nodo centrale dell’intera operazione ermeneutica, posta in essere congiuntamente dai tre autori, riguarda principalmente la questione della verità, dato che essi condividono espressamente l’idea che la modernità occidentale abbia progressivamente smarrito la capacità di pensare una verità non riducibile né alla tecnica né all’utilità né alla pura procedura democratica. Da qui, allora, la rivalutazione della figura pontificia quale soggetto capace di reintrodurre nello spazio pubblico interrogativi ultimi sull’uomo, sul potere, sulla guerra e sul senso della conoscenza.
La ricezione del discorso di Leone XIV alla Sapienza avviene, inoltre e dunque, attraverso un filtro fortemente critico nei confronti della cultura contemporanea, grazie al quale poter cogliere nelle parole del Papa una contestazione della riduzione economicistica dell’esistenza, della militarizzazione geopolitica, della neutralizzazione algoritmica del desiderio umano e della frammentazione relativistica della ragione. Parallelamente, grazie al recupero della memoria di Benedetto XVI, operante come controcanto permanente, per un verso, Ratzinger arriva a incarnare la figura del pensatore che aveva tentato di ricomporre il nesso fra fede e ragione sfidando direttamente l’epistemologia secolare dominante, per un altro, Leone XIV viene interpretato come il Pontefice in grado di trasferire quella medesima battaglia sul terreno della crisi antropologica globale.
Ne emergono, così, una rappresentazione del cattolicesimo quale ultimo presidio contro la dissoluzione dell’umano, e un’immagine della Chiesa non soltanto come istituzione religiosa, ma soprattutto come custode di una razionalità integrale capace di opporsi alla ri(pro)duzione tecnocratica della persona. Tutto ciò anche per merito di quella peculiare capacità dei testi esaminati di fondere sfere differenti di analisi, quali la cronaca politica, la riflessione teologica, la critica culturale, la filosofia della tecnica e la teoria della sovranità, secondo un’’architettura a strati’ che consente l’oltrepassamento del semplice livello di commento mediatico per assumere i tratti di una narrazione civile complessiva.
In ultima istanza, si può sostenere che, attraverso la figura di Leone XIV, i tre articoli non abbiano soltanto discusso del rapporto fra Chiesa e università, ma abbiano radicalmente interrogato il destino stesso dell’Europa, vale a dire la possibilità che una civiltà sopravviva alla dissoluzione delle proprie fonti spirituali senza precipitare nell’amministrazione tecnica del vuoto.
6. Conclusioni (Seconda Parte). Tra critica della tecnica e nostalgia della trascendenza: Leone XIV come figura contesa della crisi contemporanea
Al termine di questo percorso analitico dedicato alla ricezione del discorso, in particolare, e della visita, in generale, di Leone XIV all’Università di Roma La Sapienza, appare ormai evidente come questa speciale occorrenza abbia costituito molto più di un episodio di cronaca religiosa o istituzionale. Attraverso l’interpretazione operata da il manifesto e da LaVerità, infatti, l’evento si è progressivamente trasformato in una scena ermeneutica della contemporaneità, entro la quale si sono riflesse alcune delle principali tensioni che attraversano l’Occidente attuale: il conflitto tra tecnica e umanesimo, la ridefinizione della razionalità pubblica, la crisi della democrazia, la funzione dell’università, il rapporto tra fede e politica, la militarizzazione dell’immaginario e la sorte stessa della soggettività nell’epoca dell’algoritmo.
A uno sguardo più profondo, il dato forse più sorprendente emerso dall’analisi comparativa consiste nel fatto che due universi culturali apparentemente inconciliabili – quello progressista de il manifesto e quello conservatore de LaVerità – finiscano, in realtà, per certi versi, per condividere una medesima percezione della crisi storica in atto. Sebbene articolate attraverso linguaggi differenti e fondate su presupposti teorici spesso antitetici, entrambe le testate descrivono la contemporaneità come uno spazio attraversato da processi di disumanizzazione, di impoverimento simbolico e di riduzione tecnica dell’esistenza. In entrambi i casi, inoltre, Leone XIV viene spiegato come figura capace di opporsi, in qualche modo, a tale deriva.
E tuttavia, proprio laddove si palesi questa convergenza diagnostica, si manifesta con maggiore nettezza la distanza ideologica fra le due posture ermeneutiche. Da una parte, infatti, il manifesto, comprende il Pontefice principalmente come alleato potenziale delle culture della critica sociale odierna. A dimostrarlo è l’impiego del lessico della pace, della giustizia, della relazione e del desiderio, che viene tradotto entro categorie anti-neoliberali, anti-militariste e anti-tecnocratiche, fino a fare di Leone XIV una sorta di interlocutore inatteso delle genealogie emancipative del Novecento. In tal modo, la religione tende progressivamente a essere assorbita dentro una teoria politica della liberazione dell’umano dalle logiche della competizione e dell’automazione sociale. Dall’altra parte, LaVerità sviluppa una ricezione sostanzialmente opposta. Qui, la crisi contemporanea non viene ricondotta prioritariamente alle strutture economiche del neoliberismo, bensì alla dissoluzione metafisica dell’Occidente e all’espulsione della trascendenza dall’orizzonte pubblico. La critica della tecnica, pertanto, oltre ad assumere una valenza socio-politica, si trasforma in critica della modernità secolarizzata. Leone XIV appare, allora, come custode di una razionalità integrale capace di resistere tanto al relativismo culturale quanto alla neutralizzazione algoritmica dell’umano. E la memoria di Benedetto XVI, così, continuamente evocata nei testi de LaVerità, serve precisamente a consolidare questa ricostruzione della resistenza spirituale all’implosione suicida della civiltà europea e al collasso colpevole dell’intera umanità.
Da tale confronto spicca, dunque, una differenza considerevole nel modo stesso di concepire il rapporto fra religione e spazio pubblico. Nel caso de il manifesto, infatti, il discorso pontificio acquista rilevanza nella misura in cui riesce a convergere con le lotte contemporanee contro il dominio tecnocratico e capitalistico, al punto che la trascendenza viene, per così dire, tradotta nel linguaggio dell’etica pubblica e della trasformazione sociale. Nel caso de LaVerità, invece, è proprio la trascendenza a rappresentare la condizione necessaria per sottrarre l’umano alla riduzione tecnica e per preservare la possibilità stessa della verità contro la dissolutiva segmentazione relativistica del presente.
Eppure, sarebbe riduttivo leggere tali differenze soltanto nei termini di una semplice divaricazione oppositiva ideologica. Più profondamente, infatti, entrambe le testate sembrano condividere un medesimo bisogno di ricostruzione antropo-assiologica. Tanto Allegri quanto Guzzo, Rico e Bertocchi, infatti, percepiscono chiaramente che la società contemporanea attraversa una crisi non soltanto politica o economica, ma prevalentemente antropologica e linguistica. In entrambi i casi, la tecnica viene descritta come forza capace di ridefinire la soggettività; la guerra concepita come paradigma culturale penetrato dentro il linguaggio; l’università dipinta come luogo decisivo della formazione delle coscienze; l’algoritmo rappresentato come figura estrema della riduzione quantitativa dell’esistenza. Cambiano le soluzioni proposte, mutano le genealogie teoriche, divergono le categorie ultime di senso, ma permane, alla base, una comune inquietudine di fronte alla trasformazione dell’umano in funzione amministrabile.
È precisamente in questo spazio ambiguo, percorso simultaneamente da convergenze e opposizioni, da confluenze e frizioni, che la figura di Leone XIV acquista il suo più significato più denso. Il Pontefice viene, infatti, continuamente ri-ermeneutizzato, trasposto e ri-funzionalizzato dalle differenti culture mediatiche, fino a diventare una piattaforma che riverbera accecantemente le paure, le speranze e le tensioni della contemporaneità occidentale. Per il manifesto, egli appare come possibilità di una nuova grammatica pubblica della solidarietà e della pace; per LaVerità, come estrema difesa contro la dissoluzione spirituale dell’Occidente. Nel primo caso prevale una teologia implicitamente politica della liberazione; nel secondo, una filosofia della trascendenza come argine contro il nichilismo tecnocratico.
Da questo punto di vista, questa Seconda Parte del presente contributo consente anche di cogliere una trasformazione più ampia del giornalismo contemporaneo. Gli articoli analizzati, infatti, ‘fabbricano’ architetture interpretative del reale attraverso le quali il giornalista, dall’apparire come semplice mediatore informativo, si presenta in qualità di produttore di senso e interprete culturale. Tanto il manifesto quanto LaVerità elaborano, infatti, forme di giornalismo fortemente ermeneutico, entro cui la cronaca si intreccia costantemente con la filosofia politica, la teoria della tecnica, la critica culturale e la teologia della storia.
In ultima istanza, ciò che risalta con maggiore forza dall’intero confronto è la percezione diffusa che il problema decisivo del presente riguardi la definizione stessa dell’umano. Dietro la questione della guerra e del conflitto sulla laicità, alle spalle della critica dell’algoritmo e del dibattito sull’università, si cela infatti una domanda più radicale, fondamentale, e, perciò, inevitabile, quella, cioè, su cosa rimanga dell’uomo in una civiltà dominata dalla tecnica, dalla competizione permanente e dalla progressiva amministrazione quantitativa dell’esistenza.
È attorno a questa domanda che le differenti, anche reciprocamente antitetiche, interpretazioni giornalistiche di Leone XIV finiscono, da ultimo, per incontrarsi. Ed è forse proprio in tale luogo interrogativo che risiede il significato più profondo della visita pontificia alla Sapienza, cioè quello d’aver reso visibile, attraverso il conflitto delle sue ricezioni mediatiche, la difficoltà contemporanea di immaginare una forma di convivenza umana non subordinata integralmente né al mercato né alla tecnica né alla pura gestione funzionale della vita. In tale orizzonte, la parola del Papa – indipendentemente dalle diverse appropriazioni ideologiche – continua ad apparire, tanto per il giornalismo progressista quanto per quello conservatore, come una delle ultime sedi simbolico-culturali capaci di opporre resistenza alla dilagante disumanizzazione del mondo.
Conclusioni generali
Arrivati in dirittura finale del presente percorso teorico-interpretativo, appare ormai evidente come il discorso pronunciato da Leone XIV presso l’Università di Roma La Sapienza il 14 maggio 2026 non possa essere ridotto a semplice intervento ecclesiastico o a contingente allocuzione istituzionale. Al contrario, esso si configura come un dispositivo critico capace di attraversare simultaneamente i grandi nodi della contemporaneità, mettendo in relazione crisi educativa, sofferenza giovanile, trasformazione tecnologica, guerra, ecologia e ricerca della verità entro una medesima architettura antropologica e morale. Proprio in tale capacità di connessione risiede uno degli elementi più innovativi dell’intero testo leoniano, ovvero il rifiuto di affrontare le crisi del presente come fenomeni isolati e separabili, e la scelta, invece, di leggerle come espressioni congiunte/congiungibili di un più ampio malessere della/nella relazione tra essere umano, tecnica, politica e senso dell’esistenza.
Da questa prospettiva, il presente contributo, specificamente nella Prima Parte, ha mostrato come la riflessione di Papa Prevost si collochi in aperta tensione rispetto alla razionalità tecnocratica dominante. L’essere umano, infatti, viene sottratto alla logica della misurazione permanente, della produttività quantitativa e della performatività algoritmica, per essere restituito alla dimensione del desiderio, della cura e della responsabilità reciproca. In tal senso, il testo di Leone XIV propone una forma di umanesimo critico che, intendendo non coincidere con nostalgiche idealizzazioni del passato, tenta, invece, di costruire una risposta teorica e pratica alle trasformazioni radicali della contemporaneità digitale. La sua novità più significativa consiste proprio nell’aver elaborato una critica della tecnica, che tralascia toni meramente apocalittici o reazionari, per cercare unicamente di difendere la dignità dell’umano senza negare la complessità del presente tecnologico.
Parallelamente, la presente analisi ha evidenziato come la questione educativa occupi una posizione centrale all’interno dell’intero impianto teorico dell’intervento pontificio. L’università, lungi dall’essere rappresentata come semplice luogo di addestramento professionale, viene reinterpretata quale spazio di formazione integrale, di costruzione della coscienza critica e di incontro autentico tra soggetti differenti. In questo quadro, la pedagogia della cura, al posto di emergere come elemento marginale o sentimentale, si impone come principio radicalmente politico, in grado di opporsi all’atomizzazione competitiva prodotta dalle logiche neoliberali. Insegnare, allora, significa assumere responsabilità verso l’altro, così come educare vuol dire custodire la possibilità stessa di una comunità umana non interamente subordinata all’efficienza tecnica e al mercato.
Di pari rilievo, inoltre, si presenta la riflessione relativa alla guerra e alla militarizzazione dell’IA. Il contributo ha mostrato come il discorso del Papa individui nell’automazione della violenza uno dei punti più drammatici della crisi contemporanea, denunciando il rischio che il discernimento morale venga progressivamente sostituito da processi algoritmici opachi e irresponsabili. In tale contesto, la critica della guerra, già di per sé condanna, in senso stretto, di qualsiasi evento bellico, si estende, sovra-semanticamente, alla colonizzazione dell’immaginario collettivo da parte della logica della competizione, del controllo e dell’ostilità permanente. La pace, di conseguenza, viene reinterpretata come categoria antropologica ed educativa, prim’ancora che geopolitica.
Allo stesso modo, la questione ecologica assume nel testo una funzione essenziale, poiché la crisi climatica viene letta sia come emergenza ambientale sia come problema di giustizia storica e generazionale. Il richiamo a trasformare l’inquietudine in responsabilità attiva rappresenta, sotto questo profilo, uno dei nuclei più fecondi dell’intera riflessione: l’ansia, la paura e il senso di precarietà, oltre al fatto di non essere negati, vengono, al contrario, convertiti in possibilità di azione critica e di partecipazione etica. Ed è proprio qui che il messaggio di Leone XIV propone una delle sue intuizioni più originali, ossia l’idea che la speranza, da non confondere con un ingenuo ottimismo, sia pensata in termini di pratica consapevole di resistenza e di costruzione del futuro.
La Seconda Parte del lavoro ha ulteriormente ampliato tale angolazione visuale, mostrando come la figura di Leone XIV venga reinterpretata dai media italiani attraverso posture ermeneutiche profondamente differenti e, tuttavia, sorprendentemente convergenti nella diagnosi della crisi contemporanea. L’analisi comparativa tra il manifesto e LaVerità ha permesso di evidenziare come il Pontefice venga assunto, tanto dalla sensibilità progressista quanto da quella conservatrice, quale figura critica rispetto alla desertificazione etica prodotta dalla modernità tecnocratica. Da un lato, egli viene colto come interlocutore delle culture anti-neoliberali e della critica del capitalismo digitale; dall’altro, come difensore della trascendenza e della razionalità integrale rispetto al relativismo attuale. Ciò che spicca, dunque, è una dinamica di appropriazione simbolica estremamente significativa, per la quale Leone XIV diventa la dimensione discorsiva entro cui differenti culture politiche cercano di elaborare il senso della crisi occidentale.
E in questa convergenza inattesa il presente lavoro individua uno dei dati teoricamente più interessanti. Pur partendo da matrici ideologiche opposte, entrambe le letture giornalistiche finiscono, infatti, per riconoscere l’insufficienza dell’attuale paradigma tecnocratico e l’urgenza di una rinnovata interrogazione sull’umano. La figura del Papa, pertanto, smette di appartenere esclusivamente al dominio ecclesiale e si trasforma in una superficie teorica capace di restituire (complessamente e trasfigurati) paure, conflitti, desideri e speranze del presente.
In definitiva, la novità complessiva principale delle proposte avanzate da Papa Leone XIV alla Sapienza di Roma consiste nell’aver tentato di costruire un pensiero della contemporaneità capace di tenere insieme dimensione spirituale, critica sociale, riflessione pedagogica e analisi politica senza sciogliere e disperdere nessuna di esse nella giurisdizione semantica e operativa delle altre. Lungo questa traiettoria, il testo di Prevost propone un modello di umanesimo relazionale e critico, che, opponendosi tanto al riduzionismo algoritmico quanto alla parcellizzazione nichilistica del presente, prova a restituire centralità alla dignità della persona, alla responsabilità condivisa e alla possibilità di immaginare forme diverse di convivenza democratica.
In un tempo attraversato da un processo, apparentemente inarrestabile, di diffusione accelerata, capillare e totale, delle tecnologie digito-intelligenti-artificiali, e segnato dall’angoscia ecologica, dalla polarizzazione politica e dalla crescente automazione dell’esistenza, il messaggio pontificio – espresso dinanzi agli studenti e ai docenti della più importante università romana, e, per estensione, al mondo accademico italiano e internazionale, oltre che, in pratica, all’intero consorzio antropico, principalmente in quella sua parte sensibile a questioni globali ormai non più trascurabili ed eludibili – si condensa, allora, nell’idea e nella convinzione, tanto semplice quanto radicale e netta, secondo cui l’umano non può essere interamente tradotto in calcolo, né la speranza può sopravvivere senza una rinnovata capacità di cura, di discernimento e di immaginazione critica del futuro.
Appendice I. Il testo del Discorso del Santo Padre Leone XIV all’Università “Sapienza” di Roma del 14 maggio 2026, corredato dalle trascrizioni dei contenuti dei diversi indirizzi di saluto a braccio del Pontefice ai presenti alla sua visita pastorale all’Ateneo romano
Saluto a braccio nella Cappella Universitaria
Buongiorno! Un saluto a tutti, alla Rettrice, a Sua Eminenza, ai Vescovi Ausiliari, a tutti voi studenti, ai professori! Ho voluto cominciare questa visita stamattina qui nella Cappella, in questa bella chiesa, punto di incontro con il Signore. Perché innanzitutto questa mia visita stamattina è una visita pastorale: conoscere un po’ l’Università, conoscere voi, poter salutare e condividere un breve momento nella fede. Chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio, incontrerà Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione, in tante forme in cui Dio ha voluto mettere la sua impronta, in tutto quello che siamo noi, soprattutto come figli e figlie di Dio, creature fatte a sua immagine, ma anche nella sua creazione. Allora è un bel momento oggi condividere un po’ con la comunità universitaria, in questo centro di studio…, credo che sia il più grande in tutta Europa. E allora veramente è una benedizione, un dono di Dio, trovarci qui e vivere questo momento, sapendo che è Dio che ci ha chiamati, è Dio che ha dato questa meravigliosa creazione per tutti noi. Vi auguro non solo una buona giornata, ma un buono studio, e che questo tempo che vivete voi in questa Università sia davvero per tutti voi un incontro con Dio e con la bellezza della vita. Adesso do la benedizione a voi, poi continuiamo un po’ la visita in altri luoghi dell’Università. [Benedizione]. Bene, buona giornata, grazie a voi! Grazie per l’accoglienza!
Dirigendosi verso il Rettorato dell’Università, il Santo Padre rivolge alcune parole di saluto agli studenti presenti nel Piazzale centrale dell’Ateneo:
Buongiorno a tutti! Bene, grazie per l’accoglienza! Sono molto contento di essere qui stamattina con voi, potrete seguire tutto l’incontro attraverso gli schermi. E spero che sia un momento di grazia, un momento di gioia per tutta la comunità della Sapienza. Auguri a voi e ci vediamo dopo!
Discorso del Santo Padre
Magnifica Rettrice,
Autorità politiche e civili,
illustri docenti,
ricercatori e personale tecnico amministrativo
e, soprattutto, cari studenti e studentesse!
Ho accolto con grande gioia l’invito a incontrare la comunità universitaria della Sapienza Università di Roma. La vostra Università si caratterizza come polo d’eccellenza in diverse discipline e, al contempo, per il suo impegno in favore del diritto allo studio, anche di chi ha minori disponibilità economiche, delle persone con disabilità, dei detenuti e di chi è fuggito da zone di guerra. Ad esempio, apprezzo molto che la Diocesi di Roma e la Sapienza abbiano firmato una convenzione per l’apertura di un corridoio umanitario universitario dalla striscia di Gaza. È dunque importante per me, che sono Vescovo di Roma da poco più di un anno, potervi incontrare. Con cuore di pastore vorrei rivolgermi dapprima agli studenti e poi ai docenti.
I viali della città universitaria, che ho percorso per arrivare qui, sono attraversati quotidianamente da tanti giovani, abitati da sentimenti contrastanti. Vi immagino a volte spensierati, lieti della vostra stessa giovinezza che, anche in un mondo travagliato e segnato da terribili ingiustizie, vi consente di sentire che il futuro è ancora da scrivere e che nessuno ve lo può rubare. Allora, gli studi che fate, le amicizie che sorgono in questi anni e l’incontro con diversi maestri del pensiero sono promessa di ciò che può cambiare in meglio noi stessi, prima ancora che la realtà attorno a noi. Quando il desiderio di verità s fa ricerca, la nostra audacia nello studio testimonia la speranza di un mondo nuovo.
Sapete che sono legato spiritualmente a Sant’Agostino, che fu un giovane inquieto: fece anche gravi errori, ma nulla andò perduto della sua passione per la bellezza e la sapienza. A questo proposito, mi ha fatto piacere ricevere da parte vostra un gran numero di domande: centinaia! Ovviamente non è possibile rispondere a tutte, ma le tengo presenti, augurando a ciascuno di cercare più occasioni per dialogare. Anche per questo esistono nell’università le cappellanie, dove la fede incontra le vostre domande.
Dell’inquietudine esiste però anche un volto triste: non dobbiamo nasconderci che molti giovani stanno male. Per tutti ci sono stagioni difficili; qualcuno però può avere l’impressione che non finiscano mai. Oggi questo dipende sempre più dal ricatto delle aspettative e dalla pressione delle prestazioni. È la menzogna pervasiva di un sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia. Proprio questo malessere spirituale di molti giovani ci ricorda che non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia casualmente assemblata di un cosmo muto. Noi siamo un desiderio, non un algoritmo! Proprio questa nostra speciale dignità mi porta a condividere con voi due domande.
A voi giovani questo malessere chiede: “Chi sei?” Essere noi stessi, infatti, è l’impegno caratteristico della vita di ogni uomo e di ogni donna. “Chi sei?” è la domanda che ci facciamo l’un l’altro; la domanda, che silenziosamente poniamo a Dio; la domanda cui possiamo rispondere solo noi, per noi stessi, ma alla quale non possiamo mai rispondere da soli. Noi siamo i nostri legami, il nostro linguaggio, la nostra cultura: a maggior ragione, è vitale che gli anni dell’università siano il tempo dei grandi incontri. Perciò, a chi è più adulto il malessere giovanile domanda: “Che mondo stiamo lasciando?”. Un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra. Si tratta di un inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale. La semplificazione che costruisce nemici va allora corretta, specie in università, con la cura per la complessità e il saggio esercizio della memoria. In particolare, il dramma del Novecento non va dimenticato. II grido “mai più la guerra!” dei miei Predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali.
Ad esempio, nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune. Occorre inoltre vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti. Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento. Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale “sì” alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!
Un secondo fronte d’impegno comune riguarda l’ecologia. Come ci ha detto Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’, «esiste un consenso scientifico molto consistente che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico» (23). Da allora è trascorso oltre un decennio e, al di là dei buoni propositi e di alcuni sforzi orientati in tale direzione, la situazione non sembra essere migliorata.
In questo scenario incoraggio soprattutto voi, cari giovani, a non cedere alla rassegnazione, trasformando invece l’inquietudine in profezia. Specialmente chi crede sa che la storia non piomba senza scampo nelle mani della morte, ma è sempre custodita, qualsiasi cosa accada, da un Dio che crea vita dal nulla, che dà senza prendere, che condivide senza consumare. Oggi, proprio l’implosione di un paradigma possessivo е consumistico libera il campo al nuovo che già germoglia: studiate, coltivate, custodite la giustizia! Insieme a me e a tanti fratelli e sorelle, siate artigiani della pace vera: pace disarmata e disarmante, umile e perseverante, lavorando alla concordia tra i popoli e alla custodia della Terra.
C’è bisogno di tutta la vostra intelligenza e audacia. Voi, infatti, potete aiutare chi vi ha preceduto a ristabilire un autentico orizzonte di senso, per non fermarci all’ennesima, rapida fotografia della situazione nella quale ci troviamo. Occorre passare dall’ermeneutica all’azione: così poco considerati da una società con sempre meno figli, testimoniate che l’umanità è capace di futuro, quando lo costruisce con sapienza.
La vostra Università, che porta un nome divino, è luogo di studio e sede di sperimentazione, che da secoli forma al pensiero critico. In particolare, voi docenti potete coltivare un proficuo contatto con le menti e i cuori dei giovani: si tratta di una responsabilità esigente, certo, ma entusiasmante. È di estrema importanza credere nei vostri studenti e nelle vostre studentesse. Perciò, domandatevi spesso: ho fiducia in loro?
Insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata. Si tratta di amare sempre e comunque la vita umana, di stimarne le possibilità, così da parlare al cuore dei giovani, senza puntare solo alle loro cognizioni. Insegnare diventa allora testimoniare valori con la vita: è cura per la realtà, è senso di accoglienza verso ciò che non si comprende ancora, è dire la verità. Che senso avrebbe d’altronde formare un ricercatore o professionista, che però non coltiva la propria coscienza, il senso della giustizia e del rispetto per ciò che non si può né si deve dominare? II sapere, infatti, non serve solo a raggiungere scopi lavorativi, ma a discernere chi si è. Attraverso le lezioni, i tirocini, l’interazione con la città, le tesi, i dottorati, ogni studente può sempre trovare motivazioni nuove, mettendo ordine tra studio e vita, tra strumenti e fini.
Carissimi, mentre vi incoraggio a questo esercizio quotidiano, la mia visita vuole essere segno di una nuova alleanza educativa tra la Chiesa che è in Roma e la vostra prestigiosa Università, che proprio in seno alla Chiesa è nata e cresciuta. Assicuro a tutti voi il ricordo nella preghiera, e di cuore invoco sull’intera comunità della Sapienza la benedizione del Signore. Grazie!
Saluto finale a braccio davanti al Rettorato
Grazie, grazie a tutti! In quest’ultimo saluto, dopo la visita di stamattina, vorrei fare come un invito a tutti voi: collaboriamo insieme, siamo tutti costruttori di pace nel mondo, lavoriamo, studiamo, facciamo tutto, dai rapporti fra gli amici, le nostre parole, il nostro modo di pensare, per costruire la pace nel mondo. Abbiate sempre speranza nella possibilità di costruire un mondo nuovo! Grazie per essere qui, e arrivederci!
Saluto a braccio del Papa ai familiari dei dipendenti
Buongiorno a tutti! Un’autentica Università, che è l’Università delle persone, non è mai completa se non ci sono le famiglie, e tutte le persone che sono collaboratori della vita universitaria: professori, amministratori, dirigenti, ma anche le famiglie e le persone che fanno diversi servizi dentro la famiglia o la comunità universitaria. Allora sono molto contento stamattina di salutare anche tutti voi, qui, che, immagino, siate una piccola presenza di tante famiglie che fanno parte di questa comunità della “Sapienza”. Tanti auguri a tutti voi, una benedizione speciale! Grazie per essere qui, per questa accoglienza sono molto contento di condividere questo momento. [Benedizione]. Tanti auguri e grazie a voi! Tante grazie!
Appendice II. I testi dei brani giornalistici esaminati
Allegri, G. (2026). Se il papa all’Università riecheggia Gramsci. il manifesto, 15 maggio, Anno LVI, (115), pp. 1 e 11.
Il discorso pronunciato dal papa nella città universitaria della Sapienza di Roma appare, anche a un laico non credente, come un reiterato invito, quasi un sentito e convinto appello, al dialogo, al confronto e alla collaborazione intergenerazionale tra docenti e studenti. Per immaginare, costruire, condividere le possibilità di un mondo nuovo. «Contro il mondo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra, collaboriamo insieme, siamo costruttori di pace nel mondo».
Certo l’accesso ai viali dell’ateneo ieri era blindatissimo, per un protocollo di sicurezza che non ha neanche permesso il bagno di folla, date le poche centinaia di studenti ammessi al rito. In ogni caso si respirava un’aria diversa, per chi ricorda il clima di aperta contestazione che accolse Giovanni Paolo II nella primavera del 1991, un anno dopo il movimento della Pantera. Così come la mancata visita di Benedetto XVI per l’inaugurazione dell’anno accademico del 2008, grazie alla forte mobilitazione della comunità universitaria, partita da una lettera aperta del celebre fisico e docente emerito sapientino Marcello Cini, storico collaboratore del manifesto che infatti la pubblicò il 17 novembre 2007. I tempi sono radicalmente cambiati, in un «mondo travagliato e segnato da terribili ingiustizie», così papa Prevost si rivolge direttamente a quei giovani «abitati da sentimenti contrastanti», nell’inquietudine della giovinezza, che da un lato li rende spensierati e lieti, consentendo di dire che «il futuro è ancora da scrivere e nessuno ve lo può rubare». Un’invocazione radicale che attraversa le giovani generazioni, se pensiamo al The future is unwritten (il futuro non è scritto) nel retro-copertina di Combat Rock di The Clash, 1982. Un anno prima la milionaria manifestazione romana del 23 ottobre 1983, contro l’installazione degli euromissili a Comiso, in cui il giovane agostiniano Prevost viene fotografato da Gianni Novelli dietro l’inequivocabile cartello «Agostiniani per la pace». Così papa Leone sa benissimo che quell’inquie[ti]tudine giovanile ha un volto anche triste, ansiogeno, generatore di malessere, causato dalla pressione di una società che esaspera la competitività, nel ricatto delle aspettative e delle prestazioni, ma «noi siamo un desiderio, non un algoritmo!». E questa esortazione, letta insieme al passaggio in cui si biasima l’«inquinamento della ragione» e l’urgenza di vigilare sull’applicazione civile e bellica dell’intelligenza artificiale, dall’Ucraina a Gaza, a noi ricorda quel «siamo esseri umani, non macchine» proclamato da Mario Savio, leader del Free Speech Movement nel 1964 a Berkeley, agli albori della Silicon Valley degli attuali negromanti dell’illuminismo oscuro, tecno-oligarchi digitali al di qua e al di là del Pacifico, da Nick Land a Peter Thiel. Perché l’ossessione per il riarmo aumenta insicurezza, riduce investimenti in istruzione e salute, «arricchisce élite cui nulla importa del bene comune». Ma Prevost intravede «l’implosione di un paradigma possessivo e consumistico» che impone ai giovani di «studiare, coltivare e custodire la giustizia: c’è bisogno di tutta la vostra intelligenza e audacia». «Istruitevi, organizzatevi, agitatevi», invocava Antonio Gramsci dopo quella grande guerra dei nazionalismi, primo dramma del Novecento, da non dimenticare mai, per «non chiudersi tra ideologie e confini nazionali», per continuare a lottare anche per la questione ecologica, cara al papa Francesco dell’enciclica Laudato sì. Qui papa Leone ci ricorda la responsabilità della pratica critica dell’insegnare come «forma di carità», come «soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata» e che il sapere non serve solo agli scopi lavorativi, ma a comprendere chi si è, nell’interazione con la città e la società in trasformazione, dalla parte di una concordia tra i popoli, di una pace disarmata e disarmante, costituente un mondo nuovo, che forse proprio nella relazione tra studenti e docenti può germogliare.
Guzzo, G. (2026). Leone «vendica» Benedetto XVI: oggi farà lezione alla Sapienza – Il Papa nell’ateneo che non volle Ratzinger. Grane coi lefebvriani: si avvicina lo scisma. LaVerità, 14 maggio, Anno XI, (131), p. 17.
C’è attesa, gioia, trepidazione, perfino «hype», tra gli studenti dell’università di Roma La Sapienza per la visita che farà loro oggi papa Leone XIV. Alle ore 10.20, confermano media vaticani, il Santo Padre varcherà le porte dell’ateneo che, con 125.000 iscritti, è quello col maggior numero di studenti d’Europa. Una volta arrivato il pontefice farà, come primo passaggio, una preghiera silenziosa. Poi incontrerà il rettore, Antonella Polimeni e terrà un discorso alle autorità accademiche. Di qui l’entusiasmo di molti giovani ai quali si unisce quello del cappellano della Sapienza, don Gabriele Vecchione. «Mi piace molto che i ragazzi della Sapienza abbiano la possibilità di sentire la sua voce, di vedere la sua persona», ha dichiarato, ricordando che «qua si gioca il futuro dell’umanità, perché qua vengono formati i cuori delle giovani generazioni». «Siamo molto contenti e onorati che il Papa abbia scelto questo posto», ha aggiunto don Vecchione. In effetti, La Sapienza è cara al Papa, a ogni Papa. Parliamo infatti d’un ateneo che, fondato proprio da un pontefice – da Bonifacio VIII nel 1303 – ha solide basi cristiane; almeno in teoria. In pratica, è impossibile non ripensare a un episodio che, a distanza di anni, resta ancora doloroso. Il riferimento è a quanto accadde nel gennaio 2008 quando, dopo essere stato invitato dalle autorità accademiche stesse, fu resa impossibile la visita di papa Benedetto XVI. A ostacolare, fino a sabotarlo, quell’evento fu una tensione innescata prima da un intervento del fisico Marcello Cini sul Manifesto, […] poi da una lettera di contrarietà alla visita di 67 docenti della facoltà di Fisica, rilanciata da Repubblica. Alla fine Ratzinger rinunciò e La Sapienza non fece bella figura, quanto ad apertura mentale. Diciotto anni dopo però tutto pare cambiato: e la visita di Leone XIV dovrebbe segnare una ricucitura dopo i fatti nel 2008. Vedremo. A proposito di fratture da ricomporre, sul fronte della Chiesa pare assai in salita una ricucitura: quella con la Fraternità sacerdotale San Pio X. Che, ha fatto sapere il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il cardinal Víctor Manuel Fernández, se andasse avanti con le proprie «autonomine» di vescovi rischierebbe un punto di non ritorno. «Le ordinazioni episcopali annunciate dalla Fraternità sacerdotale San Pio X non hanno il corrispondente mandato pontificio», ha detto: «Questo gesto costituirà “un atto scismatico” e “l’adesione formale allo scisma costituisce una grave offesa a Dio e comporta la scomunica stabilita dal diritto della Chiesa”». Vedremo gli sviluppi degli eventi, tenendo presente che da parte di papa Leone XIV segnali di apertura verso il mondo tradizionalista in senso lato già ci sono stati. Eloquente resta l’iniziativa di Prevost il quale, lo scorso marzo, ha – in un messaggio ai vescovi francesi in assemblea plenaria a Lourdes, firmato dal cardinale Pietro Parolin – aveva parlato di «generosa inclusione» dei fedeli legati alla Messa in latino. Un’inclusione ora ardua da raggiungere col mondo lefebvriano.
Rico, A. (2026). Leone alla Sapienza senza la «lectio»: resta l’oltraggio di Ratzinger censurato – Nel 2008, al Papa che riteneva fede e ragione compatibili fu negata dignità accademica. LaVerità, 15 maggio, Anno XI, (132), pp. 1 e 14.
C’è un Papa alla Sapienza. È un segnale: i templari del laicismo hanno perso qualche metro di egemonia. Ma ciò non basta a sanare la ferita che aprì la censura di Joseph Ratzinger nel 2008. Leone è andato alla Città universitaria per una visita pastorale e un discorso in aula magna; Benedetto XVI avrebbe dovuto tenere una lectio magistralis. Sembra una formalità; ma quel discrimine tiene in piedi il muro ideologico dei padroni dell’accademia. Il saluto di un pontefice, i partigiani della scienza infusa possono tollerarlo. E poi, Robert Francis Prevost è diventato la bestia nera di Donald Trump. Chi detesta il presidente Usa penserà che il nemico del nemico è un amico. Invece, che un successore di Pietro salisse in cattedra, non lo potevano proprio sopportare quei 67 professori che firmarono l’appello per opporsi all’invito a Ratzinger di Renato Guarini, allora rettore dell’ateneo romano, affinché il Papa inaugurasse l’anno accademico. Il fisico Marcello Cini, morto nel 2012, lo scrisse nella sua lettera aperta al numero uno dell’università, il 14 novembre 2007: dell’insegnamento della teologia, tuonò, «non c’è più traccia nelle università moderne, per lo meno in quelle pubbliche degli Stati non confessionali. […] I temi che sono stati oggetto degli studi del professor Ratzinger non dovrebbero […] rientrare nell’ambito degli argomenti di una lezione e tanto meno di una lectio magistralis». Cini attribuì a Benedetto, sulla base di una interpretazione distorta della prolusione a Ratisbona del 2006, la volontà di compromettere l’autonomia delle scienze, nonché il sostegno alla dottrina, ritenuta priva di fondamento, del «disegno intelligente». La mostrificazione del Papa proseguì con Giorgio Parisi: il futuro Nobel rinfacciò al teologo un discorso, tenuto, sempre alla Sapienza, il 15 febbraio 1990, in veste di cardinale. Ratzinger aveva citato – secondo lo scienziato, a sproposito – un passaggio in cui l’epistemologo Paul Feyerabend giustificava la posizione della Chiesa nei confronti di Galileo Galilei. I contestatori avevano scordato che lo stesso Feyerabend, qualche mese dopo l’intervento del porporato, ammise: «La mia tesi è stata presentata correttamente. La Chiesa aveva ragione nell’affermare che gli scienziati non rappresentano l’autorità finale in materia scientifica. […] Si è capito che gli scienziati sono competenti solo in campi ristretti, che spesso essi esulano dalle proprie competenze e, quando lo fanno, i loro giudizi entrano in contrasto». Il Covid ce ne ha fornito sufficiente dimostrazione. Ma al di là del merito, è evidente quale fosse il problema con Benedetto: al torvo oscurantista, il «pastore tedesco» sbeffeggiato in una celebre copertina del Manifesto, non doveva essere offerto il proscenio universitario. Lo ha appena ribadito, all’Unione cristiani cattolici razionali, il professor Carlo Cosmelli, pure lui un fisico, pure lui sottoscrittore del famigerato appello dei 67 docenti: «La nostra obiezione», ha precisato, «non era tanto sulla visita di un pontefice alla Sapienza»; semmai, che egli dovesse «tenere la prolusione di apertura dell’anno accademico». Fu questo il senso della ribellione, che indusse la Santa Sede, il 15 gennaio 2008, a declinare l’invito del rettore, considerata anche la minaccia di disordini. A differenza di quanto sostenne Cini, non si trattava di difendere la libera scienza dall’irruzione di un inquisitore; al contrario, bisognava blindare l’imperialismo scientista, assicurandosi che la prospettiva della fede fosse silenziata. Le differenze tra il discorso di Leone XIV e la lezione mai pronunciata da Benedetto XVI spiegano ancor meglio l’acrimonia che si scatenò 18 anni fa. Prevost era in visita pastorale. E, da pastore (non tedesco), ha parlato di pace, di ecologia, della necessità di preservare l’umanesimo dinanzi agli abusi della tecnologia; Ratzinger avrebbe discusso del ruolo pubblico della religione (era il periodo del dialogo con Jürgen Habermas); del suo rapporto con i criteri di verità, indebitamente monopolizzati dalla scienza sperimentale; dell’opportunità di «valorizzare» la «sapienza delle grandi tradizioni religiose»; della ragionevolezza del cristianesimo, la capacità della «comunità credente» di custodire «un tesoro di conoscenza e di esperienze etiche, che risulta importante per l’intera umanità». I tempi cambiano e, con loro, le priorità: Leone, insieme allo spettro di una catastrofica guerra tra grandi potenze, sente incombere la dittatura dell’algoritmo; Benedetto si batteva contro la dittatura del relativismo. La potenza del messaggio di Ratzinger consisteva nel suo essere autentico «segno di contraddizione», il vero «scandalo» recato dal Vangelo. Dopodiché, anche Leone è riuscito a segnare un punto. A studenti e professori della Sapienza, ieri, ha ricordato: «Chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità alla fine cerca Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione». Più che del «disegno», l’intelligenza è di chi lo guarda.
Bertocchi, L. (2026). Prevost stana l’UE: «Il riarmo non è difesa» – Il pontefice a prof e studenti dell’ateneo romano: «Chi cerca la verità, troverà Dio». In aula magna, il monito sulla corsa agli arsenali che «aumenta tensioni e insicurezza» e l’esortazione a non ridurre l’umanità agli algoritmi. «Dite “sì” alla vita innocente e giovane». LaVerità, 15 maggio, Anno XI, (132), p. 14.
Ieri papa Leone XIV ha varcato la soglia dell’Università La Sapienza di Roma, accolto con un’ovazione e un fragoroso applauso che ha risuonato fin dall’ingresso nella Cappella universitaria Divina Sapienza. Qui il pontefice, parlando a braccio, ha subito chiarito l’intento del suo incontro: conoscere la comunità, condividere un momento di fede e riflettere sul ruolo del sapere in un’epoca di crisi profonda. «Chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio, incontrerà Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione, in tante forme in cui Dio ha voluto mettere la sua impronta», ha sottolineato Leone XIV. Poi nel discorso pronunciato nell’aula magna c’è stato un durissimo monito contro il riarmo, con un riferimento particolarmente sferzante alla situazione del Vecchio continente. Leone XIV ha denunciato con forza l’illusione che la sicurezza derivi dall’accumulo di armi, dicendo che «nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme». E così ha aggiunto: «Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune». Il pontefice ha dipinto l’immagine di un «mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra», parlando di un vero e proprio «inquinamento della ragione», che distrugge le relazioni umane, dal piano geopolitico a quello quotidiano. Lo sguardo del Papa si è soffermato sulle ferite sanguinanti della terra: Robert Francis Prevost ha citato i drammi che si consumano in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano e in Iran. Proprio in riferimento a questi scenari, ha messo in guardia contro la «disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie», denunciando il rischio che l’Intelligenza artificiale possa deresponsabilizzare le scelte umane, portando i conflitti in una «spirale di annientamento». Contro questa logica, ha invocato un investimento intellettuale e un’attività di ricerca che vadano nella direzione opposta: «Siano un radicale “sì” alla vita!». Rivolgendosi direttamente ai giovani, spesso schiacciati dal «ricatto delle aspettative» e da un sistema che riduce l’individuo a dato numerico, il Papa ha ricordato che «noi siamo un desiderio, non un algoritmo!». Con queste parole, Leone XIV ha voluto restituire dignità all’inquietudine giovanile, sottraendola alla logica della competitività esasperata che genera ansia e malessere spirituale. «Specialmente chi crede», ha detto il Papa, «sa che la storia non piomba senza scampo nelle mani della morte, ma è sempre custodita, qualsiasi cosa accada, da un Dio che crea vita dal nulla, che dà senza prendere, che condivide senza consumare». La cultura e l’università, in questa visione, non devono servire solo a raggiungere scopi lavorativi o a ottenere certificazioni tecniche, ma hanno il compito più alto di aiutare a «discernere chi si è», mettendo ordine tra gli strumenti e i fini della vita. In questo contesto educativo, il ruolo dei docenti viene elevato a missione di cura profonda. Il Papa ha ricordato alla platea accademica che «insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata». Nella visita di ieri Leone XIV non ha fatto alcun accenno esplicito al rifiuto subìto da Benedetto XVI nel 2008, quando una lettera di 67 professori si oppose alla sua presenza «in nome della laicità della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia». Una visione di un sapere che non domina, ma serve l’uomo, è stata invece difesa dal pontefice americano anche in un messaggio inviato ieri all’Università Cattolica Boliviana «San Pablo». Prevost ha ricordato che la conoscenza deve essere orientata dal principio veritas in caritate. Il Papa ha esortato le comunità accademiche a restare sentinelle contro la frammentazione del sapere e la sua strumentalizzazione. Perché, come avrebbe dovuto dire Joseph Ratzinger nel discorso che nel 2008 gli fu impedito di pronunciare, «il pericolo del mondo occidentale è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità».
Riferimenti biblio- e sito-grafici
Alemdar, M., & Aşıkcan, M. (2026). From needs to design: Teachers’ perspectives on core components of culturally responsive SEL in Türkiye. Frontiers in Psychology, 17, pp. 1-18. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2026.1814578.
Allegri, G. (2026). Se il papa all’Università riecheggia Gramsci. il manifesto, 15 maggio, Anno LVI, (115), pp. 1 e 11.
Amalia, C. et al. (2026). Madrasa and digital learning transformation: Integrating technological pedagogical and content knowledge and makarim sharia into fostering madrasa teachers’ teaching skills. Journal of Instruction and Islamic Religious Education, 2(1), pp. 36-52. https://doi.org/10.63826/jiire.v2i1.166.
Aminulloh et al. (2026). Designing ethics education for secondary students: A comparative study between Indonesia and China. Journal of Islamic Education Research, 7(1), pp. 95-112. https://doi.org/10.35719/jier.v7i1.549.
Bertocchi, L. (2026). Prevost stana l’UE: «Il riarmo non è difesa» – Il pontefice a prof e studenti dell’ateneo romano: «Chi cerca la verità, troverà Dio». In aula magna, il monito sulla corsa agli arsenali che «aumenta tensioni e insicurezza» e l’esortazione a non ridurre l’umanità agli algoritmi. «Dite “sì” alla vita innocente e giovane». LaVerità, 15 maggio, Anno XI, (132), p. 14.
Carmody, R. et al. (2026). Enhancing undergraduate pre-service teachers’ self-efficacy in arts education: Integrating creative body-based learning and an ethics of care. Australian Journal of Education, 70(1), pp. 74-86. https://doi.org/10.1177/00049441261416463.
Channing, J., & Wilson, G. E. (2026). Emotional labor, gendered care, and educational leadership educators during the COVID-19 pandemic. Behavioral Sciences, 16(3), pp. 1-22. https://doi.org/10.3390/bs16030324.
Chen, H., & Chen, F. (2025). The integration of moral education and teaching: Research on the cultivation path of mission awareness of ideological and political culture and tourism team. International Journal of Education and Social Development, 5(3), pp 66-69. https://doi.org/10.54097/yy85ga25.
Chen, M.-K., & Shih, Y.H. (2025). The implications of Nel Noddings’ ethics of care for fostering teacher-student relationships in higher education. Frontiers in Education, 10, pp. 1-7. https://doi.org/10.3389/feduc.2025.1602786.
D’Acri, R. P., Demarco, F., & Soranzo, A. (2026). E-MOTE: A conceptual framework for emotion-aware teacher training integrating FACS, AI and VR. Vision, 10(1), pp. 1-20. https://doi.org/10.3390/vision10010005.
Dawood, L. M. (2026). A study of the reality of social support and ethics of the teaching profession among special needs educational staff in Karbala Governorate. Indonesian Journal of Education Methods Development, 21(1), pp. 6-12. https://doi.org/10.21070/ijemd.v21i1.1020.
Diab, A. K., & Green, E. (2025). When personal experience becomes professional power: How pre-service teachers discover their creative capacity during teaching internships. Frontiers in Psychology, 16, pp. 1-18. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2025.1716459.
Febrianto, M. et al. (2025). Beyond algorithmic spirituality: An Islamic ontological framework for digital religious practice. Khazanah Theologia, 7(1), pp. 95-120. https://doi.org/10.15575/kt.v7i1.49492.
Fu, W., & Satrianawati S. (2022). Pedagogy teachers’ competence establishes students’ digital ethics: Case of educational modernization in Indonesia. International Journal on Educational Insight, 3(1), pp. 19-40. https://doi.org/10.12928/ijei.v3i1.6120.
Guzzo, G. (2026). Leone «vendica» Benedetto XVI: oggi farà lezione alla Sapienza – Il Papa nell’ateneo che non volle Ratzinger. Grane coi lefebvriani: si avvicina lo scisma. LaVerità, 14 maggio, Anno XI, (131), p. 17.
Hervas, G., & Medina, J. L. (2025). Navigating without a map: Unpacking pedagogical viewpoints of health sciences educators without educational training. Medical Science Educator, 35, pp. 3115-3122. https://doi.org/10.1007/s40670-025-02528-z.
Huzar, T. J. (2025). Practising vulnerability; presuming equality: Towards a pedagogy of care. Journal of Learning Development in Higher Education, 35, Special Issue, pp. 1-16. https://doi.org/10.47408/jldhe.vi35.1349.
Isaee, H., Barjesteh, H., & Manoochehrzadeh, M. (2025). Loving pedagogy and second language learning: The role of teacherly care, motivation, and anxiety in EFL classrooms. Indonesian Journal of Pedagogy and Teacher Education, 3(3), pp. 92-103. https://doi.org/10.58723/ijopate.v3i3.538.
Jiménez-Parra et al. (2025). Teaching personal and social responsibility in the Spanish school system: From physical education toward other content areas. Journal of Teaching in Physical Education, 1.aop, pp. 1-10. https://doi.org/10.1123/jtpe.2024-0329.
Kennedy, E., Koseoglu, S., Chakraborty, S., & Puttuswamy, P. (2025). Care and compassion in large-group teaching: Uncovering teachers’ experiences. Journal of Learning Development in Higher Education, 35, Special Issue, pp. 1-19. https://doi.org/10.47408/jldhe.vi35.1346.
Legac, V. (2025). The role of axiological dimensions in foreign language education: Perspectives from prospective teachers. Croatian Journal of Education, 27(4), pp. 1245-1283. https://doi.org/10.15516/cje.v27i4.6815.
Liu, F., Zhao, D., Li, X., & Yang, Y. (2026). The voice of the plateau: A qualitative interview study of student management and educational practices in higher education in Xizang Autonomous Region. Frontiers in Psychology, 17, pp. 1-19. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2026.1754922.
Maultsaid, D., & Harrison, M. (2023). Can open pedagogy encourage care? Student perspectives. The International Review of Research in Open and Distributed Learning, 24(3), pp. 77-98. https://doi.org/10.19173/irrodl.v24i3.6901.
Mutseekwa, C., & Chikuvadze, P. (2025). Assessing contexts for the implementation of a pedagogy of care in teacher development within the Southern African development community: a meta-narrative review. International Journal of Inclusive Education, 29(9), pp. 1502-1525. https://doi.org/10.1080/13603116.2025.2490585.
Naibaho, D., Widiastuti, M., Hasugian, J. M., & Nababan, B. D. (2024). The integration of spirituality and technology: The role of Christian education in the digitalization era. Edukasia: Jurnal Pendidikan dan Pembelajaran, 5(2), pp. 411-424. https://doi.org/10.62775/edukasia.v5i2.1604.
Odebiyi, O. M. (2023). Care and justice: How elementary teachers adapt experiences for social issues. Education, Citizenship and Social Justice, 20(1), pp. 107-122. https://doi.org/10.1177/17461979231206917.
Owusu-Agyeman, Y. (2025). Towards partnerships and growth-fostering relationships between teachers and students in higher education. Journal of Scholarship of Teaching and Learning, 25(4), pp. 1-18. https://doi.org/10.14434/josotl.v25i4.37375.
Oyman, N. (2025). Digital preaching in the relationship between religion and artificial intelligence: The case of the Kübra (Netflix series). Kilis 7 Aralık Üniversitesi İlahiyat Fakültesi Dergisi, 12(2), pp. 509-532. https://doi.org/10.46353/k7auifd.1749172.
Papa Francesco I (2015). Lettera Enciclica Laudato si’ sulla cura della casa comune. https://www.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html.
Papa Leone XIV (2026). Discorso del Santo Padre Leone XIV all’Università “Sapienza” di Roma (Aula Magna, giovedì 14 maggio 2026). vatican.va, https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2026/may/documents/20260514-visita-pastorale-sapienza.html.
Rico, A. (2026). Leone alla Sapienza senza la «lectio»: resta l’oltraggio di Ratzinger censurato – Nel 2008, al Papa che riteneva fede e ragione compatibili fu negata dignità accademica. LaVerità, 15 maggio, Anno XI, (132), pp. 1 e 14.
Rindenow, E., Davidovitch, N., & Dorot, R. (2025). Teaching and learning in new spaces: The pedagogy-suited learning space approach. Cogent Education, 12(1), pp. 1-15. https://doi.org/10.1080/2331186X.2025.2560615.
Sarı, H. (2025). Humanity, religion and willpower in the future of technology: A critical approach. Journal of Eskişehir Osmangazi, 12, pp. 104-126. https://doi.org/10.51702/esoguifd.1629031.
Scanlon, D., Baker, K., & Coulter, M. (2025). Reimagining teaching personal and social responsibility (TPSR) within health and physical education curriculum: Exploring the transformative potential of the socially-just TPSR approach. Curriculum Studies in Health and Physical Education, 16(3), pp. 291-295. https://doi.org/10.1080/25742981.2025.2561842.
Scanlon, D., Coulter, M., Baker, K., & Tannehill, D. (2026). The enactment of the socially-just teaching personal and social responsibility (SJ-TPSR) approach in physical education teacher education: Teacher educators’ and pre-service teachers’ perspectives. Physical and Sport Pedagogy, 31(2), pp. 256-272. https://doi.org/10.1080/17408989.2024.2319071.
Schlicker, A., & Ehlers, J. (2025). The challenges teachers in interprofessional teaching face when developing a shared assumption of responsibility: A mixed-methods study. International Medical Education, 4(1), pp. 1-12. https://doi.org/10.3390/ime4010004.
Shaswar, A. N., Egeland, B. L., Rosén, J., & Wedin, Å. (2024). Ethical dilemmas of translanguaging pedagogy in L2 and basic literacy education for adults: Social justice and ethics of care. Ethnography and Education, 19(4), pp. 372-389. https://doi.org/10.1080/17457823.2024.2390946.
Song, X., Claisse, C., & Lucero, A. (2026). Liubai (留白) at a hushed sanctuary: Layered reflections on an artist residency. In Proceedings of the 2026 CHI Conference on Human Factors in Computing Systems, pp. 1-16. https://doi.org/10.1145/3772318.3791730.
Sorrells, C., & Akpovo, S. M. (2024). Time for slow care: Bringing slow pedagogy into conversation with ethics of care in the infant/toddler classroom. Policy Futures in Education, 22(7), pp. 1404-1420. https://doi.org/10.1177/14782103241227489.
Soye, E. (2024). ‘On the frontline’: Gangs, teachers, and the ethics of care. British Journal of Sociology of Education, 45(4), pp. 625-638. https://doi.org/10.1080/01425692.2024.2351860.
Sukodoyo, Hidayatullah, M. F., & Sukarmin. (2026). Bullying as a moral failure in education: Integrating care ethics, loving-kindness, and self-compassion. Ethics and Education, 21(1), pp. 124-137. https://doi.org/10.1080/17449642.2026.2632263.
Svendby, R. B. (2025). Teaching sensitive and controversial issues in higher education: A discussion about teaching strategies by an ethics of care with sexually abused boys and men as the empirical example. Teaching in Higher Education, 30(5), pp. 1051-1064. https://doi.org/10.1080/13562517.2024.2350011.
Valfini, Q. B., Ariyadi, S., & Fadillah, A. R. (2025). Reimagining eco theological pedagogy: Comparative analysis of faith based environmental education strategies across pluralistic school contexts. Green Philosophy. International Journal of Religious Education and Philosophy, 2(2), pp. 1-17. https://doi.org/10.70062/greenphilosophy.v2i2.336.
Yang, C., Shen, J., & Qian, Z. (2025). Integrating socio-scientific issues into vocational design education: Effects on students’ ethics awareness, social responsibility, and design outcomes. Journal of Baltic Science Education, 24, pp. 434-44. https://doi.org/10.33225/jbse/25.24.434.
Zaimoğlu, S., & Dağtaş, A. (2025). Empowering minds and fostering inclusion: ELT graduate students’ experiences with critical pedagogy. Frontiers in Psychology, 16, pp. 1-18. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2025.1678565.